You are currently browsing the monthly archive for September 2009.

L’atteggiamento ondivago, prima minaccioso e autoritario, poi affettatamente accondiscendente di Roberto Micheletti, l’attuale presidente ad interim dell’Honduras, è un gran problema, ed è già stato analizzato in dettaglio qui:

Il golpista Roberto Micheletti ha scelto di gettare la maschera e sospendere d’un colpo cinque diritti [costituzionali] fondamentali, decretare lo stato d’assedio, ordinare la chiusura delle uniche due emittenti radio e tv critiche, proibire che una delegazione dell’OSA [l’Organizzazione degli Stati Americani] entrasse nel paese, e ripetere le minacce rivolte al Brasile per il fatto di aver concesso rifugio nella sua ambasciata al Presidente Manuel Zelaya.
Il suo ruggito autoritario è stato tanto profondo che ha finito con lo spaventare i suoi stessi sostenitori. Per la prima volta in tre mesi, Micheletti è stato corretto pubblicamente dal Congresso e da alcuni tra i leader politici che lo hanno appoggiato fino ad oggi. Sicché non ha potuto far altro che ritrattare. “Sono disposto”, ha detto, “a derogare allo stato d’assedio per non ostacolare il processo elettorale”.

Bene. Ma i media occidentali sono molto parziali nel ricostruire i fatti che dal 28 giugno di quest’anno vanno susseguendosi nel paese, e spesso omettono non poche informazioni quando parlano dell’ex-presidente e nuovo martire internazionale, Manuel Zelaya, prima e dopo la fatidica data della sua deposizione da parte dell’esercito. E’ normale che l’informazione scenda in trincea: gli Stati Uniti antepongono la legittimità democratica in Centroamerica a qualunque altro bene pubblico, visti i trascorsi di caudillos golpisti, filo-castrismi / filo-chavismi e frequenti interventi militari a stelle e strisce nei paesi del golfo caraibico. E così anche i paesi europei, ostili agli interventi degli eserciti nella politica interna e in fin dei conti disinteressati (eccetto la Spagna), si sono allineati per mero atlantismo alla posizione statunitense. Lo stesso, infine, ha fatto la stragrande maggioranza dei paesi del Sudamerica, alternativamente memore dei colpi di stato subiti, o a protezione della svolta a sinistra dell’ex-presidente.
Per questo, vediamo di analizzare un po’ più in dettaglio il nostro piccolo san Sebastiano:

  1. Rielezione. Non tutti ricordano che Zelaya è stato deposto a seguito del suo rifiuto di annullare una specie di referendum consultivo non vincolante sull’opportunità di convocare un’Assemblea Costituente. In realtà l’elettore avrebbe dovuto esprimersi in merito alla possibilità di votare, a novembre, anche per la convocazione della Costituente: almeno in questo, si deve riconoscere al Presidente una certa cautela.
    In ogni caso, era evidente che intendesse emendare la Costituzione, o rinnovarla, al fine di poter essere rieletto almeno una seconda volta. Il tentativo fu ritenuto discutibile persino dall’interno del suo stesso partito; fu osteggiato dal Congresso, dal ministro della giustizia e dal Tribunale Elettorale; nonché considerato incostituzionale dalla Corte Suprema. Ciononostante, Zelaya rifiutò di addivenire a più miti consigli, e di accantonare almeno temporaneamente il piano: continuò così a foraggiare la crisi, convinto di poter imporre le sue preferenze [Wiki].
  2. Andate avanti voi, che vado avanti io. Più di recente, Zelaya s’è reso protagonista di più o meno imbarazzanti tentativi di rientrare nel paese. Alla fine ce l’ha fatta, trovando asilo nell’ambasciata brasiliana: nel momento meno adatto possibile. In Italia non l’avete letto, ma l’ambasciatore statunitense all’OSA ha qualificato il rientro come “irresponsabile e idiota“. Perché, fino all’attimo prima del suo ritorno, la diplomazia americana si era spesa molto per ottenere condizioni stabili, e preparargli una via negoziale, accettabile e incruenta. Che sarebbe stata più sicura per tutti: soprattutto per i suoi sostenitori, che avrebbero evitato i duri scontri con la polizia di questi ultimi giorni. Washington, evidentemente alterata, ha accusato Zelaya di “realizzare dichiarazioni incendiare e di agire come se fosse il protagonista di un film d’altri tempi”.
  3. Radiazioni sioniste. Questa è la più bella, e merita di essere ripresa, perché è passata under the radar. Zelaya sostiene che dei “mercenari israeliani” lo stiano “torturando [dall’esterno dell’ambasciata, si presume] con radiazioni ad alta frequenza”.

