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Christian Rocca segnala un articolo di Bret Stephens sul Wall Street Journal che mi permette, finalmente, di rimettermi in pari dopo le mie critiche al rapporto Goldstone. Ma partiamo dal Rocca:

Bret Stephens è uno dei più bravi columnist americani e questa sua rubrica per il Wall Street Journal sull’illusione che lo stop agli insediamenti israeliani possa risolvere il conflitto lo dimostra pienamente

Chi, tra tutti gli inquilini della West Wing (tanto per usare un’antonomasia un po’ più connotativa rispetto alla Beltway) è stato così cretino da sostenere che il blocco degli insediamenti avrebbe ipso facto condotto alla pace? E’ un fatto, invece, che l’annuncio di nuovi insediamenti a Gerusalemme est – ma soprattutto in Cisgiordania, dove Netanyahu ha contravvenuto a quanto promesso in dicembre – ha provocato in meno di una settimana il crollo di quei negoziati indiretti che erano ripresi per volontà di tutti i paesi arabi (endorsement della Lega araba del 4 marzo), e che evidentemente avrebbero messo in difficoltà il governo ultraconservatore di Israele.
Passiamo pure a Bret, ma lasciate che vi metta in guardia: per ritenerlo ‘uno dei più bravi columnist’ americani ci vuole davvero parecchio pelo sullo stomaco. Stephens sostiene che non importa cosa decidano di fare gli occidentali: gli estremisti islamici, cioè Hamas, cioè i palestinesi (si badi bene: questi passaggi logici non sono mai esplicitati, ma restano sepolti nel sottotesto dell’articolo) li considereranno sempre individui eretici, immorali. Ciò dilegua l’utilità di qualunque sforzo negoziale, e dunque forse è bene non fare niente, poiché qualsiasi tipo di apertura non dimostrerà altro che la vulnerabilità degli occidentali. Ecco cosa ci racconta:

Mr. Buchanan was playing off a story in the Israeli press that Vice President Joe Biden had warned Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu “what you’re doing here [in the West Bank] undermines the security of our troops.” Also in the mix was a story that Centcom commander David Petraeus had cited Arab-Israeli tensions as the key impediment to wider progress in the region. Both reports were later denied—in Mr. Biden’s case, via Rahm Emanuel; in Gen. Petraeus’s case, personally and forcefully

Che Biden o Petraeus neghino cose che sono state loro attribuite non dovrebbe avere alcuna rilevanza all’interno dell’articolo. Anzi: se negano, significa che all’interno dell’amministrazione non tutti sono ossessionati dal ‘luogo comune’, dalla conventional wisdom che attribuisce responsabilità agli israeliani in questa specifica vicenda. Epperò è già questa in parte una stronzata: il 12 marzo, ad esempio, Hillary Clinton considerava l’annuncio di nuovi insediamenti da parte israeliana ‘un insulto’. E, d’altronde, se non fosse così Stephens non avrebbe certo avvertito l’intima necessità di scrivere il suo pezzo.

If you’re of the view that Israel is the root cause of everything that ails the Middle East—think of it as global warming in Hebrew form—then (…)

Già dobbiamo delle scuse a Rocca: la generalizzazione dal caso particolare è contenuta direttamente nel pezzo del magnifico opinionista; Christian non ha colpe, se non quella di aver lasciato che altri parlassero per tramite suo, e che gli mettessero in bocca frasi tanto superficiali.
Ribadisco: chi, nell’accolita obamiana, ha sostenuto che le colpe del conflitto mediorientale siano da imputare interamente (o, se è per questo, per la maggior parte) a Israele? Dov’è il quote-unquote? Non c’è, e nessuno tra lo staff di Obama si sarebbe potuto permettere affermazioni del genere senza perdere il posto. E allora, di cosa stiamo parlando? Di aria fritta. Più specificamente di quell’aria fritta che puzza lontano un miglio di reazione di autodifesa, e che si riduce a fallacie logiche di proporzioni colossali pur di proteggere gli interessi del governo israeliano – e solo quelli.
Il lettore che non fosse interessato ad un esame più approfondito dell’articolo può fermarsi qui. Ma l’analisi non è finita: tutt’altro. Se l’argomentazione di Stephens qua sopra è, questa sì, conventional wisdom nei circoli lobbistici filo-israeliani, dovremo ora addentrarci nella disamina di tutto quel lavoro di documentazione che sostanzia il resto dell’articolo. Vediamo:

[Sayyid] Qutb, for those unfamiliar with the name, is widely considered the intellectual godfather of al Qaeda

E qui non si va lontani dal dire la verità.

