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Timothy Garton Ash si lascia prendere la mano e, scrivendo sull’antisemitismo nell’Europa orientale, declina verso quell’alta retorica anti-moralistica e in odore di plagio che è affine a quella dell’autore di questo blog.

Siamo tutti della stessa pasta, senza arrivare agli estremi. Non esistono i cattivi e gli eroi, lo stesso uomo e la stessa donna possono comportarsi in maniera terribile in un momento e splendida il momento dopo. Noi esseri umani sappiamo essere inferiori alle scimmie e superiori agli angeli. Siamo deboli, siamo forti. Portiamo il peso della colpa, rivendichiamo il diritto alla clemenza. Poi invecchiamo, ci ammaliamo e moriamo.

Auguri di buon Natale, Malvino.

[l’immagine a corredo l’avrei voluta utilizzare per un bel post anti-creazionisti, ma erano ormai due mesi che giaceva inutilizzata nel mio hard disk. Questo è il momento più adatto per darvela in pasto, direi. Per una resa migliore, sostituite “Darwin” con “Castaldi”].

Apprendo soltanto adesso della scomparsa di Igor.
Mi mancherà non leggerlo più. Davvero tanto.

Oltre ad essere il direttore della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, Salvatore Pirruccio è una persona meravigliosa. Giovanna Randa (Radio Radicale) l’ha intervistato (la trovate dal minuto 10.05 al 23.32) a conclusione del congresso biennale di Nessuno tocchi Caino, che l’amministrazione del carcere ha acconsentito si tenesse all’interno del penitenziario. Trascrivo qui parte delle cose che ha detto. Alcune servono da mero contorno. Le altre mi è venuta voglia di scriverle non perché siano particolarmente originali o innovative, ma per la semplice ragione che è ancora piuttosto raro trovare una persona aperta, disponibile e convinta delle cose che dice al vertice dell’amministrazione di una struttura carceraria. Alle certezze che Pirruccio ha maturato in anni di esperienza si accompagnano conferme statistiche clamorosamente significative e poco pubblicizzate.

– Randa: “Quanti detenuti avete?”.
Pirruccio: “Attualmente sono 820”.
R: “Per una capienza…?”.
P.: “Per una capienza originaria di 354-360 posti (…); poi immediatamente raddoppiat[a] – e, devo dire, fino al raddoppio gestiamo bene; non solo, ma credo che gli ospiti detenuti (…) preferisc[ano] stare in due in una stanzetta anziché da sol[i]. Certo, avere 820 persone (…) ci auguriamo fortemente che non si vada oltre”.
Parafraso: i detenuti in esubero sono parecchi, circa un centinaio, ma non si raggiungono le condizioni di sovraffollamento riscontrate in altre carceri.

– P: “(…) la situazione a Padova è un po’ diversa rispetto a tanti altri istituti (…) abbiamo tante sinergie col territorio: con le aziende del territorio che portano lavoro, con l’attenzione degli enti locali che producono interventi, con l’università, con le scuole. Tutto questo fa sì che noi si riesca a creare dei percorsi – li chiamano riabilitativi, ma insomma, sono percorsi di riscatto della persona, io li vedo in questa maniera – che coinvolgono circa, se non, a volte, oltre la metà dei detenuti presenti. (…) Quando un detenuto fa questi percorsi (…) la recidiva è molto, molto bassa. A dispetto di quello che può avvenire in Italia, dove i dati ufficiali parlano del 68% di recidiva, noi (…) possiamo tranquillamente dire che siamo nell’ambito del 5-6%, forse di meno”.

– R.: “Tipologia di reato più frequente [per la quale sono stati condannati i detenuti]?”.
P.: “Come frequenza sicuramente quelli connessi allo spaccio di stupefacenti (…), poi [quelli connessi allo] ingresso dei clandestini”.

