Scusate, eh, ma dalla pur bella intervista che La Stampa ha fatto a Stiglitz (Premio Nobel per l’economia, 2001) sembra che questi non capisca una mazza di economia. Possibile?

Tito Boeri interviene (fonte Istat) con un altro paio di grafici molto significativi.

Musée des Beaux Arts (Wystan H. Auden)

About suffering they were never wrong,
The Old Masters: how well they understood
its human position; how it takes place
while someone else is eating or opening a wîndow or just walking
dully along;
how, when the aged are reverently, passionately waiting
for the miraculous birth, there always must be
children who did not specially want it to happen, skating
on a pond at the edge of the wood:

they never forgot
that even the dreadful martyrdom must run its course
anyhow in a corner, some untidy spot
where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
scratches its innocent behind on a tree.

In Brueghel’s Icarus, for instance: how everything turns away
quite leisurely from the disaster; the ploughman may
have heard the splash, the forsaken cry,
but for him it was not an important failure; the sun shone
as it had to on the white legs disappearing into the green
water; and the expensive delicate ship that must have seen
something amazing, a boy falling out of the sky,
had somewhere to get to and sailed calmly on.

L’Independent tira fuori un documento segreto datato 11 giugno 2001 – e un paio di carte connesse – che dovrebbe dimostrare l’attenzione prestata da Downing Street al cambio di regime in Iraq ben prima del Niger gate e della crisi del 2002-2003. Dal documento principale, chiamato Contratto con il popolo iracheno, scopriamo che gli inglesi volevano “lavorare con un Iraq che rispett[asse] i diritti del proprio popolo, conduc[esse] relazioni pacifiche con i suoi vicini e osserv[asse] il diritto internazionale”. Il popolo iracheno avrebbe dovuto avere “il diritto di vivere in una società basata sullo stato di diritto, libera dalla repressione, dalla tortura e dalla detenzione arbitraria; di godere dei diritti umani, della libertà e prosperità economiche”. Insomma: “chi desidera un mutamento di regime in Iraq merita il nostro sostegno”.

Qualche breve osservazione.

1) adesso sembra che tutti si dimentichino quali erano i comportamenti della comunità internazionale nei confronti dell’Iraq durante tutti gli anni Novanta. Nessuno ricorda le no-fly zone, gli embargo, e in generale le decennali pressioni politiche per il disarmo. Inglesi e americani prestavano costante attenzione all’Iraq di Saddam. Ci si chiedeva, tra le altre cose, se gli Stati Uniti avessero fatto bene a lasciare un dittatore al suo posto, ed erano in molti a dubitarne;

2) toh, un documento segreto del governo inglese in favore del regime change in Iraq prima del 2003 – anzi, prima del 2001. E’ davvero un problema? Un governo responsabile produce abitualmente una quantità enorme di carta per prepararsi a situazioni di crisi futura. Si chiamano scenari, o piani di contingenza. Ciò non significa che questi siano attuati, né che siano la prima scelta dell’amministrazione sotto qualunque condizione. L’amministrazione si adatta al presente della scena internazionale. Altrimenti Israele avrebbe dovuto bombardare l’Iran nel 2004;

3) si dirà: d’accordo, magari non erano pronti ad attaccare, ma ciò dimostra comunque che Blair e il suo governo appoggiavano segretamente i piani degli Stati Uniti per deporre il dittatore. A parte che il Contratto non dice niente di tutto questo, e propone al massimo delle forme di appoggio per il nuovo regime una volta instaurato, e neppure delle forme di finanziamento agli esuli o alla resistenza: parliamo, per adesso, di un documento e di alcuni commenti collegati. Quanto erano condivisi dall’amministrazione? Fino a che livello della scala gerarchica giunsero, e furono mai discussi o sottoposti all’attenzione di Blair? Parte del Contratto ha sicuramente raggiunto John Sawyers, consigliere di politica estera di Blair, che ha scritto un memo a marzo del 2001 – quando il documento era ancora una bozza – citandolo assieme alle parole ‘regime change’. Non soltanto Sawyers ne parla come di un draft, in termini possibilisti, ma utilizza un lessico duro ma non bellicoso, in cui spiega che l’importante sia “chiarire che i precedenti e il comportamento attuale del regime iracheno rendono impossibile che l’Iraq rientri nella comunità internazionale senza un cambiamento sostanziale”.

Ma quali erano, se c’erano, i documenti che propendevano per un atteggiamento più attendista? Quante e quali misure suggerite dal documento hanno trovato effettiva attuazione prima del 2003? Finché non lo sapremo, non potremo stabilire se si trattasse di un documento segreto finale ed ufficiale, e inoltre esecutivo, o di un mero pezzo di carta recante un’opinione condivisa da una parte – quanto consistente? – del governo. Finché non lo sapremo, il documento non potrà essere considerato la prova del complotto internazionale per invadere l’Iraq, ma il semplice frutto della naturale dialettica interna ai dipartimenti di un governo. E neanche tanto originale.

