L’avevano annunciato, e ormai lo sanno tutti: una piccola parte dei lefebvriani, gli scismatici del Concilio Vaticano II ora in trattativa per essere pienamente riammessi in seno alla Chiesa (e chissà se questo conciliabolo avrà mai fine, ché a limitarsi alle reciproche pubbliche dichiarazioni si preannuncia eterno), domenica ha celebrato una messa di riparazione per scongiurare i “castighi che fatti di apostasia come quest’incontro alla Sinagoga di Roma possono provocare“. Il Papa, “o presunto tale, dà il suo appoggio a chi dice di aspettare un nuovo Messia. E’ intollerabile!”.

La messa è stata celebrata da don Floriamo Abrahamowicz, che la stessa Fraternità di Pio X (il nome ufficiale dei lefebvriani) ha emarginato con accuse di negazionismo. “Ma non è vero che il Vaticano mi abbia scomunicato”. In questa gara a chi è più puro, con “la Tradizione che deve fare i conti con la secolarizzazione“, la riconciliazione non è un bene ultimo ma un oggetto di scambio, polemico per sua natura: laddove nessuna delle due dottrine può accettare l’altra come relativamente fondata, ma anzi la crede degenerazione, marcescenza e imputridimento della Verità, il dialogo è utile solo a stemperare gli animi in attesa di un nuovo scisma.

Vista con gli occhi dei lefebvriani, la questione è molto semplice. Da una parte la sostanza pura, il Credo niceno che continua nel solco della tradizione; dall’altra un’entità ostile e maligna, rea di aver raggiunto un grado tale di solubilizzazione della fede da aver lasciato solo acqua, inerte, nella coppa dove un tempo s’ipostatizzava il sangue di Cristo. Per i lefebvriani la Chiesa non è apostasia: è omeopatia.