In un lasso di tempo brevissimo, il cruccio maggiore diventa quello di evitare sofferenze altrui senza prolungare la propria.
Nel frattempo, tra il momento in cui ti rendi conto di cosa dovresti fare per star meglio e il momento in cui ti risolverai a mettere in pratica i tuoi stessi consigli, i luoghi si svuotano di persone e dalle pareti prende a colare un liquame grigio, che puzza d’arance e copertone bruciato, tanto nauseante da riuscire a sfocare i contorni delle cose che ti sono più prossime.

Altre ragazze ti scrivono, ricevono risposte evasive e si ritraggono, più fragili di te. Rifiuti tutto, anche quelle occasioni che avevi deciso di trascurare pur di tenerti stretto ciò che già avevi, e che adesso potresti – è evidente: dovresti – riprendere in mano. Ma con quale forza, se quello che fai per quasi tutto il tempo è disprezzare tutto quanto ti passa davanti agli occhi, distendere il reale su un tavolaccio e ricomporlo come un morto, prendendo misure della salma per sapere di quanto s’è ristretta, dai piedi alla testa? (Che poi, parentesi, è possibile che le misure, quando le hai prese, fossero inferiori rispetto a quelle di cui tu adesso vagheggi; ma mica ti riesce di convincerti che dovresti riandare al diario in cui le annotavi amorevolmente assieme ai dubbi, e così sul momento ti resta soltanto quel ricordo, sformato verso direzioni che stirano e pungono).
Il fallimento non c’è: tutto è cazzo come due settimane prima, cinque giorni prima, sette ore prima. Hai un lavoro che forse lascerai per opportunità ancora migliori; hai una vita che non è sfarzo e non è miseria. Non la vorresti diversa.

Solo che, ed è sempre troppo tardi quando inizi a farci caso, non eri stato tu ad essere riuscito a rendertela migliore; era stata lei.

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