Al di là (non sopporto l’espressione, ma in fondo la Battistini scrive bene: gliela passo) della critica al tessuto ideologico, mai così stupida, mi trovo concorde invece con il giudizio estetico. Considerato anche l’entusiasmo con il quale facevo il mio ingresso in sala, per me è stata una mezza delusione: mai mi era capitato che un film visivamente così splendido, con una gestazione così dolce, praticamente perfetta, poi all’esito finale (montato, doppiato, voice-overato) finisse con il risultarmi tanto sgraziato, aritmico, incoeso.
Molti citano Kubrick – che non c’entra un cazzo -, la Battistini soltanto, mi pare, Lynch – suvvia -; io avrei detto l’Herzog del blue yonder, o più semplicemente una sorta di Malick in fast forward, con l’indice stretto attorno al grilletto, pronto a spararti tutta la sua pappardella sull’inizio del cosmo e i dinosauri sul dito con cui stai occludendo la volata del fucile.
Un velociraptor mezzo stravolto. Rapace? No, non divora neppure la preda che calpesta.