Emerge una storia fantastica, sebbene non tanto inaudita quanto vorrebbe far intendere l’autore dei due articoli, Michael Binyon: alla vigilia del crollo del muro di Berlino, la Thatcher non voleva una Germania riunificata. Nel corso di una parte segretata dei colloqui con Gorbačëv del 1989 (e, si presume, per molto tempo prima di quella data e durante l’anno successivo al crollo del muro) lo diede ad intendere in maniera esplicita, quasi brutale.

Il pezzo più bello, comunque, è il secondo. In cui Binyon indulge in una visione romanticizzata della storia che, per quanto parziale e poco realistica, si avvicina molto agli effetti di quelli che gli studiosi del mio campo chiamano mutamenti sistemici: nella fattispecie, la fine del mondo bipolare. Momenti in cui la natura e la stessa costituzione delle relazioni internazionali sembrano entrare in crisi; in cui l’imprevedibilità del dopo spinge ad agire da free riders nel presente, a non mantenere le promesse, a disattendere le alleanze. Così si amplificano quei trend di caotica incertezza che seguono il crollo delle grandi (o super-) potenze, e preconizzano le spinte alla frammentazione nelle cosiddette anarchie immature: sistemi regionali non consolidati, un tempo tenuti assieme dal collante della minaccia d’intervento esterno di un egemone terzo (essenzialmente estraneo, cioè, al conflitto intra-statale; e coinvolto solo per scelta), che si sgretolano e vanno in pezzi con disarmante facilità. Su di loro, incidentalmente, sto scrivendo una tesi.
Il 1989-1991 fu un periodo in cui erano ipotizzabili capolinea storici, in cui vedevano la luce (per proliferare poi) le più strambe teorie sulla prosecuzione del bipolarismo; in cui l’Occidente si risvegliava dal lungo sonno sotto il doppio cappello nucleare, e realizzava di essere agente e paziente, causa prima e preda, di un sentimento radicalmente differente rispetto all’astio sospeso (e ambiguo) che impregnava le relazioni con i sovietici: la solitudine.

(hat tip: Sergio, via Sullivan)

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