“The American girl,” [Qutb] noted, “knows seductiveness lies in the round breasts, the full buttocks, and in the shapely thighs, sleek legs and she shows all this and does not hide it.” Nor did he approve of Jazz—”this music the savage bushmen created to satisfy their primitive desires”—or of American films, or clothes, or haircuts, or food. It was all, in his eyes, equally wretched.

Finalmente, eccole qui!, tutte le ore di lavoro spese per prepararsi alla redazione dell’articolo: le uniche due citazioni delle opinioni di Qutb sono, lettera per lettera, quelle contenute nella versione corrente dell’articolo della Wikipedia inglese, datata 16 marzo, e vi stazionano almeno dal febbraio 2007 (mi sono fermato, ma si potrebbe risalire oltre con la cronologia). Ciò detto, seguiamo pure Wikipedia:

Qutb was raised in the Egyptian village of Musha and studied the Qur’an from a young age. He moved to Cairo, where he could receive an education based on the British style of schooling.

Qutb è nato in Egitto, e vi è cresciuto nel periodo delle rivolte contro gli inglesi. Il nostro seguì l’impostazione filo-secolarista della monarchia egiziana sin dalla più tenera età, ma:

Qutb’s early, secular writing shows evidence of his later themes. For example, Qutb’s autobiography of his childhood Tifl min al-Qarya (A Child From the Village) makes little mention of Islam or political theory and is typically classified as a secular, literary work. However, it is replete with references to village mysticism, superstition, the Qur’an, and incidences of injustice.

Qutb era già affascinato dal misticismo religioso dell’entroterra egiziano, e quando re Faruq decise di orientare l’ideologia di palazzo verso l’Islam, presentandosi nel 1938 come amir al-mu’minin, principe dei credenti (titolo tradizionalmente riservato al Califfo), a Qutb non parve vero: finalmente qualcuno che potesse porgergli ascolto.

Though Islam gave him much peace and contentment, he suffered from respiratory and other health problems throughout his life and was known for “his introvertedness, isolation, depression and concern. (…) Qutb never married, in part because of his steadfast religious convictions. (…) Qutb lamented to his readers that he was never able to find a woman of sufficient “moral purity and discretion”

La descrizione perfetta di un emarginato. Triste, introverso, malaticcio, isolato: le donne non se lo filavano. La biografia di Qutb dimostra una cosa molto semplice, ma a quanto pare ancora incompresa dai grandi columnist filoisraeliani: che il suo profilo si attaglia perfettamente alle condizioni sociali e psicologiche che sono terreno fertile per la produzione di estremisti, di qualunque specie. L’articolo non fa nessuno sforzo per dimostrare che la maggioranza della popolazione islamica sia estremista o tenda all’estremismo (né in senso diacronico, né nel presente): lo dà pregiudizialmente per scontato. Ma, al contrario, la storia di Qutb è un lungo elenco di alcune delle cause socio-psicologiche, e di altre storico-politiche, che insieme hanno contribuito alla nascita e alla diffusione di un movimento ideologico simile (ma quanto, poi?) ad al-Qaeda.
E’ vero, la religione è una dimensione dell’ideologia, ed è la dimensione determinante nel caso di movimenti come i Fratelli musulmani o al-Qaeda, che vi basano le loro fondamenta. Ma, presa da sola, la religione non spiega:
– la diffusione delle idee estremiste rispetto a quelle moderate, quando entrambe le narrazioni sono disponibili (come nel caso dell’Islam);
– la diffusione di movimenti politici che mobilitino queste idee estremiste;
– il livello di protezione governativa di cui possono godere questi movimenti, o all’opposto il grado di repressione esercitato dai governanti.