Angelo Panebianco, sempre lui, interviene nel dibattito sul testamento biologico sostenendo cose delle quali, da convinto liberale della vecchia guardia, è convinto da tempo:

chi scrive si espresse sul Corriere (9 e 23 febbraio) a favore del mantenimento di una «zona grigia» da preservare contro le intrusioni dello Stato
[…]
Visto che una legge sembra a questo punto necessaria, che almeno essa sia il più possibile «liberale». Intendendo per tale una legge che lasci alle persone spazi di autonomia «dallo Stato» e che scommetta sulla responsabilità degli informati e competenti sul caso singolo.

Cioè: un arretramento dello Stato in questioni tanto delicate sarebbe non soltanto auspicabile, ma necessario per raggiungere il massimo risultato. Il ‘vuoto legislativo‘ creato da quest’approccio ‘mercatista’ renderebbe più veloce, più semplice, una sempre meno imperfetta interazione locale tra i medici, i pazienti e i loro familiari, sì che in ogni singola vicenda personale si raggiungerebbe il risultato di massimizzare la felicità di ognuno (o, in questo caso, di minimizzarne il dolore).
Forse non a caso è proprio questa, la posizione che più converrebbe al PdL, perché consente al partito di aggirare una lacerante discussione sui temi etici che potrebbe farlo precipitare in una spirale correntizia che lo stesso Fini sembra prediligere, pur di non perdere influenza. D’altronde, la soluzione non dispiace neanche al PD, sin dalla nascita diviso tra l’ala riformista-oltranzista e quella catto-conservatrice. E’ però lo stesso Panebianco, nell’editoriale di oggi, a costruire un intero paragrafo negativo, in cui esorta il lettore affinché “fing[a] che sulla vi­cenda non pesi, come invece pesa, la «politica»”. Sospendiamo l’incredulità, e seguiamo il suo consiglio.
Tenere fuori la politica, dunque: dalle ragioni del dibattito, ma anche dai contenuti normativi che la legge potrà assumere in Parlamento. E sarebbe un invito che farei del tutto mio, non fosse che la politica non è costituita solo ed unicamente dalle leggi dello Stato centrale. Una legge, cioè la codifica scritta del risultato di una trattativa politica, in molti casi può anzi costituire un limite all’esercizio arbitrario del potere.

Consideriamo la situazione nel caso concreto: i consultorî, i reparti, gli ospedali, sono tutti strutture complesse, i cui membri sono portatori di convinzioni proprie, e che subiscono anche le pressioni delle ideologie di apparato.
La Chiesa, che è un forte centro di potere nella nostra società, ed un grande produttore e distributore di ideologia, agisce a livello locale, spesso capillare, attraverso la presenza nelle strutture ospedaliere di membri religiosi e laici militanti; e al limite con la semplice declinazione dell’ortodossia e della vulgata cattoliche, nella misura in cui queste sono capaci di imporsi sul credente. Agisce, a livello di apparato, insediando ai vertici delle strutture sanitarie persone che provengono dal retroterra culturale cattolico, o che appartengono a movimenti ed associazioni ecclesiali (CL, anyone?); e facendo dipendere le opportunità di carriera da scelte conformi alle preferenze politiche del clero. Lo sa bene chi abita in Lombardia, il cui Presidente di Regione è membro di Comunione e Liberazione: ricordando che spetta alle Regioni nominare i Direttori Sanitari delle strutture ospedaliere.

