Una settimana fa [così scrivevo il 12 agosto, ndTeo], Angelo Panebianco è tornato su un tema che studia da anni: quello della deriva moralista della sinistra e del centrosinistra italiani. E’ un argomento che ha attraversato varie vicissitudini, scottante al tempo delle Coop rosse e degli scandali e scandaletti che avrebbero coinvolto alcuni esponenti di spicco del governo Prodi o dei partiti dell’allora maggioranza, poi rientrati; tacitato e lasciato andare a fondo – assieme, spesso, alla questione della laicità – quando la gestione delle poltrone tra le varie anime e correnti del partito maggioritario di sinistra diventava abbastanza complicata per se da suggerire una ricomposizione delle divergenze. Ricomposizione che non di rado scade nell’annacquamento di tutte le posizioni in una camera di compensazione che produce un documento pubblico unitario contenente non una linea precisa, ma il vuoto pneumatico.

Dell’articolo è encomiabile la sintesi con cui si prova a spiegare la gestazione e la scelta del moralismo:

[Dopo il 1989, o]rfana del comunismo, la sinistra non seppe far altro, anche aggrappandosi agli aspetti peggiori dell’eredità di Berlinguer (la diversità antropologica, l’austerità), che mettersi a gridare «al ladro ». In parte, per blandire le procure impegnate nelle inchieste sulla corruzione, offrendo loro una alleanza politica di fatto (e sperando così di limitare i danni) e in parte perché non aveva altra identità a cui aggrapparsi.

Sovente a sinistra c’è chi si rifugia nella scusa che dell’appello all’anti-moralismo si sia appropriato il Foglio: organo di Berlusconi più che del PdL, fucina di atei devoti, è autore di una fervente campagna filo-craxiana contro il giustizialismo di Mani Pulite. Il ragionamento è semplice: qualunque consiglio quel giornale dia al Pd avrà naturalmente il secondo fine di azzoppare il partito d’opposizione, o almeno quello di frantumarlo in quel marasma di posizioni individuali nel quale il partito tipicamente sprofonda, ad ogni scontro sui confini morali in politica.

Vorrei poter essere rassicurante ed escluderlo, ma in buona fede non posso: è vero che il problema dell’eccesso di moralizzazione della politica è forse il più impervio, e passibile di generare forti incomprensioni, soprattutto in periodo precongressuale. Eppure, più ci penso e più mi sembra anche l’unico tema sopra il quale varrebbe la pena di mettere le cose in chiaro, perché:

sposando il moralismo, riducendo la politica a una questione di santi e di reprobi, ci si imbatte sempre, prima o poi, in qualcuno che si dichiara più santo di te. La principale ragione per cui il Pd subisce da mesi e mesi, senza reagire, l’offensiva di Di Pietro, è che, dopo quindici anni di confusione fra moralismo e etica pubblica, esso si ritrova con buona parte dei suoi elettori e militanti in sintonia ideologica con il dipietrismo.

Buona fortuna.