Uno dei dischi one-man band più originali dell’anno. Una quantità di spettri dreamy si materializzano in un paio di vecchie scarpe da basket, che stridono sul parquet di una polverosa palestra di provincia. In quel doppio campionamento ripetuto all’infinito ci sono tutti i ricordi, presenti insieme in un punto (Green knight). Sono sferzate lo-fi, in incipit ed excipit. Poi nel mezzo affondi a velocità costante, ma soffici come burro, tra l’house e l’indiepop. Sul fondo torbido gorgogliano Cocteau Twins a bassa fedeltà, Human League di un’epoca senza spaventi: insonni, indolenti, in-.

Il passato non è ingombrante: tutt’al più è un verme nudo, sgusciato del suo stesso campionario di effetti, che qui si rifiutano di prenderne in carico la forma. Ne resta la scorza, e un profondo riflusso nostalgico, mentre le melodie sono alternativamente risucchiate verso Cut Copy in endorfina (Graphics), embrioni di Chad vanGaalen fuori su cauzione nel 1986 (Bicycle), Montgolfier Brothers imberbi come Khonnor e con microfoni inadeguati (Swimming field); fino a quel passaggio dalle parti dell’ambient della trilogia berlinese, spaventati dall’esistenza di Autechre (Pink stones), per chiudere ruttando un disco breve (40′), punteggiato di saturazioni, sempre sommessamente lo-fi (Run out).
Siete davanti ad un modernissimo flusso pop, il cui unico cruccio è quello di rintuzzare la malinconia quando sembra diventare asfissiante (Stop talking). Non resta che proclamare sovieticamente il capolavoro, e due giornate di festa nazionale.
.

A (s)proposito: i Durutti Column. Ripescateli. Sono impressionanti, davvero.