Oltre ad essere il direttore della casa di reclusione Due Palazzi di Padova, Salvatore Pirruccio è una persona meravigliosa. Giovanna Randa (Radio Radicale) l’ha intervistato (la trovate dal minuto 10.05 al 23.32) a conclusione del congresso biennale di Nessuno tocchi Caino, che l’amministrazione del carcere ha acconsentito si tenesse all’interno del penitenziario. Trascrivo qui parte delle cose che ha detto. Alcune servono da mero contorno. Le altre mi è venuta voglia di scriverle non perché siano particolarmente originali o innovative, ma per la semplice ragione che è ancora piuttosto raro trovare una persona aperta, disponibile e convinta delle cose che dice al vertice dell’amministrazione di una struttura carceraria. Alle certezze che Pirruccio ha maturato in anni di esperienza si accompagnano conferme statistiche clamorosamente significative e poco pubblicizzate.

– Randa: “Quanti detenuti avete?”.
Pirruccio: “Attualmente sono 820”.
R: “Per una capienza…?”.
P.: “Per una capienza originaria di 354-360 posti (…); poi immediatamente raddoppiat[a] – e, devo dire, fino al raddoppio gestiamo bene; non solo, ma credo che gli ospiti detenuti (…) preferisc[ano] stare in due in una stanzetta anziché da sol[i]. Certo, avere 820 persone (…) ci auguriamo fortemente che non si vada oltre”.
Parafraso: i detenuti in esubero sono parecchi, circa un centinaio, ma non si raggiungono le condizioni di sovraffollamento riscontrate in altre carceri.

– P: “(…) la situazione a Padova è un po’ diversa rispetto a tanti altri istituti (…) abbiamo tante sinergie col territorio: con le aziende del territorio che portano lavoro, con l’attenzione degli enti locali che producono interventi, con l’università, con le scuole. Tutto questo fa sì che noi si riesca a creare dei percorsi – li chiamano riabilitativi, ma insomma, sono percorsi di riscatto della persona, io li vedo in questa maniera – che coinvolgono circa, se non, a volte, oltre la metà dei detenuti presenti. (…) Quando un detenuto fa questi percorsi (…) la recidiva è molto, molto bassa. A dispetto di quello che può avvenire in Italia, dove i dati ufficiali parlano del 68% di recidiva, noi (…) possiamo tranquillamente dire che siamo nell’ambito del 5-6%, forse di meno”.

– R.: “Tipologia di reato più frequente [per la quale sono stati condannati i detenuti]?”.
P.: “Come frequenza sicuramente quelli connessi allo spaccio di stupefacenti (…), poi [quelli connessi allo] ingresso dei clandestini”.

– R.: “Il rapporto con gli agenti è buono, immagino (…) Quanti ce ne sono?”.
P.: “Il rapporto è buono, certamente (…); mi aiutano e si fanno addirittura loro stessi promotori di tante iniziative, quali quella di oggi [lo svolgimento del congresso all’interno della casa di reclusione] (…) Gli agenti che ho, sulla carta, sono 350 (…) ogni giorno opera un numero di agenti che è di gran lunga inferiore: vi sono coloro che sono in ferie, coloro che sono ammalati, o quelli che sono in riposo (…) vi sono tante iniziative da seguire (…) occorre un numero molto più alto di agenti, rispetto a quello che ho (…) Abbiamo pochi educatori. Ne abbiamo – io stimo – meno della metà rispetto a quelli che servirebbero. [Ora come ora] dobbiamo affidare 120-130 detenuti ad ogni educatore”.

– R.: “Il problema del sovraffollamento [e] il ruolo della politica. Lei che cosa chiederebbe in questo momento?”
P.: “Intanto si può scindere il problema tra quelli che già sono dentro, e quelli che ci devono entrare – che, ipoteticamente, possono commettere reati. Per quelli che sono dentro, io ritengo che vadano incrementate le misure alternative. Bisogna cercare di accompagnare le persone al di fuori del carcere, perché la certezza della pena non vuol dire stare in galera. Vuol dire essere seguiti e – a seconda di ciò che si è commesso, a seconda degli anni scontati, a seconda di tanti altri fattori – le persone devono pian piano riacquistare la libertà. Devono essere reinserite nel territorio, perché è là che comunque devono tornare, prima o poi. Non è pensabile di tenere una persona chiusa in cella (…) e buttare via la chiave. Quell[a persona] sicuramente ritornerà all’interno degli istituti penitenziari. (…) Il carcere per il tossicodipendente non serve. Il tossicodipendente va trattato con programmi riabilitativi di natura sanitaria. (…).
Quelli che sono fuori – forse bisogna che ripensiamo tutti quanti a quando una persona deve andare in carcere. Commettendo quale reato deve andare in carcere. Commettendone tanti – come quelli che vediamo – che non sono di particolare allarme sociale (…) nella ragionevolezza di un popolo che si ritiene democratico forse possiamo stabilire quali delitti vadano puniti”.

R.: “Lei pensa che dopo l’indulto i rientri in carcere siano stati molti?”
P.: “Stando a quello che si diceva si parlava di una cifra tra il 20 e il 25% di coloro che sono rientrati – per cui, oltre a parlare del 25% che rientra, dobbiamo parlare del 75% che resta fuori”.

Esemplare. Sentir parlare gente come questa mi rimette di buon umore.