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Finalmente un’opinione degnamente argomentata sul caso Marrazzo.

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Sondaggio del Corriere della Sera aggiornato alle 22.06 del 24 ottobre 2009, a meno di nove ore dall’apertura dei seggi.
Come da – ovvia – avvertenza; ma quanto mi divertirebbe, ci fosse anche soltanto una punta di verità!

Update 27/10. Beh, l’ordine d’arrivo era corretto.

Un genio.

Commemorando la morte di Norman Borlaug, Dario Bressanini ha pubblicato un famoso grafico che lo scienziato disegnò per illustrare i benefici della sua ‘rivoluzione verde‘. Si tratta di una stima della percentuale di terra risparmiata per produrre la stessa quantità di cibo, grazie all’impiego delle biotecnologie e di nuovi metodi di coltivazione.
Borlaug diceva:

Chiedo spesso ai critici della moderna tecnologia agricola: come sarebbe stato il mondo senza gli avanzamenti tecnologici che sono accaduti? Coloro che professano delle preoccupazioni per l’ambiente, considerino l’impatto positivo risultante dall’applicazione delle tecnologie fondate sulla scienza. Se nel 1999 avessimo ancora avuto le rese mondiali di cereali del 1961 (1.531 kg per ettaro), avremmo avuto bisogno di quasi 850 milioni di ettari di terreno in più, e della stessa qualità, per produrre i 2.06 miliardi di tonnellate di cereali prodotti nel 1999.
È ovvio che quella terra non era disponibile, e certamente non nella popolosa Asia. Oltretutto, anche se fosse stata disponibile, pensate all’erosione del suolo e alla perdita di foreste, praterie e fauna selvatica che avremmo causato se avessimo cercato di produrre quella quantità di cereali con la vecchia tecnologia a basse rese.

Non che non si possano avere dubbi.
E’ anzitutto vero che in Europa possiamo permetterci di sostenere un costo aggiuntivo, in favore della conservazione dei prodotti tipici. E che le decisioni delll’Unione e le sentenze della Corte di Giustizia Europea talvolta si rivelano controverse, quando non del tutto insensate: con l’attribuire i marchi DOP e IGP ad alcuni prodotti a discapito di altri, e forse con il bandire per motivi igienico-sanitari dalla produzione casearia e salumiera l’utilizzo di certi microrganismi impiegati per tradizione. Questa sensibilità occidentale ha poco a che vedere con il problema della denutrizione nel mondo: se ne può comunque discutere parecchio.

Un’altra critica che ho sentito parecchie volte sostiene che il ripopolamento con semi molto resistenti può rivelarsi controproducente per due ordini di motivi: anzitutto, per la sua potenziale irreversibilità. Un organismo geneticamente modificato potrebbe rivelarsi evolutivamente tanto resistente da minacciare di estinzione la semente precedente, e da rendere difficile il reinserimento della specie più debole precedente in casi d’emergenza. Proprio la possibilità di emergenze sanitarie non previste, causate dall’introduzione della nuova varietà in the wild, sono il secondo motivo per cui l’introduzione delle sementi potrebbe rivelarsi problematica.  Lascerei da parte i problemi di gusto, ben poco influenti, ed esaminerei quelli nutrizionali. Ciò che gli ambientalisti temono di più sono gli effetti collaterali di medio-lungo periodo: la sostituzione di un certo tipo di pianta con un’altra potrebbe rivelarsi la scelta sbagliata da un punto di vista alimentare, o addirittura sanitario; e la sua difficile reversibilità provocherebbe effetti devastanti all’agricoltura (la produzione aumenta, ma il raccolto è tossico, solo parzialmente commestibile, ha bisogno di subire un trattamento particolare, ecc.). Personalmente non dispongo degli strumenti adatti a stabilire quanto siano adatti i test di laboratorio e di serra attuali: mi è dunque difficile intervenire nel dibattito sulla quantità e qualità della regolazione che sarebbe corretto applicare su ogni nuova varietà prodotta. Si tratta comunque di fare un bilancio serio, e di comprendere che, per quanto possa variare nella sua formulazione, il principio di precauzione non può essere frainteso per un principio di preclusione.