Peraltro l’irredentismo palestinese è una forma di nazionalismo piuttosto tradizionale e leggibile: si reclama il legittimo possesso di quel pezzo di territorio che corrisponde alla patria usurpata, e solo dopo si giustifica questa pretesa con l’appello alla difesa dei luoghi sacri. Israele è il caso perfetto per parlare della genesi delle ‘geopolitiche della memoria‘, e non si presta affatto alle risibili semplificazioni di Stephens, nelle quali Qutb sembra essere il teorico fondamentale per qualunque movimento politico in cui la dimensione religiosa non sia totalmente assente.
Se Qutb non fu il teorico della lotta di liberazione nazionale della Palestina, d’altra parte propose un modello di ‘socialismo islamico‘ in tutto e per tutto differente dai proclami ecumenici del frammentato manipolo di al-Qaida (v. Anna Baldinetti, “Politica e religione nell’Egitto contemporaneo”, in Lo Stato islamico – Teoria e prassi nel mondo contemporaneo, a cura di Francesco Montessoro).
Ma lasciamo perdere, e limitiamoci a dare un’occhiata alla sorte che toccò a Qutb una volta di ritorno in Egitto, dopo la scampagnata 1948-50 in America. Nel 1952 i generali di Nasser rovesciano la monarchia, e nel 1954 è Nasser stesso a restaurare la legge civile e ad impossessarsi dei pieni poteri:

the cooperation between the Brotherhood and Free Officers which marked the revolution’s success soon soured as it became clear the secular nationalist ideology of Nasserism was incompatible with the Islamism of the Brotherhood. After the attempted assassination of Nasser in 1954, the Egyptian government used the incident to justify a crackdown on the Muslim Brotherhood (…) Qutb was let out of prison at the end of 1964 at the behest of the then Prime Minister of Iraq, Abdul Salam Arif, for only 8 months before being rearrested in August 1965 (…) He was sentenced to death (…) On 29 August 1966, he was executed by hanging.

Qutb trascorre un decennio in prigione, a scrivere, e nel 1966 viene condannato a morte. La condanna giunge da persone di fede islamica, a causa delle sue idee troppo radicali sull’Islam. Mi pare che il quadro sia ora sufficientemente complesso da non lasciare più spazio alle mistificazioni pregiudiziali di Stephens. Riprendiamone l’articolo, dunque:

The war the Jews began to wage against Islam and Muslims in those early days [of Islamic history],” he wrote in the 1950s, “has raged to the present. The form and appearance may have changed, but the nature and the means remain the same.” Needless to say, that passage was written long before Israel had “occupied” a single inch of Arab territory, unless one takes the view (…) that Tel Aviv itself is occupied territory.

Questa è follia pura. Le proteste arabe contro la proliferazione dei kibbutz datano sin da prima degli anni Venti (p. 10: “In 1918, the Islamic-Christian Society of Jaffa wrote a memo to General Allenby”, e passim). Inoltre nel 1948, qualche anno prima che Qutb scrivesse le poche righe qui sopra, era scoppiato il primo conflitto arabo-israeliano, a seguito del quale i sionisti occuparono militarmente quei ventimila chilometri quadrati che sarebbero diventati lo stato di Israele.
Hamas guarda a quella guerra come ad una ‘occupazione’ di un territorio (ed effettivamente, se dovessimo limitarci a descriverla nei suoi effetti, così è). Stephens ignora volontariamente il conflitto tra le due narrazioni estremiste, quella ortodossa per la quale tutta la Palestina appartiene ad Israele e quella degli estremisti islamici che reclamano a loro lo stesso territorio, denigrandone una sola pur di ricavare lo spazio necessario a legittimare l’altra.
Tanto per tornare a bomba, ricordo a Rocca e a Stephens che i negoziati indiretti di marzo avrebbero dovuto coinvolgere tutte le parti al fine di riconoscere una narrazione alternativa ai due opposti estremismi, e cioè quella moderata dei ‘due popoli, due stati’, e che da questa e da nient’altro sarebbero dovute derivare tutte le conseguenze etiche, giuridiche e politiche del negoziato.

to imagine that the settlements account for even a fraction of the rage that has inhabited the radical Muslim mind since the days of Qutb is fantasy: The settlements are merely the latest politically convenient cover behind which lies a universe of hatred

Insomma, non poteva che essere così: da ragionamenti tanto fallaci, una conclusione altrettanto minchiona.

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Avevo promesso di tornare a parlare del Centro Studi Monetari e delle tesi piuttosto eterodosse che sostengono i suoi ricercatori, e prima o poi lo farò.
Per intanto limitiamo l’indagine al contenuto della lettera che tanto (poco) scalpore ha generato – ma che, stando a WordPress, continua ad essere la chiave di ricerca con la quale più visitatori giungono su questo blog -, più precisamente al tipo di formazione ricevuta da Maruska di Stefano, autrice di una seminale tesi sul signoraggio bancario.