– R.: “Il rapporto con gli agenti è buono, immagino (…) Quanti ce ne sono?”.
P.: “Il rapporto è buono, certamente (…); mi aiutano e si fanno addirittura loro stessi promotori di tante iniziative, quali quella di oggi [lo svolgimento del congresso all’interno della casa di reclusione] (…) Gli agenti che ho, sulla carta, sono 350 (…) ogni giorno opera un numero di agenti che è di gran lunga inferiore: vi sono coloro che sono in ferie, coloro che sono ammalati, o quelli che sono in riposo (…) vi sono tante iniziative da seguire (…) occorre un numero molto più alto di agenti, rispetto a quello che ho (…) Abbiamo pochi educatori. Ne abbiamo – io stimo – meno della metà rispetto a quelli che servirebbero. [Ora come ora] dobbiamo affidare 120-130 detenuti ad ogni educatore”.

– R.: “Il problema del sovraffollamento [e] il ruolo della politica. Lei che cosa chiederebbe in questo momento?”
P.: “Intanto si può scindere il problema tra quelli che già sono dentro, e quelli che ci devono entrare – che, ipoteticamente, possono commettere reati. Per quelli che sono dentro, io ritengo che vadano incrementate le misure alternative. Bisogna cercare di accompagnare le persone al di fuori del carcere, perché la certezza della pena non vuol dire stare in galera. Vuol dire essere seguiti e – a seconda di ciò che si è commesso, a seconda degli anni scontati, a seconda di tanti altri fattori – le persone devono pian piano riacquistare la libertà. Devono essere reinserite nel territorio, perché è là che comunque devono tornare, prima o poi. Non è pensabile di tenere una persona chiusa in cella (…) e buttare via la chiave. Quell[a persona] sicuramente ritornerà all’interno degli istituti penitenziari. (…) Il carcere per il tossicodipendente non serve. Il tossicodipendente va trattato con programmi riabilitativi di natura sanitaria. (…).
Quelli che sono fuori – forse bisogna che ripensiamo tutti quanti a quando una persona deve andare in carcere. Commettendo quale reato deve andare in carcere. Commettendone tanti – come quelli che vediamo – che non sono di particolare allarme sociale (…) nella ragionevolezza di un popolo che si ritiene democratico forse possiamo stabilire quali delitti vadano puniti”.

R.: “Lei pensa che dopo l’indulto i rientri in carcere siano stati molti?”
P.: “Stando a quello che si diceva si parlava di una cifra tra il 20 e il 25% di coloro che sono rientrati – per cui, oltre a parlare del 25% che rientra, dobbiamo parlare del 75% che resta fuori”.

Esemplare. Sentir parlare gente come questa mi rimette di buon umore.

At seventeen I heard my calling
to suffocate with my embrace
murder ten to save a hundred
drown the whole world in my faith

From a long line I descended
immaculate, an empty womb
and the spur is desperation
maybe God is desperate, too

In watermarks and lonely places
a private measurement of time
in made-up names and blacked-out faces
I will trace my blood line

GravenhurstSaints

Splendido. Consigliato.

[…]
Per uno consacrato al servizio del Signore, quale Zia May gli aveva assicurato che era, Wyatt [il figlio del reverendo Gwyon] sembrava aver già accumulato una considerevole riserva di peccati. Poteva muoversi in poche direzioni senza arricchirla. La sua impresa più notevole aveva avuto luogo subito dopo la vigilia di Ognissanti. Si trovava nella stanza dove la madre [morta poco prima, in Spagna] era solita cucire e stava rovistando nel cassetto dei bottoni, nel pomeriggio, mentre avrebbe dovuto essere a letto per il consueto pisolino, quando lei era entrata. Era vestita di bianco, e anche se pareva che stesse cercando qualcosa non diede l’impressione di averlo visto. Le era corso incontro, gridando di gioia, ma prima che fosse riuscito a raggiungerla si era voltata ed era uscita, nell’attimo in cui Zia May si affaccia alla soglia. «Era qui, dov’è andata? La mamma era qui…» cominciò a dire a Zia May, riuscendo a pronunciare solo un’altra parola prima che quella donna, priva di carne e di sangue, lo prendesse in braccio e lo portasse a letto, deponendovelo senza alcuno sforzo apparente, e invitandolo a “supplicare il Signore” perché lo aiutasse a non dire più bugie. Fu alcuni giorni dopo che Zia May lo chiamò a sé, tremando, con una lettera aperta in mano, e gli fece ripetere quella bugia in ogni particolare. Palpitando come la lettera che le vedeva fra le dita lui parlò con atterita riluttanza, come se si trattasse di uno stratagemma, logico per Zia May, atto a promuovere un altro castigo. Ma quand’ebbe finito Zia May lo fece inginocchiare accanto al letto e gli disse di pregare il Signore perché lo aiutasse a dimenticare, e perdonasse. Si mise addirittura in ginocchio vicino a lui.