Terzo argomento degli avversari degli OGM: alcune caratteristiche territoriali strutturali rendono alcuni luoghi più ospitali di altri, alcuni terreni più fertili di altri. A parità di tecnologia esisterà sempre un posto in cui una varietà può crescere e un’altra no, e dove quella stessa varietà cresce più alta, grande, forte, nutriente. Il fattore locale è ineliminabile. Questo argomento fatalista non può essere del tutto accettato, e di certo non in una formulazione così generale, che sembra implicare la negazione della necessità di decisione politica. Si tratta, al contrario, di condurre specifiche analisi costi-benefici, che rientrano sicuramente all’interno di una discussione sia tecnica, sia politica. Chi prendesse parte a quel dialogo dovrebbe proporre la soluzione di diversi quesiti: quale si prevede sarà l’impatto della varietà introdotta sui prodotti del luogo; di quanto aumenterebbe, in media, la resa di vari tipi standard di appezzamenti di terreno; come si prevede che le comunità locali si adatteranno alla produzione e al consumo delle nuove varietà; qual è la soglia oltre la quale siamo disposti a scambiare l’impatto ambientale con la pancia più piena delle comunità nelle quali la varietà verrebbe introdotta.

Un ultimo, grande problema viene sollevato da chi pensa che le rivoluzioni verdi siano addirittura deleterie per quanto riguarda la presenza umana sul pianeta. Se l’introduzione di sempre nuove tecnologie non aumentasse la produzione per ettaro, la popolazione mondiale avrebbe subìto pressioni molto maggiori in passato, e per questo il numero di esseri umani presenti sulla Terra sarebbe aumentato ad un ritmo molto meno rapido. Al costo di numerose decine di milioni di morti in più, la popolazione umana si sarebbe quasi stabilizzata attorno al suo numero massimo. C’è di più: oggi siamo messi anche peggio: il numero assoluto di persone che soffrono di malnutrizione o denutrizione è più grande che alla fine degli anni Sessanta. Questo argomento è potente, ma incontra almeno tre ordini di obiezioni: anzitutto, la tecnologia serve proprio a spostare più in là il limite dell’efficienza delle risorse utilizzabili dagli uomini. E’ probabile che, come dice Borlaug, senza le nuove tecnologie la foresta amazzonica sarebbe stata disboscata ad un ritmo ancora più frenetico, per far posto ai campi e alle coltivazioni di una comunque crescente popolazione umana. Inoltre, una popolazione che vive costantemente attorno al limite delle proprie possibilità non evita che alcuni strati della società vivano al di sopra di questo limite, relegando gli altri ad una vita di stenti. Anzi: più ci avviciniamo al punto di esaurimento delle risorse, più è possibile che le differenze tra ceti ricchi e ceti poveri si facciano acute. Infine, c’è da considerare l’altissimo numero di guerre e tensioni locali che provocherebbe questa vita sempre ai margini. Non è un caso che l’Africa, dove la rivoluzione verde di Borlaug ha incontrato le maggiori difficoltà ed è fallita, sia rimasta un continente che dipende più di ogni altro dagli aiuti umanitari, oltre ad essere il più martoriato al mondo dalle guerre civili. Queste guerre nascono spesso, oltre che da un approccio predatorio e personalistico alla cosa pubblica, dall’insanabile competizione che s’ingenera quando è in gioco il controllo e la distribuzione di risorse scarsissime. Alzando l’asticella, la tecnologia ci permette di respirare, di attenuare l’asfissiante competizione per le risorse. Senza rivoluzioni verdi è probabile che il mondo sarebbe stato in passato, e sarebbe rimasto tutt’ora, un posto ancora più violento.

Tutti gli esseri umani del mondo crollano addormentati per due minuti e diciassette secondi. Gli aerei in volo manuale precipitano, chi sta viaggiando in macchina si schianta. I miliardi di superstiti si chiedono cosa sia potuto succedere, e scoprono di avere avuto, tutti, una visione: una finestra su quello che ognuno di loro starà facendo tra qualche mese, la notte del 29 aprile 2010 (fuso orario di Los Angeles). L’FBI indaga: molte visioni corrispondono. Qual è stata la causa di quest’incidente, e c’è la possibilità che si ripeta? Il futuro visto da tutti è ineluttabile, o può essere modificato? E si tratta per tutti dello stesso futuro?
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Se volete avere un esempio di come non si dovrebbe recensire, leggete pure qui.

