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Per uno consacrato al servizio del Signore, quale Zia May gli aveva assicurato che era, Wyatt [il figlio del reverendo Gwyon] sembrava aver già accumulato una considerevole riserva di peccati. Poteva muoversi in poche direzioni senza arricchirla. La sua impresa più notevole aveva avuto luogo subito dopo la vigilia di Ognissanti. Si trovava nella stanza dove la madre [morta poco prima, in Spagna] era solita cucire e stava rovistando nel cassetto dei bottoni, nel pomeriggio, mentre avrebbe dovuto essere a letto per il consueto pisolino, quando lei era entrata. Era vestita di bianco, e anche se pareva che stesse cercando qualcosa non diede l’impressione di averlo visto. Le era corso incontro, gridando di gioia, ma prima che fosse riuscito a raggiungerla si era voltata ed era uscita, nell’attimo in cui Zia May si affaccia alla soglia. «Era qui, dov’è andata? La mamma era qui…» cominciò a dire a Zia May, riuscendo a pronunciare solo un’altra parola prima che quella donna, priva di carne e di sangue, lo prendesse in braccio e lo portasse a letto, deponendovelo senza alcuno sforzo apparente, e invitandolo a “supplicare il Signore” perché lo aiutasse a non dire più bugie. Fu alcuni giorni dopo che Zia May lo chiamò a sé, tremando, con una lettera aperta in mano, e gli fece ripetere quella bugia in ogni particolare. Palpitando come la lettera che le vedeva fra le dita lui parlò con atterita riluttanza, come se si trattasse di uno stratagemma, logico per Zia May, atto a promuovere un altro castigo. Ma quand’ebbe finito Zia May lo fece inginocchiare accanto al letto e gli disse di pregare il Signore perché lo aiutasse a dimenticare, e perdonasse. Si mise addirittura in ginocchio vicino a lui.

Il Signore non lo aveva aiutato: lo ricordava benissimo. Aveva in testa una certa confusione, quando tornò suo padre, poiché in un modo o nell’altro suo padre e il Signore erano la stessa persona e per poco non chiese a suo padre di aiutarlo a dimenticare. Non sarebbe stata una buona idea, perché Zia May gli aveva ordinato di non dirlo mai a suo padre. Non lo sapeva, suo padre? E se il Signore era in ogni luogo, almeno lui, non aveva forse visto entrare Camilla, avvolta in un bianco lenzuolo, in cerca di qualcosa?

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Le prediche divennero più vivaci. Nella sua solitudine [il reverendo] Gwyon riprese a studiare. Con la perdita di Camilla tornò ai tempi in cui non l’aveva ancora conosciuta, tra gli Zuñi e i Mojave, gli Indiani delle pianure e i Kwakiutl. Vagabondava lontano dal suo continente, e trascorreva le ore della notte partecipando a oscure pratiche religiose dal Borneo ad Assam. Sul tavolo, davanti a lui, sparsi e ammonticchiati qua e là per lo studio, giacevano Euripide e santa Teresa di Avila, Dionigi il Certosino, Plutarco, Clemente di Roma e il Nuovo Testamento Apocrifo, copie dell’Osservatore Romano e un trattatello della Società per la Prevenzione dell’Inumazione Prematura. De contemptu mundi, Historia di tutte l’heresie, Cristo e i poteri delle tenebre, De locis infestis, Libellus de terrificationibus nocturnisque tumultibus, Malay Magic, Réligions des peuples non-civilisés, Le culte de Dionysos en Attique, Philosophumena, Lexikon der Mythologie.

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Riuscì persino a reintrodurre l’uso del vino in luogo del succo d’uva prescritto da temperanti predecessori nella celebrazione dell’Eucaristia, svegliando il suo gregge, un mattino di sole, con le parole: «Non bere più acqua, ma mesciti un po’ di vino per la salute dello stomaco e le tue numerose infermità». Questo turbò Zia May, e anche se non poteva essere tanto presuntuosa da discutere con san Paolo apostolo, era in momenti come questi che lo sospettava di non aver mai veramente dimenticato di essere Saulo l’Ebreo di Tarso, con un naso come quello di sant’Edmondo e le sozze abitudini all’intemperanza per le quale vanno celebri gli ebrei. A differenza della sua carità e di quella delle sue associazioni benefiche, che non si avventurava mai a sud del sessantesimo parallelo tranne che per qualche incursione nell’Africa più nera, quella di Gwyon era fonte di preoccupazione per tutti, non giungendo più lontano del suono della sua voce nella sua ricerca di oggetti degni di misericordia. Janet, una ragazza afflitta da un tic nervoso che le faceva piegare la testa da un lato in brillanti e affermative inclinazioni d’idiozia, classico esempio di un’evasione dalla moralità puritana da parte di sua madre (uccisa da un piazzista in cinti erniari di New York), fu trovata una sera, dietro l’organo, dopo le prove del coro, a limonare con il sagrestano. Janet era nata parecchi minuti dopo la morte di sua madre, cosa che qualcuno, Zia May compresa, ritenne fin dal principio di cattivo augurio. L’incidente dietro l’organo ne fu la prova, e Zia May disse qualcosa a proposito della gogna e della berlina, peccato che fossero passate di moda. «Peccato privarci tutti di una simile soddisfazione» convenne Gwyon. Zia May era diffidente. «Come sarebbe a dire?» «La grande soddisfazione di vedere un altro punito per un’azione di cui ci sappiamo capaci.» «Ma io…» «Che c’è di più gradevole di questa esteriorizzazione dei nostri peccati? Un altro soffre per espiare la bassezza delle nostre fantasie…» «Basta!» gridò Zia May. «Sono certa di non aver mai avuto simili pensieri.» «Allora come puoi giudicare la sua colpa, se non sei mai stata sottoposta alla stessa tentazione?» chiese tranquillamente il pastore. «Tu… Tu parli come un eretico» proruppe Zia May (…).

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È la beatitudine dell’infanzia che ci si guasta di più quando meno lo sappiamo. Nella casa parrocchiale, di medievale costruzione, Wyatt passò dal vasino a un oggetto di porcellana più esaltante ed elevato, e imparò a pulirsi il naso con l’indice in luogo del pollice. Passava più tempo in casa che fuori, e c’era un freddo, in quegli oscuri corridoi, che nessun cambiamento di stagione disperdeva, negli anditi dove lo sorprendevano spesso a vagare senza meta, o dove se ne stava semplicemente immobile, a fissare le scanalature tra i panneli del rivestimento o a guardare in su, verso le concave modanature, tendendo l’orecchio ai cigolii provenienti dagli angoli acuti degli zoccoli, parlando tra sé, ripetendo più volte parole e frasi, muovendosi poi di scatto come se si sentisse osservato da qualcuno. Era capace di starsene là fermo fino a quando lo distoglievano l’aprirsi della porta dello studio alle sue spalle e la tronca esclamazione di sorpresa di suo padre nel trovarlo intento a fissare la croce con i quattro specchietti incastonati, anche se non aveva mai chiesto spiegazioni; e c’era un solo corridoio che evitava, o percorreva di corsa quando doveva passarci per raggiungere la sala da pranzo, anche allora voltandosi in fretta a guardare Olalla che vegliava, senza naso, nella sua nicchia, la mano levata, da cui di continuo si aspettava di essere violentemente percosso a tradimento mentre passava.
«Al-Shira-al-jamânija…» mormorò.
«Come? Cosa stai dicendo?» chiese Zia May, girando l’angolo.
«Al-Shira-al-jamânija… La fulgida stella dello Yemen».

William Gaddis, Le Perizie