Viviamo in un mondo imperfetto: è possibile che Panebianco pensi che tutto considerato convenga comunque, questo trade-off tra lo strapotere statale e la delega delle decisioni ad un livello locale. Ma questa, si dovrebbe perlomeno ammettere,è una scelta di realpolitik, non una scelta liberale, e può solo malamente essere spacciata per tale.
Liberale non sempre è uno “Stato minimo” che arretra davanti ai dilemmi etici, rifiutandosi di definire i diritti e i doveri dei singoli attori; non lo è quando questo rifiuto di codifica coincide con una delega ad un ulteriore centro di potere politico, per quanto localizzato e, forse, diversificato (associazioni cattoliche v. movimento radicale), anziché al singolo. Liberale è uno Stato che impone che tutte le autorità politiche esercitino il minimo peso esterno possibile sulle scelte del singolo: uno Stato, cioè, che renda possibile e legittimi il massimo numero di opzioni disponibili a ciascuna persona in ogni dato momento. E’ uno Stato che, rifiutandosi esplicitamente di impedire certe azioni, le rende implicitamente possibili, le legittima a priori in modo da lasciare al singolo individuo la scelta tra il più ampio ventaglio di alternative disponibili; includendovi anche quelle invise dai centri di potere non statali. E’ uno Stato che consente all’individuo, al netto del necessario intervento della famiglia in situazioni estreme, di scegliere, se lo vuole, quando e in che condizioni morire.

Astenersi dal legiferare in materia, o farlo lasciando (peggio: creando) vuoti normativi, spianerebbe il campo alle pressioni politiche a livello locale. Tensioni probabilmente più invisibili, esercitate su individui più controllabili (non c’è una norma scritta, a proteggerli, e dunque l’intera loro battaglia si gioca nell’incertezza delle conseguenze di scelte non consigliate) – le vessazioni quotidiane, i piccoli soprusi psicologici, fanno meno scalpore delle battaglie giudiziarie.
Non scrivere nero su bianco i diritti dell’individuo non equivarrebbe, in questo caso, ad una scelta liberale, ma ad una scelta  liberticida.

(e di Odifreddi, quando sclera)

Sono queste, secondo Bosetti, alcune delle ragioni che devono spingere i laici a ritrovare la propria forza a partire dal riconoscimento della natura della religione come “forma permanente e molto sostanziosa della vita sociale e non solo della vita intima delle coscienze”. E dunque dall’urgenza di recidere il legame con quei “laici furiosi” che, per vocazione di categoria o nostalgia di battaglie novecentesche gloriose e ormai archiviate, rischiano di trascinare ogni altro laico nella sconfitta.

E c’è anche il consiglio al bel libro di Marino, dentro. Ecco.

Un po’ di consigli sparsi:

  • questo stupendo libro di Gilles Dorronsoro, sull’Afghanistan;
  • quest’altro libro di Jarret Brachman, su al Qaida;
  • il nuovo, bell’articolo di Andrea Romano, che anche quando rispolvera argomenti triti scrive talmente da dio che non ci si può esimere dal leggerlo;
  • una traccia dell’irrilevanza dei confini dall’Economist;
  • il nuovo, sorprendente singolo degli Arctic Monkeys, da cui la stragrande maggioranza di noi non si aspettava nulla, e men che meno quest’impossibile incrocio tra Lee Hazlewood, Nick Cave e gli Interpol (il video è inguardabile, avete ragione);
  • la sigla d’apertura di Paranoia Agent. Se ancora non lo conoscete, e se a sentir pronunciare il nome di Satoshi Kon non scattate subito sull’attenti drizzando orecchie, occhi, muso e qualunque muscolo facciale drizzabile, non avete ancora fatto conoscenza con il probabile erede di Hayao Miyazaki. Pare che su YouTube si trovino tutti gli episodi in inglese; assieme, tra le altre cose, a quell’indiscutibile capolavoro che è Millennium Actress;
  • un altro ottimo articolo dell’Economist, sulla parzialità di giudizio del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e le sue nefaste conseguenze.

Happy trails!

Emerge una storia fantastica, sebbene non tanto inaudita quanto vorrebbe far intendere l’autore dei due articoli, Michael Binyon: alla vigilia del crollo del muro di Berlino, la Thatcher non voleva una Germania riunificata. Nel corso di una parte segretata dei colloqui con Gorbačëv del 1989 (e, si presume, per molto tempo prima di quella data e durante l’anno successivo al crollo del muro) lo diede ad intendere in maniera esplicita, quasi brutale.