In realtà, FlashForward è una figata, o quasi. E sì, c’è più d’una ragione per paragonarlo a Lost; ma andiamo con ordine. Intanto, la trasmissione degli episodi è giunta appena alla quarta puntata delle venticinque previste: la serie ha già assunto dei tratti definiti, quindi di quelli possiamo discutere ma a quelli, appunto, dovremo attenerci. Difetti ce ne sono, in quantità, e sono suppergiù quelli cui accennava Davaz (in quel link poco sopra). Primo, la scrittura è scadente: la trama frana a valle da sola, travolgendo i personaggi anziché farsene trasportare. Perché un’investigatrice esperta d’informatica convinca un suo collega a condividere la sua esperienza in un database a cui hanno accesso altre 900.000 persone saranno sufficienti tra le tre e le cinque battute. E questo collega – toh, un coreano che sta con una nera, un bel modello di integrazione razziale: Ringo People – riceverà a tempo di record una telefonata anonima che gli spiegherà per quale motivo dovrà morire. E’ un suggerimento subliminale a non divulgare dati sensibili sul nostro account Facebook?

Secondo, il cast è stato scelto con crismi peggiori di quelli con cui hanno reclutato gli attori di Lost: fa addirittura la sua comparsa qualche riciclato da Heroes (Greg Grunberg), serie non nota per le spettacolari performance dei suoi attori. Alcuni di loro sono inespressivi, l’altra parte overreacts, e gli appartenenti ad entrambe le categorie sono mediocri; i pochi buoni (Barry Shabaka Henley) cadono vittime dei dialoghi che sono costretti a recitare, e sono tristemente relegati a ruoli marginali. [update a parziale correzione: Dominic Monaghan, un riciclato da Lost – è Charlie – , qui ha assunto un ruolo centrale ed è anche riuscito ad entrare perfettamente nel personaggio. Bravo lui]

Ma le ragioni per le quali questi problemi non fanno della serie ‘una cagata pazzesca’ emergono innanzitutto se si tiene conto del fatto che quelli che ho elencati sono i difetti della stragrande maggioranza delle produzioni in syndication americane, specialmente di casa ABC; e che FlashForward non si ferma a questi problemi strutturali. Prima di tutto, il pilot è girato alla perfezione (stiamo sempre utilizzando parametri di giudizio adattati al mondo dei serial, differenti per necessità di produzione da quelli di un film): la regia regala due o tre scene magistrali grazie a movimenti di macchina calibrati al millimetro, la fotografia è grandiosa (patinata quanto Lost), le scene in digitale più che credibili, i ritmi del montaggio ottimi. Anche la scrittura dell’episodio è superiore a quella dei successivi: proprio perché la serie si apre come se fosse un disaster-movie il paragone con la prima puntata di Lost regge più che altrove, e FlashForward non sfigura affatto. Se dalla descrizione pensate che la serie non vi interessi, fatevi un favore, e almeno guardate la prima puntata.

Inoltre, il nocciolo di idee originali di quella che Davaz ha definita “una parodia delle serie tv sci-fi” emerge proprio attraverso il pretesto fantascientifico della serie, ovvero la frattura temporale, anticamera dei paradossi.  FlashForward trae linfa dallo stesso stratagemma che segnò l’inizio del crollo narrativo di Lost. In Lost fu proprio quello il momento in cui, sotto il peso di un’impalcatura che sommava mistero a mistero, ormai sommerso il Grande Disegno a causa dell’ipertrofia delle linee narrative secondarie, gli autori si ritrovarono ad architettare la gabola dell’instabilità temporale (ahah, li abbiamo fregati! Un altro paio di serie incollati ad A spasso nel tempo). Qui, invece, di salto nel tempo ce n’è uno soltanto: è un salto nel futuro ed è un salto collettivo; lo spettatore si può perciò concentrare sulle sue conseguenze.

Mirabile dictu, il paradosso risolleva una trama castigata dalla scrittura, e funziona da ricostituente al mediocre tratteggio dei personaggi, arricchendoli del dramma personale del loro destino, ancora da venire e tuttavia, a quanto sembra, irrimediabile. Tra l’altro, ogni personaggio si accosta al suo destino con sentimenti diversissimi, a seconda che ciò che abbia visto (o non visto) corrisponda a quelli che sono i suoi desideri presenti. Il trauma dell’esperienza di una realtà altra, eppure strettamente personale, conferisce alla serie un’insperata consistenza, ed evita di destinare i personaggi a quegli scheletri vuoti preda delle esigenze del copione che pure sarebbero potuti diventare.

