Commemorando la morte di Norman Borlaug, Dario Bressanini ha pubblicato un famoso grafico che lo scienziato disegnò per illustrare i benefici della sua ‘rivoluzione verde‘. Si tratta di una stima della percentuale di terra risparmiata per produrre la stessa quantità di cibo, grazie all’impiego delle biotecnologie e di nuovi metodi di coltivazione.
Borlaug diceva:

Chiedo spesso ai critici della moderna tecnologia agricola: come sarebbe stato il mondo senza gli avanzamenti tecnologici che sono accaduti? Coloro che professano delle preoccupazioni per l’ambiente, considerino l’impatto positivo risultante dall’applicazione delle tecnologie fondate sulla scienza. Se nel 1999 avessimo ancora avuto le rese mondiali di cereali del 1961 (1.531 kg per ettaro), avremmo avuto bisogno di quasi 850 milioni di ettari di terreno in più, e della stessa qualità, per produrre i 2.06 miliardi di tonnellate di cereali prodotti nel 1999.
È ovvio che quella terra non era disponibile, e certamente non nella popolosa Asia. Oltretutto, anche se fosse stata disponibile, pensate all’erosione del suolo e alla perdita di foreste, praterie e fauna selvatica che avremmo causato se avessimo cercato di produrre quella quantità di cereali con la vecchia tecnologia a basse rese.

Non che non si possano avere dubbi.
E’ anzitutto vero che in Europa possiamo permetterci di sostenere un costo aggiuntivo, in favore della conservazione dei prodotti tipici. E che le decisioni delll’Unione e le sentenze della Corte di Giustizia Europea talvolta si rivelano controverse, quando non del tutto insensate: con l’attribuire i marchi DOP e IGP ad alcuni prodotti a discapito di altri, e forse con il bandire per motivi igienico-sanitari dalla produzione casearia e salumiera l’utilizzo di certi microrganismi impiegati per tradizione. Questa sensibilità occidentale ha poco a che vedere con il problema della denutrizione nel mondo: se ne può comunque discutere parecchio.

Un’altra critica che ho sentito parecchie volte sostiene che il ripopolamento con semi molto resistenti può rivelarsi controproducente per due ordini di motivi: anzitutto, per la sua potenziale irreversibilità. Un organismo geneticamente modificato potrebbe rivelarsi evolutivamente tanto resistente da minacciare di estinzione la semente precedente, e da rendere difficile il reinserimento della specie più debole precedente in casi d’emergenza. Proprio la possibilità di emergenze sanitarie non previste, causate dall’introduzione della nuova varietà in the wild, sono il secondo motivo per cui l’introduzione delle sementi potrebbe rivelarsi problematica.  Lascerei da parte i problemi di gusto, ben poco influenti, ed esaminerei quelli nutrizionali. Ciò che gli ambientalisti temono di più sono gli effetti collaterali di medio-lungo periodo: la sostituzione di un certo tipo di pianta con un’altra potrebbe rivelarsi la scelta sbagliata da un punto di vista alimentare, o addirittura sanitario; e la sua difficile reversibilità provocherebbe effetti devastanti all’agricoltura (la produzione aumenta, ma il raccolto è tossico, solo parzialmente commestibile, ha bisogno di subire un trattamento particolare, ecc.). Personalmente non dispongo degli strumenti adatti a stabilire quanto siano adatti i test di laboratorio e di serra attuali: mi è dunque difficile intervenire nel dibattito sulla quantità e qualità della regolazione che sarebbe corretto applicare su ogni nuova varietà prodotta. Si tratta comunque di fare un bilancio serio, e di comprendere che, per quanto possa variare nella sua formulazione, il principio di precauzione non può essere frainteso per un principio di preclusione.

Terzo argomento degli avversari degli OGM: alcune caratteristiche territoriali strutturali rendono alcuni luoghi più ospitali di altri, alcuni terreni più fertili di altri. A parità di tecnologia esisterà sempre un posto in cui una varietà può crescere e un’altra no, e dove quella stessa varietà cresce più alta, grande, forte, nutriente. Il fattore locale è ineliminabile. Questo argomento fatalista non può essere del tutto accettato, e di certo non in una formulazione così generale, che sembra implicare la negazione della necessità di decisione politica. Si tratta, al contrario, di condurre specifiche analisi costi-benefici, che rientrano sicuramente all’interno di una discussione sia tecnica, sia politica. Chi prendesse parte a quel dialogo dovrebbe proporre la soluzione di diversi quesiti: quale si prevede sarà l’impatto della varietà introdotta sui prodotti del luogo; di quanto aumenterebbe, in media, la resa di vari tipi standard di appezzamenti di terreno; come si prevede che le comunità locali si adatteranno alla produzione e al consumo delle nuove varietà; qual è la soglia oltre la quale siamo disposti a scambiare l’impatto ambientale con la pancia più piena delle comunità nelle quali la varietà verrebbe introdotta.

Un ultimo, grande problema viene sollevato da chi pensa che le rivoluzioni verdi siano addirittura deleterie per quanto riguarda la presenza umana sul pianeta. Se l’introduzione di sempre nuove tecnologie non aumentasse la produzione per ettaro, la popolazione mondiale avrebbe subìto pressioni molto maggiori in passato, e per questo il numero di esseri umani presenti sulla Terra sarebbe aumentato ad un ritmo molto meno rapido. Al costo di numerose decine di milioni di morti in più, la popolazione umana si sarebbe quasi stabilizzata attorno al suo numero massimo. C’è di più: oggi siamo messi anche peggio: il numero assoluto di persone che soffrono di malnutrizione o denutrizione è più grande che alla fine degli anni Sessanta. Questo argomento è potente, ma incontra almeno tre ordini di obiezioni: anzitutto, la tecnologia serve proprio a spostare più in là il limite dell’efficienza delle risorse utilizzabili dagli uomini. E’ probabile che, come dice Borlaug, senza le nuove tecnologie la foresta amazzonica sarebbe stata disboscata ad un ritmo ancora più frenetico, per far posto ai campi e alle coltivazioni di una comunque crescente popolazione umana. Inoltre, una popolazione che vive costantemente attorno al limite delle proprie possibilità non evita che alcuni strati della società vivano al di sopra di questo limite, relegando gli altri ad una vita di stenti. Anzi: più ci avviciniamo al punto di esaurimento delle risorse, più è possibile che le differenze tra ceti ricchi e ceti poveri si facciano acute. Infine, c’è da considerare l’altissimo numero di guerre e tensioni locali che provocherebbe questa vita sempre ai margini. Non è un caso che l’Africa, dove la rivoluzione verde di Borlaug ha incontrato le maggiori difficoltà ed è fallita, sia rimasta un continente che dipende più di ogni altro dagli aiuti umanitari, oltre ad essere il più martoriato al mondo dalle guerre civili. Queste guerre nascono spesso, oltre che da un approccio predatorio e personalistico alla cosa pubblica, dall’insanabile competizione che s’ingenera quando è in gioco il controllo e la distribuzione di risorse scarsissime. Alzando l’asticella, la tecnologia ci permette di respirare, di attenuare l’asfissiante competizione per le risorse. Senza rivoluzioni verdi è probabile che il mondo sarebbe stato in passato, e sarebbe rimasto tutt’ora, un posto ancora più violento.