Edit. Una prova che il documento fosse troppo ‘leggero’, e si inserisse nel contesto delle sanzioni al regime e non in quello del mutamento traumatico per mezzo di un intervento militare? Lo dice lo stesso Independent: [w]hen no agreement was reached and the US began to seek more active measures to remove the Baghdad administration after 9/11, the contract was dropped (‘quando non si raggiunse un accordo e gli Stati Uniti cominciarono a cercare delle misure più attive per rimuovere l’amministrazione di Baghdad dopo l’11 settembre, il contratto fu accantonato’).

Il 6 ottobre 2009, a Roma, è stata presentata una ricerca della Caritas sulla criminalità degli immigrati. E’ importante conoscerne i riscontri perché spesso, anche al solo considerare il numero degli immigrati detenuti nelle carceri del nostro paese, si può fare confusione quando si voglia comparare il tasso di criminalità di italiani e stranieri.
I dati di cui disponiamo ad oggi sfatano il luogo comune che lo straniero tenda a delinquere in misura significativamente maggiore rispetto al cittadino italiano:

Nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23% e l’1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni.

In realtà l’informazione è distorta: stando alle statistiche, il tasso di criminalità è comunque doppio rispetto a quello degli italiani. Ma: “[n]on corrisponde (…) al vero l’affermazione che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte superiore a quello degli italiani, come spesso si continua ad affermare”.
Ancora più importante, però:

Non esiste alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e l’aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, mentre essi sono cresciuti di più del 100%, le denunce nei loro confronti hanno conosciuto un aumento del 45,9%.

Il che significa che le denunce nei confronti degli immigrati a parità di popolazione straniera si sono dimezzate, e che dunque non è certo la concentrazione della popolazione straniera a rendere la persona più incline a delinquere.
A parte, una valutazione del tasso di criminalità dell’immigrazione clandestina:

Il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato in maniera preponderante alla condizione di irregolarità: oscilla infatti tra il 70 e l’80% la quota di irregolari tra le persone denunciate. Va però tenuto conto, per non trasformare gli irregolari in delinquenti, dei cosiddetti reati “strumentali” o relativi alla condizione stessa dell’immigrato, che incidono per almeno un quarto sul carico penale degli stranieri.

Cioè: gli irregolari denunciati sono circa il 75%, i regolari il 25%. Ma il 25% del totale degli stranieri denunciati, è denunciato per il semplice fatto di risiedere irregolarmente sul territorio italiano, e non perché abbia commesso attività criminali. Epurando il dato grezzo dal reato di clandestinità, gli irregolari denunciati sul totale degli stranieri scenderebbero a circa il 67%, e i regolari salirebbero al 33%.

Tutti i dati statistici sono suscettibili di errori, sistematici e strumentali. Come ogni statistica, poi, anche queste abbisognano di un costante aggiornamento. Ma, ad oggi, la corrispondenza tra il tasso d’immigrazione e quello di criminalità non è provata. Ricordatelo a chi vi dica che gli stranieri vengono in Italia per delinquere.

Update 02/02/2010. L’intervento di dasnake qui mi ha permesso di approfondire l’analisi dei dati. Se v’interessa approfondire l’argomento, leggeteveli tutti.


(è/era qui)

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Edit. Bonus:


(è/era qui)

La caratteristica italiana è che mentre i fautori della moderazione sono per lo più contrari al sistema bipolare, i difensori del bipolarismo sono contrari alla moderazione.

Preciso, sintetico, ottimo.

Due post in rapida sequenza, ma è che ne vale la pena, davvero.

A Marcello Dell’Utri

Velata verità
Segreto stupore
[di non essere ancora in galera]

Sempre grazie a lei (che amo). Per suggerimenti su altre perle del Nostro, scrivetemi.

Si rideva, in allegria, io e lei, scartabellando il materiale che Sandro Bondi ha deciso di lasciare ai posteri. Incalzato prima dal Foglio (Eccolo che, da poeta a poeta, quasi da collega a collega, copre di elogi il veltroniano Jovanotti per la canzone “A te” – quella che “a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei… a te che sei il mio grande amore e il mio amore grande” , ci dicevano qui – anzi, ’soloqui’) e adesso – settimanalmente – su Vanity Fair, il nostro s’è cinto la fronte d’alloro e s’è assiso sul palco del mondo, per cantarci tutto il suo candido stupore.
Tanto ci sarebbe da dire, e probabilmente tanto diremo, a mano a mano che riportiamo alla luce del materiale di rara importanza, che merita di essere fissato nella vostra memoria e serbato nei vostri cuori.
E insomma, tra le tante, io e Jules ne abbiamo scelta una per dimostrare che Bondi non è soltanto un raffinato paroliere, ma anche una persona di estrema onestà. Eccola.

A Speedy (ospite del canile di Novi Ligure)

Occhi imploranti
Fedeltà tradita
Dolente rassegnazione
Maestro di vita

Nichi Vendola non mi sta simpatico. Anzi, lo trovo insopportabile, con quel maligno ammiccare al potere delle urne, il costante appello al popolo, le geometrie dipietriste: fa un po’ troppo checca frustrata, per i miei gusti.
Ma a sentire D’Alema che rosica devo ammettere che tutto il resto passa in secondo piano, e che mi si risolleva lo spirito.