Non a caso una delle scelte migliori è stata proprio quella di modificare il soggetto da cui origina la serie, anticipando in maniera drammatica l’ambientazione del ‘flash forward‘ subìto dalla popolazione mondiale: nel libro scritto da Robert James Sawyer i personaggi sperimentano visioni di un futuro lontano ventun anni, mentre in questo caso la distanza del vaticinio è stata ridotta a meno di un anno.  Il tempo della serie e il tempo reale arrivano a coincidere, ed è molto probabile che la puntata finale veda la luce su ABC, e in contemporanea in Italia, attorno al 29 aprile 2010.

Le implicazioni di questa scelta sono ancora tutte da valutare; ma visto che le migliori sorprese sembrano arrivare dai colpi di scena provocati dalla conoscenza anticipata di miliardi di avvenimenti futuri (seppur circostanziati a brevi frammenti di un paio di minuti), nutro ottime speranze per il prosieguo della stagione.

Aggiornamento. Oggi ho visto la quarta puntata – per la prima volta in lingua originale. Non solo sembra essere ottima, ma è scritta molto meglio di quanto la traduzione italiana facesse sperare. Alla luce di questo, e di un miglioramento sensibile della recitazione (non escludo di essere io, che sto cominciando ad abituarmi agli attori), la serie è sempre più consigliata.

Uno dei dischi one-man band più originali dell’anno. Una quantità di spettri dreamy si materializzano in un paio di vecchie scarpe da basket, che stridono sul parquet di una polverosa palestra di provincia. In quel doppio campionamento ripetuto all’infinito ci sono tutti i ricordi, presenti insieme in un punto (Green knight). Sono sferzate lo-fi, in incipit ed excipit. Poi nel mezzo affondi a velocità costante, ma soffici come burro, tra l’house e l’indiepop. Sul fondo torbido gorgogliano Cocteau Twins a bassa fedeltà, Human League di un’epoca senza spaventi: insonni, indolenti, in-.

Il passato non è ingombrante: tutt’al più è un verme nudo, sgusciato del suo stesso campionario di effetti, che qui si rifiutano di prenderne in carico la forma. Ne resta la scorza, e un profondo riflusso nostalgico, mentre le melodie sono alternativamente risucchiate verso Cut Copy in endorfina (Graphics), embrioni di Chad vanGaalen fuori su cauzione nel 1986 (Bicycle), Montgolfier Brothers imberbi come Khonnor e con microfoni inadeguati (Swimming field); fino a quel passaggio dalle parti dell’ambient della trilogia berlinese, spaventati dall’esistenza di Autechre (Pink stones), per chiudere ruttando un disco breve (40′), punteggiato di saturazioni, sempre sommessamente lo-fi (Run out).
Siete davanti ad un modernissimo flusso pop, il cui unico cruccio è quello di rintuzzare la malinconia quando sembra diventare asfissiante (Stop talking). Non resta che proclamare sovieticamente il capolavoro, e due giornate di festa nazionale.
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A (s)proposito: i Durutti Column. Ripescateli. Sono impressionanti, davvero.

(immagine: ©edoardo.baraldi)

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Aldo Cazzullo – non un geniaccio, ma poteva andare peggio – intervista Paola Binetti dopo il perfido harakiri del Pd sull’aggravante generica contro l’omofobia (per il quale, comunque, lei non ha alcuna colpa):

Quindi lei in politica dove si colloca?
«Nel centro che guarda a sinistra. Per senso di giustizia e sensibilità sociale. Anche nei confronti degli omosessuali. Ho simpatia per loro. Sono sensibile a tutti coloro che possono rivelarsi deboli, avere problemi, essere discriminati. Non condivido le idee di Paola Concia, ma non permetterei mai che sia discriminata per le sue inclinazioni sessuali».
[…]
Se le facessero la domanda che costò a Buttiglione il posto di commissario europeo — cos’è per lei l’omosessualità —, cosa risponderebbe?
«È una variabile del comportamento sessuale umano. Sono una sostenitrice dei diritti individuali degli omosessuali. Però non mi possono chiedere di rinunciare a pochi ma radicatissimi principi morali».

E’ un mezzo passo indietro, sicuramente sincero, ma insufficiente a rettificare le sue note posizioni sugli omosessuali: molto più radicali, intromissive, ingombre di pregiudizi. Se non sono omofobe, di certo legittimano il sentimento dell’omofobia.

