Angelo Panebianco, sempre lui, interviene nel dibattito sul testamento biologico sostenendo cose delle quali, da convinto liberale della vecchia guardia, è convinto da tempo:

chi scrive si espresse sul Corriere (9 e 23 febbraio) a favore del mantenimento di una «zona grigia» da preservare contro le intrusioni dello Stato
[...]
Visto che una legge sembra a questo punto necessaria, che almeno essa sia il più possibile «liberale». Intendendo per tale una legge che lasci alle persone spazi di autonomia «dallo Stato» e che scommetta sulla responsabilità degli informati e competenti sul caso singolo.

Cioè: un arretramento dello Stato in questioni tanto delicate sarebbe non soltanto auspicabile, ma necessario per raggiungere il massimo risultato. Il ‘vuoto legislativo‘ creato da quest’approccio ‘mercatista’ renderebbe più veloce, più semplice, una sempre meno imperfetta interazione locale tra i medici, i pazienti e i loro familiari, sì che in ogni singola vicenda personale si raggiungerebbe il risultato di massimizzare la felicità di ognuno (o, in questo caso, di minimizzarne il dolore).
Forse non a caso è proprio questa, la posizione che più converrebbe al PdL, perché consente al partito di aggirare una lacerante discussione sui temi etici che potrebbe farlo precipitare in una spirale correntizia che lo stesso Fini sembra prediligere, pur di non perdere influenza. D’altronde, la soluzione non dispiace neanche al PD, sin dalla nascita diviso tra l’ala riformista-oltranzista e quella catto-conservatrice. E’ però lo stesso Panebianco, nell’editoriale di oggi, a costruire un intero paragrafo negativo, in cui esorta il lettore affinché “fing[a] che sulla vi­cenda non pesi, come invece pesa, la «politica»”. Sospendiamo l’incredulità, e seguiamo il suo consiglio.
Tenere fuori la politica, dunque: dalle ragioni del dibattito, ma anche dai contenuti normativi che la legge potrà assumere in Parlamento. E sarebbe un invito che farei del tutto mio, non fosse che la politica non è costituita solo ed unicamente dalle leggi dello Stato centrale. Una legge, cioè la codifica scritta del risultato di una trattativa politica, in molti casi può anzi costituire un limite all’esercizio arbitrario del potere.

Consideriamo la situazione nel caso concreto: i consultorî, i reparti, gli ospedali, sono tutti strutture complesse, i cui membri sono portatori di convinzioni proprie, e che subiscono anche le pressioni delle ideologie di apparato.
La Chiesa, che è un forte centro di potere nella nostra società, ed un grande produttore e distributore di ideologia, agisce a livello locale, spesso capillare, attraverso la presenza nelle strutture ospedaliere di membri religiosi e laici militanti; e al limite con la semplice declinazione dell’ortodossia e della vulgata cattoliche, nella misura in cui queste sono capaci di imporsi sul credente. Agisce, a livello di apparato, insediando ai vertici delle strutture sanitarie persone che provengono dal retroterra culturale cattolico, o che appartengono a movimenti ed associazioni ecclesiali (CL, anyone?); e facendo dipendere le opportunità di carriera da scelte conformi alle preferenze politiche del clero. Lo sa bene chi abita in Lombardia, il cui Presidente di Regione è membro di Comunione e Liberazione: ricordando che spetta alle Regioni nominare i Direttori Sanitari delle strutture ospedaliere.

Viviamo in un mondo imperfetto: è possibile che Panebianco pensi che tutto considerato convenga comunque, questo trade-off tra lo strapotere statale e la delega delle decisioni ad un livello locale. Ma questa, si dovrebbe perlomeno ammettere,è una scelta di realpolitik, non una scelta liberale, e può solo malamente essere spacciata per tale.
Liberale non sempre è uno “Stato minimo” che arretra davanti ai dilemmi etici, rifiutandosi di definire i diritti e i doveri dei singoli attori; non lo è quando questo rifiuto di codifica coincide con una delega ad un ulteriore centro di potere politico, per quanto localizzato e, forse, diversificato (associazioni cattoliche v. movimento radicale), anziché al singolo. Liberale è uno Stato che impone che tutte le autorità politiche esercitino il minimo peso esterno possibile sulle scelte del singolo: uno Stato, cioè, che renda possibile e legittimi il massimo numero di opzioni disponibili a ciascuna persona in ogni dato momento. E’ uno Stato che, rifiutandosi esplicitamente di impedire certe azioni, le rende implicitamente possibili, le legittima a priori in modo da lasciare al singolo individuo la scelta tra il più ampio ventaglio di alternative disponibili; includendovi anche quelle invise dai centri di potere non statali. E’ uno Stato che consente all’individuo, al netto del necessario intervento della famiglia in situazioni estreme, di scegliere, se lo vuole, quando e in che condizioni morire.

Astenersi dal legiferare in materia, o farlo lasciando (peggio: creando) vuoti normativi, spianerebbe il campo alle pressioni politiche a livello locale. Tensioni probabilmente più invisibili, esercitate su individui più controllabili (non c’è una norma scritta, a proteggerli, e dunque l’intera loro battaglia si gioca nell’incertezza delle conseguenze di scelte non consigliate) – le vessazioni quotidiane, i piccoli soprusi psicologici, fanno meno scalpore delle battaglie giudiziarie.
Non scrivere nero su bianco i diritti dell’individuo non equivarrebbe, in questo caso, ad una scelta liberale, ma ad una scelta  liberticida.

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