Il pezzo più bello, comunque, è il secondo. In cui Binyon indulge in una visione romanticizzata della storia che, per quanto parziale e poco realistica, si avvicina molto agli effetti di quelli che gli studiosi del mio campo chiamano mutamenti sistemici: nella fattispecie, la fine del mondo bipolare. Momenti in cui la natura e la stessa costituzione delle relazioni internazionali sembrano entrare in crisi; in cui l’imprevedibilità del dopo spinge ad agire da free riders nel presente, a non mantenere le promesse, a disattendere le alleanze. Così si amplificano quei trend di caotica incertezza che seguono il crollo delle grandi (o super-) potenze, e preconizzano le spinte alla frammentazione nelle cosiddette anarchie immature: sistemi regionali non consolidati, un tempo tenuti assieme dal collante della minaccia d’intervento esterno di un egemone terzo (essenzialmente estraneo, cioè, al conflitto intra-statale; e coinvolto solo per scelta), che si sgretolano e vanno in pezzi con disarmante facilità. Su di loro, incidentalmente, sto scrivendo una tesi.
Il 1989-1991 fu un periodo in cui erano ipotizzabili capolinea storici, in cui vedevano la luce (per proliferare poi) le più strambe teorie sulla prosecuzione del bipolarismo; in cui l’Occidente si risvegliava dal lungo sonno sotto il doppio cappello nucleare, e realizzava di essere agente e paziente, causa prima e preda, di un sentimento radicalmente differente rispetto all’astio sospeso (e ambiguo) che impregnava le relazioni con i sovietici: la solitudine.

(hat tip: Sergio, via Sullivan)

Angelo Panebianco, in uno degli editoriali più letti degli ultimi giorni, sintetizza egregiamente i sommovimenti della politica vaticana nel declino dell’era berlusconiana.

Dal momento che lui ha detto tutto, e sommamente bene, passerei ad interrogarmi su altri riposizionamenti. Per esempio, quello intercorso nell’animo e nella penna del nostro Panebianco, un tempo strenuo difensore del centrodestra del Cav., una volta subodorato che quello sgrondare del sottobosco politico cominciava a spingere verso una ridiscussione della leadership.

Una mossa da vero politico. In odore di poltrona, no?

Stavo riandando agli editoriali della Stampa che avevo lasciati indietro per mancanza di tempo, e ragazzi, finalmente qualcuno alza la voce. Pietro Garibaldi fa notare che erano lustri che il dibattito estivo non s’imperniava sulla nuova manovra finanziaria, e che all’opposto quest’anno il governo, e assieme a lui l’informazione, avrebbero deciso di ignorare l’argomento. Che pure dovrebbe essere tra i più sensibili, nell’anno del massimo picco della crisi economica e del pericolo di stagnazione che sembra ne stia conseguendo.

Quella linkata sopra è una lettura essenziale per prepararsi ad un settembre che spereremmo infuocato. Perché se davvero il Pd decidesse di non sollevare la testa e portare in primo piano una discussione che il governo sta cercando di far passare sottotraccia, perderebbe due fondamentali occasioni: quella di chiarire le posizioni sulla politica economica e di sviluppo dei suoi tre candidati alle primarie di ottobre; e, una volta scelta la faccia del leader dell’opposizione, quella di articolare con efficacia un’alternativa ai piani del governo, frapponendosi ad un iter legislativo che, mosso dall’opportunistico impeto di Palazzo Chigi, si troverà sicuramente già in una fase avanzata di discussione.

E’ utile ricordarlo: la legge finanziaria stabilirà a cosa lo stato debba destinare la quantità di denaro che annualmente gli devolviamo attraverso il pagamento delle tasse, affinché ci assicuri servizi efficienti. Questa legge stabilisce cosa tagliare per ridimensionare le voci di spesa statali, include gli accantonamenti per le riforme dei sussidî sociali, coinvolge le previsioni della spesa pensionistica, e finanzia i fondamentali provvedimenti d’emergenza (quelli anticrisi) e gli investimenti per lo sviluppo.

Le decisioni sulla destinazione delle risorse economiche sono decisioni sul nostro futuro, sulle direttrici immediate e di medio periodo verso le quali il gioco politico indirizza il nostro sistema-paese. E i partiti, gli esperti, gli intellettuali e l’Italia intera hanno un tremendo bisogno di tornare a discutere di questo futuro.