D’altronde, quelle stesse posizioni sono testimoniate da decenni di pratica clinica, e dall’appartenenza ad una prelatura che fa dell’intolleranza un’ideologia, e del giustificazionismo scientifico una missione. Apparentemente illogica, ma dai chiari obiettivi politico-teologici.
Per cui possiamo ragionevolmente concludere che ciò che dice la Binetti in chiusura, cioè che:

«(…) Quando si costruisce un ponte, si lascia sempre una minuscola linea di frattura, un margine di flessibilità che lo salva dal terremoto. Sulle questioni etiche io sono quel margine di flessibilità. Non sono il problema; posso essere parte della soluzione».

è falso.

Me l’ero persa: ennesima uscita di un maledetto genio.

Quasi mi dispiace infierire, vista l’inevitabile pochezza di Barbarossa, primo lungometraggio lumbard. Ma questo, che palesa la sopraffina sottigliezza dei rimandi all’attualità e il minuzioso lavoro sulla psicologia dei personaggi, è davvero da non perdere.

Trattato di Lisbona – Articolo 19
(ex articolo 13 del TCE)

1. Fatte salve le altre disposizioni dei trattati e nell’ambito delle competenze da essi conferite all’Unione, il Consiglio (…) può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.

Ho seguito le dichiarazioni di voto in macchina, su Radio Radicale. E diamine, Alfie, mancava poco che tra tutti avesse ragione Italo Bocchino (PdL). Che, alla fine, compare tra quelli che hanno votato simbolicamente contro la pregiudiziale di costituzionalità proposta dall’UDC. Mangia nella ciotola: non sporcare in giro, Alfie.
Mentre ti pettino, ti faccio un esempio. Dopo un impervio estenuante esame in commissione, arriva in aula un testo promosso dall’opposizione, che prevede un’aggravante «per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato»: tu scodinzoli, ma ti viene fatto notare che, però, a questo punto sarebbe bene proteggere anche quelle minoranze riconosciute da un Trattato che a breve ci vincolerà, ma non ancora previste dal nostro ordinamento. Quel Trattato è il Trattato di Lisbona, il quale contiene disposizioni immediatamente applicabili, e qualifica alcune fattispecie come ‘discriminazioni’. Il testo che proponi ne tutela una (l’orientamento sessuale); non le altre due riconosciute nel Trattato: l’età e la disabilità. Proprio quella norma tesa a dissuadere dalla discriminazione, ingenererebbe una disparità di trattamento.

Ora. Una volta emerso l’evidente problema di costituzionalità, per quanto pretestuoso questo possa essere; e conscio del fatto che ad un esame alla Camera sarebbe stata sollevata la pregiudiziale da parte di qualunque partito a cui il testo non andasse a genio; non ti pare che  soltanto una cocciuta, velleitaria ricerca dello scontro sacrificherebbe norme di tale importanza, proposte di legge dall’iter lungo e tortuoso, per cercare di dare un burbero spintone alla maggioranza – spintone la cui strumentalità sarebbe peraltro stata riconosciuta nel giro di pochi minuti, fino a svelarlo per il tristo buffetto che è – ?

Se c’era una garanzia, era quella che anche un ritorno del testo in Commissione per i necessari emendamenti non l’avrebbe bloccato per sempre in quella sede: speciali accordi politici e consuetudini in via di consolidamento riservano all’opposizione la possibilità di inserire nel calendario dei lavori della Camera una minima percentuale di sue proposte legislative. Questa faceva parte di quel piccolo mazzetto di carte da giocare.
Invece niente: imponendo l’esame diretto da parte dell’emiciclo, la pregiudiziale è stata approvata e la proposta è caduta. Norma stralciata, un paio di urlacci da sinistra, polemiche sul voto della Binetti (sempre lei) e la dissidenza di qualche donna e uomo della maggioranza che ti fa pensare che era meglio se non si votava: poi si ritorna al solito tran tran, scodinzolio e tutto il resto.

Secondo noi (vero, Alfie?), ha ragione Anna Paola Concia (PD) ad essere furiosa con dei colleghi del genere (“il mio gruppo senza avvertirmi ha cambiato idea e ha votato contro la possibilità di tenere in vita questa legge con il suo ritorno in commissione“).
Non mi sono ancora fatto un’idea di chi sia il responsabile principale: se le logiche personali, i calcoli settarî, le macchinazioni di partito, o una potente – e troppo diffidente – lobby omosessuale. L’unica cosa di cui sono certo è che si è trattato di una stupidata galattica, che poteva essere evitata.
Dammi un bacino, Alfie.

[post irrazionale. Scusatelo]