Il Signore non lo aveva aiutato: lo ricordava benissimo. Aveva in testa una certa confusione, quando tornò suo padre, poiché in un modo o nell’altro suo padre e il Signore erano la stessa persona e per poco non chiese a suo padre di aiutarlo a dimenticare. Non sarebbe stata una buona idea, perché Zia May gli aveva ordinato di non dirlo mai a suo padre. Non lo sapeva, suo padre? E se il Signore era in ogni luogo, almeno lui, non aveva forse visto entrare Camilla, avvolta in un bianco lenzuolo, in cerca di qualcosa?

[…]

Le prediche divennero più vivaci. Nella sua solitudine [il reverendo] Gwyon riprese a studiare. Con la perdita di Camilla tornò ai tempi in cui non l’aveva ancora conosciuta, tra gli Zuñi e i Mojave, gli Indiani delle pianure e i Kwakiutl. Vagabondava lontano dal suo continente, e trascorreva le ore della notte partecipando a oscure pratiche religiose dal Borneo ad Assam. Sul tavolo, davanti a lui, sparsi e ammonticchiati qua e là per lo studio, giacevano Euripide e santa Teresa di Avila, Dionigi il Certosino, Plutarco, Clemente di Roma e il Nuovo Testamento Apocrifo, copie dell’Osservatore Romano e un trattatello della Società per la Prevenzione dell’Inumazione Prematura. De contemptu mundi, Historia di tutte l’heresie, Cristo e i poteri delle tenebre, De locis infestis, Libellus de terrificationibus nocturnisque tumultibus, Malay Magic, Réligions des peuples non-civilisés, Le culte de Dionysos en Attique, Philosophumena, Lexikon der Mythologie.

[…]

Riuscì persino a reintrodurre l’uso del vino in luogo del succo d’uva prescritto da temperanti predecessori nella celebrazione dell’Eucaristia, svegliando il suo gregge, un mattino di sole, con le parole: «Non bere più acqua, ma mesciti un po’ di vino per la salute dello stomaco e le tue numerose infermità». Questo turbò Zia May, e anche se non poteva essere tanto presuntuosa da discutere con san Paolo apostolo, era in momenti come questi che lo sospettava di non aver mai veramente dimenticato di essere Saulo l’Ebreo di Tarso, con un naso come quello di sant’Edmondo e le sozze abitudini all’intemperanza per le quale vanno celebri gli ebrei. A differenza della sua carità e di quella delle sue associazioni benefiche, che non si avventurava mai a sud del sessantesimo parallelo tranne che per qualche incursione nell’Africa più nera, quella di Gwyon era fonte di preoccupazione per tutti, non giungendo più lontano del suono della sua voce nella sua ricerca di oggetti degni di misericordia. Janet, una ragazza afflitta da un tic nervoso che le faceva piegare la testa da un lato in brillanti e affermative inclinazioni d’idiozia, classico esempio di un’evasione dalla moralità puritana da parte di sua madre (uccisa da un piazzista in cinti erniari di New York), fu trovata una sera, dietro l’organo, dopo le prove del coro, a limonare con il sagrestano. Janet era nata parecchi minuti dopo la morte di sua madre, cosa che qualcuno, Zia May compresa, ritenne fin dal principio di cattivo augurio. L’incidente dietro l’organo ne fu la prova, e Zia May disse qualcosa a proposito della gogna e della berlina, peccato che fossero passate di moda. «Peccato privarci tutti di una simile soddisfazione» convenne Gwyon. Zia May era diffidente. «Come sarebbe a dire?» «La grande soddisfazione di vedere un altro punito per un’azione di cui ci sappiamo capaci.» «Ma io…» «Che c’è di più gradevole di questa esteriorizzazione dei nostri peccati? Un altro soffre per espiare la bassezza delle nostre fantasie…» «Basta!» gridò Zia May. «Sono certa di non aver mai avuto simili pensieri.» «Allora come puoi giudicare la sua colpa, se non sei mai stata sottoposta alla stessa tentazione?» chiese tranquillamente il pastore. «Tu… Tu parli come un eretico» proruppe Zia May (…).

