Un mio collega è stato a Gaza nel 2006, pochi mesi prima che le tensioni tra Hamas e Fatah degenerassero in guerra civile. Ha lasciato i Territori qualche settimana dopo; Vittorio Arrigoni, tra i pochi, vi ha fatto ritorno. Quando questo mio collega mi ha raccontato che, ai palestinesi che incontrava durante la sua permanenza, oltre a “Bella ciao” lui e i suoi amici insegnavano a cantare gli inni del Napoli – che questi scambiavano per altrettanti canti di guerra – , dapprima ho sorriso.
A pochi giorni dalla morte di Arrigoni, però, mi tocca constatare che il suo decesso ha avuto come unica conseguenza quella di smuovere la tenue patina di polvere che negli ultimi mesi si era a poco a poco andata a posare sull’odio — mentre le tensioni si moltiplicavano altrove, tutt’attorno, in Nord Africa e in Medio Oriente, e Rafah scivolava via in un lungo piano sequenza. A causa di Vittorio l’obiettivo è tornato brevemente a fissarsi su quei pochi ettari di terra: c’è chi grida al complottone israeliano, chi prega di notare il genocidio ignorato (il genocidio del boom demografico, contrappunta il buon Shylock), chi adocchia con sospetto la partigianeria di un cooperante. Si è tornati allo scontro, e anche chi affronta la vicenda nelle maniere più sottili, caute, persino tangenziali, se si voltasse vedrebbe che dietro di lui si raccolgono manipoli di tifosi: pronti ad avventarsi sulle sue parole, farle a brandelli e ostenderle ovunque, reliquie a testimonianza o scandalo della propria versione di giustizia.
I cori del Napoli in quel lembo di Mediterraneo hanno un senso, dunque. Innanzitutto, il conflitto arabo-israeliano polarizza le coscienze perché a questo tutti siamo abituati: a parlarne, come del calcio. Non c’è specialità della Terra Santa che non sia stata invocata a giustificazione dell’attenzione che costantemente le si presta – lo scontro di civilità, il valore simbolico di luoghi contesi da secoli, la sproporzione delle forze -, ma infine tutto si riduce alla parola, alla nostra logorrea, che incita ad esprimersi anche chi non conosce, magari prendendo a prestito le parole di altri, altrettanto logorroici.
L’incapacità di mantenersi lucidi non si limita tuttavia al brusio di fondo. Chi estrapola dal contesto interi paragrafi per sostenere impianti accusatori sempre più improbabili trova a sua volta la propria assoluzione in chi, più bravo o diligente di altri, quei paragrafi li ha costruiti. L’intellettuale qui traballa, è preso tra troppi fuochi, vuole dimostrare di essere fatto di carne e sangue e così, anche lui, attacca. E a te finalmente si para davanti agli occhi, in tutta la sua ineluttabilità, l’unica verità che non avevi ancora saputo riconoscere: che ogni Sud del mondo ha bisogno dei suoi capi curva.

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