(per iMille)
 
 
Berlino ovest era accerchiata dall’est, e circondata dal muro. Restava collegata alla Germania federale solo attraverso strettissimi pertugî: qualche autostrada attentamente sorvegliata, la ferrovia, un aeroporto. Al suo interno militari francesi, inglesi e americani presidiavano in maniera congiunta le loro tre zone d’occupazione, ormai unificate. Per un lunghissimo anno gli occidentali avevano subìto il blocco sovietico di tutte le linee di comunicazione terrestri, ed avevano resistito alla tattica d’assedio grazie ad un ponte aereo nella riuscita del quale ben pochi confidavano. Vi fece seguito un’altalena di attriti e distensioni, mentre la Germania federale aderiva alla Ceca, alla Cee, alla Nato, e Berlino ovest confermava il suo status speciale di città presidiata. Trascorse un decennio, fino a quando la diplomazia bifronte di Chruščёv e la dottrina Hallstein innescarono la crisi più profonda, quella sfociata nell’innalzamento del muro. 1961. Dopo Suez, poco prima dei missili a Cuba, come in Ungheria: nel cuore dell’Europa. Berlino, schiacciata verso la patria prussiana, ex-capitale del Reich, adesso era divisa: un suo frammento, Pankow, era capitale della DDR; attorno a tutto il resto girava il cemento, punteggiato dai checkpoint.

Mosca trovava insopportabile che gli occidentali adibissero il loro lato a vetrina: standard di vita più elevati, David Bowie, Marlene Dietrich, Iggy Pop. Per quanto la Germania democratica fosse la punta di diamante dell’economia sovietica, non era che un paese in via di sviluppo se paragonata alla sua controparte federale. E infatti, a Berlino est come in molta parte della Germania comunista, la popolazione si sollevava periodicamente pur di riuscire a varcare la frontiera, così vicina. Con il muro i tedeschi dell’est posero fine allo stillicidio dei transfughi verso quella che consideravano un’illegittima enclave in territorio comunista.

Durante la guerra fredda Berlino fu il simbolo più significativo della polarizzazione ideologica. Più volte collegata dalla diplomazia sovietica allo stallo coreano, la situazione tedesca era di fatto ancora più complicata. Non soltanto perché la frontiera tra le due Germanie era il simbolo di un’Europa spaccata a metà e probabile campo di battaglia di una guerra generale; ma anche perché il confine si addentrava all’interno di una città, simbolo essa stessa di dominazione e conflitti, e la spartiva in due senza decretarne la neutralità.

Nonostante fossero politicamente divise, le due Germanie non diedero mai origine a due distinte identità tedesche. Proprio il cemento berlinese, simbolo di una separazione che si voleva definitiva, non poteva che costituire una soluzione temporanea, destinata a durare solo nei limiti dell’arco di tempo che la storia avrebbe riservato allo scontro tra Washington e Mosca. Il muro si rivelò un ostacolo debole e continuamente esposto alle spinte al ricongiungimento del volk tedesco, omogeneo per lingua e cultura, costretto a scegliere tra capitalismo e collettivismo più per vicissitudini storiche militari che a causa di una vera appartenenza ideologica. Non siamo a Kaliningrad, né in Transdnistria, o tra le enclaves dell’Europa orientale. E neppure a Lwów, oggi tutta dentro l’Ucraina ma culturalmente polacca. A Berlino le identità non erano contese; erano imposte. Eppure, le frontiere restarono perfettamente statiche per quarant’anni: perché se da un lato stabilivano dei confini, dall’altro fissavano anche i limiti dello scontro bipolare.

Sì, il dialogo politico, interno/internazionale, sullo status della città e delle due Germanie fu aspro, e le crisi frequenti. Ma lo scontro militare restò strutturalmente relegato fuori dall’Europa, affinché le due superpotenze non avessero pretesti per innescare quell’inarrestabile escalation nucleare che le avrebbe verosimilmente spazzate via. Solo così si spiega questa straordinaria cristallizzazione del conflitto europeo. L’inviolabilità delle frontiere sancita nell’Atto finale di Helsinki non fu che una formale presa d’atto delle esigenze bipolari, che garantirono all’Europa uno dei periodi di pace – seppur ‘tesa’ – più lunghi della storia moderna.

Poi, quel che avvenne esattamente vent’anni fa: preceduto dalle riforme polacca e ungherese, a Berlino il muro si sgretolava, il filo spinato veniva rimosso, i cavalli di Frisia dati alle fiamme. Le picconate inferte al muro furono il simbolo della rivolta al sistema sovietico che funse da catalizzatore per il rapidissimo affastellarsi di movimenti centrifughi, dai quali sorsero nazioni indipendenti, insieme nuove e antiche. Scorrere una lista dei passaggi di potere tra il 1989 e il 1991, quasi tutti pacifici, dà le vertigini.

