Tutti gli esseri umani del mondo crollano addormentati per due minuti e diciassette secondi. Gli aerei in volo manuale precipitano, chi sta viaggiando in macchina si schianta. I miliardi di superstiti si chiedono cosa sia potuto succedere, e scoprono di avere avuto, tutti, una visione: una finestra su quello che ognuno di loro starà facendo tra qualche mese, la notte del 29 aprile 2010 (fuso orario di Los Angeles). L’FBI indaga: molte visioni corrispondono. Qual è stata la causa di quest’incidente, e c’è la possibilità che si ripeta? Il futuro visto da tutti è ineluttabile, o può essere modificato? E si tratta per tutti dello stesso futuro?
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Se volete avere un esempio di come non si dovrebbe recensire, leggete pure qui.

In realtà, FlashForward è una figata, o quasi. E sì, c’è più d’una ragione per paragonarlo a Lost; ma andiamo con ordine. Intanto, la trasmissione degli episodi è giunta appena alla quarta puntata delle venticinque previste: la serie ha già assunto dei tratti definiti, quindi di quelli possiamo discutere ma a quelli, appunto, dovremo attenerci. Difetti ce ne sono, in quantità, e sono suppergiù quelli cui accennava Davaz (in quel link poco sopra). Primo, la scrittura è scadente: la trama frana a valle da sola, travolgendo i personaggi anziché farsene trasportare. Perché un’investigatrice esperta d’informatica convinca un suo collega a condividere la sua esperienza in un database a cui hanno accesso altre 900.000 persone saranno sufficienti tra le tre e le cinque battute. E questo collega – toh, un coreano che sta con una nera, un bel modello di integrazione razziale: Ringo People – riceverà a tempo di record una telefonata anonima che gli spiegherà per quale motivo dovrà morire. E’ un suggerimento subliminale a non divulgare dati sensibili sul nostro account Facebook?

Secondo, il cast è stato scelto con crismi peggiori di quelli con cui hanno reclutato gli attori di Lost: fa addirittura la sua comparsa qualche riciclato da Heroes (Greg Grunberg), serie non nota per le spettacolari performance dei suoi attori. Alcuni di loro sono inespressivi, l’altra parte overreacts, e gli appartenenti ad entrambe le categorie sono mediocri; i pochi buoni (Barry Shabaka Henley) cadono vittime dei dialoghi che sono costretti a recitare, e sono tristemente relegati a ruoli marginali. [update a parziale correzione: Dominic Monaghan, un riciclato da Lost – è Charlie – , qui ha assunto un ruolo centrale ed è anche riuscito ad entrare perfettamente nel personaggio. Bravo lui]

Ma le ragioni per le quali questi problemi non fanno della serie ‘una cagata pazzesca’ emergono innanzitutto se si tiene conto del fatto che quelli che ho elencati sono i difetti della stragrande maggioranza delle produzioni in syndication americane, specialmente di casa ABC; e che FlashForward non si ferma a questi problemi strutturali. Prima di tutto, il pilot è girato alla perfezione (stiamo sempre utilizzando parametri di giudizio adattati al mondo dei serial, differenti per necessità di produzione da quelli di un film): la regia regala due o tre scene magistrali grazie a movimenti di macchina calibrati al millimetro, la fotografia è grandiosa (patinata quanto Lost), le scene in digitale più che credibili, i ritmi del montaggio ottimi. Anche la scrittura dell’episodio è superiore a quella dei successivi: proprio perché la serie si apre come se fosse un disaster-movie il paragone con la prima puntata di Lost regge più che altrove, e FlashForward non sfigura affatto. Se dalla descrizione pensate che la serie non vi interessi, fatevi un favore, e almeno guardate la prima puntata.

Inoltre, il nocciolo di idee originali di quella che Davaz ha definita “una parodia delle serie tv sci-fi” emerge proprio attraverso il pretesto fantascientifico della serie, ovvero la frattura temporale, anticamera dei paradossi.  FlashForward trae linfa dallo stesso stratagemma che segnò l’inizio del crollo narrativo di Lost. In Lost fu proprio quello il momento in cui, sotto il peso di un’impalcatura che sommava mistero a mistero, ormai sommerso il Grande Disegno a causa dell’ipertrofia delle linee narrative secondarie, gli autori si ritrovarono ad architettare la gabola dell’instabilità temporale (ahah, li abbiamo fregati! Un altro paio di serie incollati ad A spasso nel tempo). Qui, invece, di salto nel tempo ce n’è uno soltanto: è un salto nel futuro ed è un salto collettivo; lo spettatore si può perciò concentrare sulle sue conseguenze.

Mirabile dictu, il paradosso risolleva una trama castigata dalla scrittura, e funziona da ricostituente al mediocre tratteggio dei personaggi, arricchendoli del dramma personale del loro destino, ancora da venire e tuttavia, a quanto sembra, irrimediabile. Tra l’altro, ogni personaggio si accosta al suo destino con sentimenti diversissimi, a seconda che ciò che abbia visto (o non visto) corrisponda a quelli che sono i suoi desideri presenti. Il trauma dell’esperienza di una realtà altra, eppure strettamente personale, conferisce alla serie un’insperata consistenza, ed evita di destinare i personaggi a quegli scheletri vuoti preda delle esigenze del copione che pure sarebbero potuti diventare.

Non a caso una delle scelte migliori è stata proprio quella di modificare il soggetto da cui origina la serie, anticipando in maniera drammatica l’ambientazione del ‘flash forward‘ subìto dalla popolazione mondiale: nel libro scritto da Robert James Sawyer i personaggi sperimentano visioni di un futuro lontano ventun anni, mentre in questo caso la distanza del vaticinio è stata ridotta a meno di un anno.  Il tempo della serie e il tempo reale arrivano a coincidere, ed è molto probabile che la puntata finale veda la luce su ABC, e in contemporanea in Italia, attorno al 29 aprile 2010.

Le implicazioni di questa scelta sono ancora tutte da valutare; ma visto che le migliori sorprese sembrano arrivare dai colpi di scena provocati dalla conoscenza anticipata di miliardi di avvenimenti futuri (seppur circostanziati a brevi frammenti di un paio di minuti), nutro ottime speranze per il prosieguo della stagione.

Aggiornamento. Oggi ho visto la quarta puntata – per la prima volta in lingua originale. Non solo sembra essere ottima, ma è scritta molto meglio di quanto la traduzione italiana facesse sperare. Alla luce di questo, e di un miglioramento sensibile della recitazione (non escludo di essere io, che sto cominciando ad abituarmi agli attori), la serie è sempre più consigliata.