[…]

È la beatitudine dell’infanzia che ci si guasta di più quando meno lo sappiamo. Nella casa parrocchiale, di medievale costruzione, Wyatt passò dal vasino a un oggetto di porcellana più esaltante ed elevato, e imparò a pulirsi il naso con l’indice in luogo del pollice. Passava più tempo in casa che fuori, e c’era un freddo, in quegli oscuri corridoi, che nessun cambiamento di stagione disperdeva, negli anditi dove lo sorprendevano spesso a vagare senza meta, o dove se ne stava semplicemente immobile, a fissare le scanalature tra i panneli del rivestimento o a guardare in su, verso le concave modanature, tendendo l’orecchio ai cigolii provenienti dagli angoli acuti degli zoccoli, parlando tra sé, ripetendo più volte parole e frasi, muovendosi poi di scatto come se si sentisse osservato da qualcuno. Era capace di starsene là fermo fino a quando lo distoglievano l’aprirsi della porta dello studio alle sue spalle e la tronca esclamazione di sorpresa di suo padre nel trovarlo intento a fissare la croce con i quattro specchietti incastonati, anche se non aveva mai chiesto spiegazioni; e c’era un solo corridoio che evitava, o percorreva di corsa quando doveva passarci per raggiungere la sala da pranzo, anche allora voltandosi in fretta a guardare Olalla che vegliava, senza naso, nella sua nicchia, la mano levata, da cui di continuo si aspettava di essere violentemente percosso a tradimento mentre passava.
«Al-Shira-al-jamânija…» mormorò.
«Come? Cosa stai dicendo?» chiese Zia May, girando l’angolo.
«Al-Shira-al-jamânija… La fulgida stella dello Yemen».

William Gaddis, Le Perizie

Amanda Knox non ha dormito, neanche un minuto: dopo la condanna a ventisei anni, ha passato la notte a piangere. Le compagne di cella l’hanno accolta con una tazza di latte, ma non è servito a calmarla.

Lo sapete che questo processo reca un intralcio alla sezione enorme. In effetti, ci sono anche delle cause serie che devono essere rinviate per dare spazio… più serie, dove ci sono gli imputati detenuti.

Radio Radicale (frammento delle 21:37) ospita la testimonianza del guardalinee Rosario Coppola nel processo Moggi et al.
Mi chiederete: cosa c’è di interessante? Effettivamente ben poco per quanto attiene alle risultanze dibattimentali, e molto meno di quanto le speculazioni della stampa dei giorni scorsi potessero lasciar intendere. Coppola ha offerto la sua testimonianza, questa è stata acquisita, e adesso andrà a far parte del corpus degli atti processuali. Dubito che dalle risultanze possa essere aperto un nuovo filone d’inchiesta, ma questo dovranno deciderlo le procure, non certo il tribunale.

Eppure, vi ricordate di Teresa Casoria? Il presidente del processo che sentenziò, parafrasando, ‘abbiamo cose più serie da fare’? Dalle notizie sui giornali mi ero fatto un’idea ben diversa da quella che adesso mi pare la realtà. La realtà: che Teresa Casoria è incapace di guidare un processo. Che Teresa Casoria è preda di quelle ciniche scappatoie oratorie cui i pubblici ministeri ricorrono perché lei stessa glielo ha consentito (“signor giudice, ci stanno facendo perdere tempo”). Che le è impossibile non alzare la voce, non farsi prendere da una stupida iracondia, quando una delle parti ha ecceduto ed andrebbe richiamata.

Com’è stato possibile affidare un processo di tale rilevanza ad un’incompetente del genere?
Buon ascolto.