Una settimana fa [così scrivevo il 12 agosto, ndTeo], Angelo Panebianco è tornato su un tema che studia da anni: quello della deriva moralista della sinistra e del centrosinistra italiani. E’ un argomento che ha attraversato varie vicissitudini, scottante al tempo delle Coop rosse e degli scandali e scandaletti che avrebbero coinvolto alcuni esponenti di spicco del governo Prodi o dei partiti dell’allora maggioranza, poi rientrati; tacitato e lasciato andare a fondo – assieme, spesso, alla questione della laicità – quando la gestione delle poltrone tra le varie anime e correnti del partito maggioritario di sinistra diventava abbastanza complicata per se da suggerire una ricomposizione delle divergenze. Ricomposizione che non di rado scade nell’annacquamento di tutte le posizioni in una camera di compensazione che produce un documento pubblico unitario contenente non una linea precisa, ma il vuoto pneumatico.

Dell’articolo è encomiabile la sintesi con cui si prova a spiegare la gestazione e la scelta del moralismo:

[Dopo il 1989, o]rfana del comunismo, la sinistra non seppe far altro, anche aggrappandosi agli aspetti peggiori dell’eredità di Berlinguer (la diversità antropologica, l’austerità), che mettersi a gridare «al ladro ». In parte, per blandire le procure impegnate nelle inchieste sulla corruzione, offrendo loro una alleanza politica di fatto (e sperando così di limitare i danni) e in parte perché non aveva altra identità a cui aggrapparsi.

Sovente a sinistra c’è chi si rifugia nella scusa che dell’appello all’anti-moralismo si sia appropriato il Foglio: organo di Berlusconi più che del PdL, fucina di atei devoti, è autore di una fervente campagna filo-craxiana contro il giustizialismo di Mani Pulite. Il ragionamento è semplice: qualunque consiglio quel giornale dia al Pd avrà naturalmente il secondo fine di azzoppare il partito d’opposizione, o almeno quello di frantumarlo in quel marasma di posizioni individuali nel quale il partito tipicamente sprofonda, ad ogni scontro sui confini morali in politica.

Vorrei poter essere rassicurante ed escluderlo, ma in buona fede non posso: è vero che il problema dell’eccesso di moralizzazione della politica è forse il più impervio, e passibile di generare forti incomprensioni, soprattutto in periodo precongressuale. Eppure, più ci penso e più mi sembra anche l’unico tema sopra il quale varrebbe la pena di mettere le cose in chiaro, perché:

sposando il moralismo, riducendo la politica a una questione di santi e di reprobi, ci si imbatte sempre, prima o poi, in qualcuno che si dichiara più santo di te. La principale ragione per cui il Pd subisce da mesi e mesi, senza reagire, l’offensiva di Di Pietro, è che, dopo quindici anni di confusione fra moralismo e etica pubblica, esso si ritrova con buona parte dei suoi elettori e militanti in sintonia ideologica con il dipietrismo.

Buona fortuna.

Nuovo, splendido articolo di Andrea Romano.

È forse la vendetta dell’insularità, il mito fondativo che da sempre sta all’identità britannica come la frontiera all’orizzonte simbolico statunitense? […]

[L]’incubo di un’insularità che da confine protettivo diventa recinto invalicabile di una malattia misteriosa e incontrollabile, che risparmia l’Europa ma condanna i britannici ad uno scenario di probabile estinzione.

Per inciso: titolo così perché non fosse stato per la comparsa della provvidenziale pulzella i Plantageneti avrebbero conservato un piede in Francia, e con ogni probabilità a causa di quel lembo conquistato e strenuamente difeso la storia del continente e la percezione dei britannici nei confronti della terraferma sarebbero state profondamente diverse.

The Smoking Gun divulga la dichiarazione (p. 2) che il Presidente Nixon avrebbe dovuto pronunciare nel caso in cui il modulo lunare non fosse riuscito a ripartire per riagganciarsi alla navicella Apollo che orbitava ad una ventina di chilometri di distanza dalla superficie lunare.
Un particolare che è passato inosservato è in conclusione:

A clergyman should adopt the same procedure as a burial at sea, commending their souls to “the deepest of the deep,” concluding with the Lord’s Prayer.

Fateci caso: ad un diritto internazionale dell’aria che, nei decenni precedenti, aveva preso forma attraverso una sostanziale estensione del diritto internazionale marittimo, corrispondono pratiche cerimoniali (funebri) simmetriche.
Il naufrago nelle vastità siderali è il disperso nelle profondità oceaniche.