Dopo ventiquattro ore la notizia era già di pubblico dominio: al momento dell’abbordaggio sulla Mavi Marmara non batteva bandiera turca, ma quella delle isole Comore. La nave faceva parte di un convoglio di sei imbarcazioni cariche di passeggeri, viveri e altro materiale umanitario, che il 31 maggio faceva rotta verso le coste di Gaza con l’intenzione di forzare il blocco navale israeliano e che poche ore dopo era stato fermato dall’Idf, l’esercito di Tel Aviv. Il confronto in acque internazionali tra la marina israeliana e gli occupanti delle navi ha provocato la morte di otto passeggeri turchi e di un turco-americano sulla Mavi Marmara.

Prevedibile la reazione di Ankara: al richiamo immediato dell’ambasciatore in Israele ha fatto seguito una serie montante di critiche verso la conduzione dell’operazione da parte dell’Idf e del governo, dalla non proporzionalità dell’impiego della forza fino a considerazioni di carattere politico nelle quali si accusava Israele di un attacco diretto al territorio turco. Alcuni esponenti del governo di Erdoğan si sono spinti fino a ipotizzare l’invocazione dell’articolo 5 del Patto atlantico, quello che afferma che un attacco al territorio di uno stato membro equivale a un attacco a tutti; solo la bandiera delle Comore ha placato i giuristi e scongiurato ulteriori complicazioni. A rimorchio, il Jerusalem Post ha invece scaricato la colpa dell’accaduto sulla politica da “neoimperialismo ottomano” dell’Akp, il partito di governo turco, reo di aver permesso l’assemblaggio di una flotta di imbarcazioni con l’unico scopo di mettere in discussione il “legittimo diritto di una politica di blocco navale” da parte di Israele.

Senza voler concedere nulla agli eccessi del Post, è pur vero che dalla fine della guerra di Gaza nel gennaio 2009 Ankara ha lasciato la neutralità per assumere un atteggiamento più assertivo nei confronti di Israele, e che dalla nomina nel maggio seguente di Ahmet Davutoğlu agli Esteri la spinta turca ad assumere il ruolo di leader carismatico delle istanze dei paesi sunniti della regione ha ricevuto un’ulteriore accelerazione. Inoltre oggi la Turchia tratta con il leader regionale sciita – l’Iran – e lo protegge dall’isolamento diplomatico al quale Tel Aviv preferirebbe vederlo relegato; a riprova c’è l’accordo turco-iraniano del 17 maggio sull’arricchimento nucleare, garantito dal Brasile e giunto a meno di venti giorni dal quarto round di sanzioni sul nucleare iraniano approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Stando ai fatti, e alle opinioni di molti, un fronte di bassa pressione starebbe affliggendo i rapporti turco-israeliani. E d’altronde già nell’ottobre scorso, citando la presenza sgradita dell’Idf, la Turchia aveva cancellato ‘Anatolian Eagle’, le esercitazioni militari congiunte che da sei anni vedevano impegnati gli eserciti turco, statunitense e israeliano. La recente ipotesi di unione doganale tra Turchia, Siria, Libano e Giordania non sarebbe che un ulteriore chiodo nella bara delle relazioni con Tel Aviv. A chi sottolinea questi segnali di crisi si può però rispondere, innanzitutto rimarcando il fatto che i due paesi non possono non tener conto del contesto internazionale nel quale si muovono e dei loro cruciali legami economici e strategici.

Infatti, sebbene Tel Aviv goda da sempre di una relativa indipendenza da Washington e seppure si sia scritto ormai molto in merito alla ritrovata autonomia di Ankara (membro Nato dal 1952) in politica estera, Turchia e Israele sono considerati due dei più stabili alleati degli Stati Uniti nella regione. Anche se Ankara ha bisogno di proporsi come un attore neutrale, e oggi più che mai percorre un sentiero tortuoso tra la fedeltà all’occidente e la nuova direzione ‘musulmana’ della sua politica estera, le periodiche proteste degli altri paesi arabi non fanno che evidenziare le relazioni preferenziali e insieme ambigue che il sistema politico turco intrattiene con Israele. La Turchia è stato il primo paese musulmano a riconoscere Israele nel 1949, a invitare un presidente israeliano (Shimon Peres) a parlare in Parlamento, a siglare – nel 2000 – un accordo di libero scambio con Tel Aviv. E’ anche uno dei più importanti destinatari delle armi e della tecnologia israeliane. Da parte sua Israele non può permettersi di perdere uno dei suoi maggiori interlocutori in Medio Oriente.

Già in passato, all’indomani della guerra dei Sei giorni o con l’inizio della prima intifada, le relazioni bilaterali erano state critiche, ma il profondo legame strategico ha sempre contribuito a riavvicinare i lembi di quasi tutte le ferite aperte. Pur tenendo in considerazione il nuovo ruolo che la Turchia ambisce a ricoprire verso il mondo arabo, sembra improbabile che Ankara abbia optato per un cambio di rotta così drastico, che la costringerebbe ad appiattire la sua posizione su un anti-sionismo di risulta e a rinunciare di fatto alla possibilità di proporsi come mediatore nel conflitto arabo-israeliano, ruolo pronto per essere raccolto una volta di più da un Egitto in crisi di legittimità.

Neppure il discorso pubblico, fortemente morale, che alcuni esponenti dell’Akp hanno abbracciato sull’onda emotiva dei fatti della Mavi Marmara sembra poter essere la spia di un riorientamento di lungo periodo della politica estera turca. Al contrario, Davutoğlu gode della fama di politico con una visione netta ma smaliziata, ed è perciò difficile schierarsi con quanti paiono identificare una svolta idealista nella politica estera turca, mentre questa sembra ancora rifarsi più all’abituale pragmatismo kemalista che al panarabismo del primo Nasser. Turchia e Israele rimangono interlocutori indispensabili l’uno all’altro, e i governi di entrambi i paesi ne sono perfettamente consapevoli.

(27 maggio 2010)

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