Era la fine della guerra fredda e l’inizio del ‘momento unipolare’ statunitense. La firma dell’Einigungsvertrag sancì il riassorbimento della Germania orientale in quella occidentale. E così, dopo trent’anni dalla visita di Kennedy, l’accento dell’Ich bin ein Berliner arretrava su quel “uno”, soggetto collettivo: noi, un solo popolo, finalmente riunito. Una nuova epoca di pace!

Le speranze, tuttavia, sarebbero state disattese. L’entusiasmo per la liberazione di popoli e coscienze si trasformò rapidamente in una terrorizzante incertezza del ‘dopo’, che cominciò a serpeggiare in tutta Europa. Al rientro nelle loro case, abbandonate a causa di trasferimenti forzati o volontarî, le famiglie degli esuli poterono guardare in faccia i mali della sovietizzazione: il tessuto comunitario era rimasto sepolto sotto l’omologazione imposta dai partiti comunisti. Una violenta lacerazione della memoria storica si rivelò essere il trauma peggiore per chi non avrebbe voluto altro che tornare a casa: chiese, edifici storici, monumenti – quasi tutti erano stati fatti sparire dalle esigenze di un’ideologia che non ammetteva ulteriori appartenenze. Le identità erano state sradicate, e ci sarebbero voluti anni per ricostruirle.

Non solo. Nelle cancellerie europee, in particolare a Parigi e Londra, riaffiorava il timore di una Germania unificata, gigante economico e potenza militare. Era una paura rivolta verso la nazione cui gli europei attribuivano le cause di due guerre mondiali e dell’instabilità infrabellica. Ma fu proprio allora, alla fine della guerra fredda, che tutti dovettero riconoscere il ruolo fondamentale che quel periodo di silenziamento forzoso delle guerre per i confini aveva avuto nella creazione di uno spazio europeo pacificato. I conflitti tra le ex-grandi potenze erano stati vissuti e sentiti, ma le rivendicazioni frontaliere vennero progressivamente relegate ad agende secondarie, o addirittura rimosse, fino a non costituire più motivo di irredentismo politico, ma solo di dibattito storiografico. Gli Stati Uniti erano stati artefici e garanti dell’integrazione europea assecondando quelle spinte aggregative, economiche e militari, che finirono con l’imbrigliare l’Europa occidentale in un sistema di istituzioni pacifico e irrinunciabile. Al momento del crollo del muro, all’eterno ritorno dei sentimenti antitedeschi si opponeva ormai un quarantennio di storia condivisa.

Se le resistenze all’unità tedesca furono soltanto temporanee, la decennale opera di attivo disfacimento delle memorie patrie da parte di Mosca non sarebbe riuscita a frenare la riemersione dei nazionalismi, che proprio sulle memorie facevano affidamento, e che molti avevano ritenuto ormai incapaci di generare grandi livelli di violenza. Tutte quelle rivendicazioni di autodeterminazione etnica che in epoca sovietica – o, nel caso jugoslavo, titina – erano state riassorbite dalla frattura ideologica, adesso non potevano più essere trattenute nei loro argini. Il risorto nazionalismo etnico sarebbe stato all’origine di un lungo decennio di instabilità in Europa orientale: dalla repressione violenta delle minoranze magiare che condurrà alla caduta del regime romeno di Ceauşescu, all’incontrollabile frammentazione dei Balcani, alle guerre nel Caucaso.

Il muro era crollato, le tensioni bipolari svanite, eppure ai governi europei non si presentò davanti una escatologica ‘fine della storia’. I dividendi della pace furono incassati precipitosamente dai vincitori, che presto ebbero occasione di pentirsene, a mano a mano che s’inaugurava un periodo di fortissima instabilità all’interno dello spazio europeo. Anzi, gli eventi furono così traumatici che molti intellettuali aderirono ad una visione più ristretta di Europa, ancora vicina all’Europa occidentale di epoca sovietica –  escludendo ogni contesto violento o non democratico, che da quel momento sarebbe stato qualificato come marginale o eccezionale. Ciononostante oggi è proprio la Comunità europea, diventata Unione, a dotarsi di quegli strumenti istituzionali e quegli indirizzi politici che probabilmente entro un decennio chiuderanno in maniera formale un’era di fortissima incertezza. Le successive ondate d’inclusione dei paesi dell’Europa orientale, e i negoziati di questi mesi proprio con quei paesi balcanici nati dalla frammentazione nazionalistica (la Croazia e la Macedonia, forse anche il Montenegro), sono un passaggio necessario per decretare l’intangibilità dei loro confini e preservarli da nuove ridefinizioni violente. E, a pensarci bene, questa strategia di cooptazione politica ed economica ha avuto un modello cui ispirarsi: Berlino.