Doverosa premessa: si tratta di una nota di colore, e non si vuole gettare discredito su un intero istituto. Epperò, dovete sapere che la nostra Maruska si è laureata, sì, con una spintarella del Centro Studi Monetari, ma che la lode le è stata attribuita dall’Università degli Studi LUM Jean Monnet, come da intestazione della tesi:

Il sito dell’Università dà informazioni dettagliate su come raggiungerne la sede:

Cosa c’è di strano?, mi chiederete. Di singolare c’è che a quello stesso indirizzo non si trova (solo) la sede di un ateneo privato, ma un centro commerciale.

Visto che non ho potuto verificare, solo in privato potrò parlarvi delle voci che girano riguardo a quest’università. Certo è che se per laurearsi con lode basta la tesi della di Stefano, è più che naturale che laggiù si prediliga un solo corno della goliardia studentesca.

(hat tip: la dufresne)

Veltroni, è evidente, non legge questo blog. E così non riesce ad evitare l’ennesimo scivolone su una questione molto più chiara di quanto possa sembrare, anche se incidentalmente dice una cosa sensata: forse è stato commesso reato. Non ha capito che si tratta di truffa.

Intanto vi sorprenderò: Lotta Comunista di febbraio è il mensile italiano più interessante tra quanti mi siano capitati tra le mani, e sicuramente batte tutti i settimanali.

E’ bene ricordare il curriculum di Robert Gates, Segretario alla Difesa di Barack Obama, così come emerse durante le audizioni al Senato che l’avrebbero condotto alla nomina presidenziale allo stesso dicastero da parte di George W. Bush, per sostituire Donald Rumsfeld nel novembre del 2006.
Ecco, ricordiamolo: nel 1984 il nostro pacifico Bob si schierava, in un’ideale cartografia delle preferenze politiche, alla destra di Reagan.

Quanti sospiri, tossettine e reticenze sono necessarî a Zanon per far intendere all’ascoltatore che quell’intervista avrebbe preferito non darla?
Scopritelo da voi.

Update h. 16.30. Fuori luogo, ma che rimanga agli atti.

Tra il 2 e il 4 marzo, ripetuti lanci d’agenzia hanno reso noto che il senatore Marcello Dell’Utri, “noto bibliofilo”, parteciperà alla 21a mostra del libro antico di Milano con un contributo eccezionale. Si fa cenno agli appunti scomparsi di Pier Paolo Pasolini, e in particolare all’Appunto 21 di Petrolio: “Ora Dell’Utri accenna a un privato anonimo come elargitore, e conferma: «Sono 78 pagine e si intitola Lampi suil’Eni” (il Manifesto, 4 marzo). Quando PPP venne ucciso il libro era ancora lontano dall’essere completo, ed il suo contenuto sparso per più d’un faldone di appunti.
Nel 1998 uscì il Meridiano Pier Paolo Pasolini. Romanzi e racconti 1962-1975 (Mondadori), che conteneva la prima edizione ragionata e riordinata delle carte di Petrolio; le note all’opera erano curate da Walter Siti, mentre Silvia de Laude curava l’intero volume. Nel 2005 la Mondadori ripubblicò il romanzo in paperback, senza rinunciare ad incaricare la de Laude ad una rivisitazione di quell’apparato di note già composto sette anni prima.

Intatti rimasero il numero e l’ordine degli appunti: 133, compresi parecchi doppioni e qualche foglio non numerabile, perché privo d’indicazione e dal contenuto troppo eterogeneo o astratto. E intatta rimase la pagina dedicata all’Appunto 21: bianca, soltanto il titolo, Lampi sull’Eni, e nessuna nota a corredo. D’altronde le azioni degli estensori delle note (di certo non tacciabili di cospirazione, dal momento che sin dalla prima riga denunciavano: “Enrico Mattei (1906-1962), presidente dell’Eni dal 1953, morì in un “incidente” (in realtà, attentato) aereo”)  erano coerenti: non sono presenti note per nessuno degli appunti mancanti (indovinate quanti? Per forza: ventuno). E ancora, cosa si potrebbe scrivere su ciò che non si conosce? La Nota filologica di Aurelio Roncaglia chiarisce il motivo della scelta del silenzio:

[c]hi potrà mai dirci non solo in che forma, ma su quali contenuti concreti si sarebbero svolti (…)

e giù elencando numero e posizione dei 21 appunti di cui s’è persa traccia. Quell’Appunto è come tutti gli altri, vuoto.

Mi ero già imbarcato in uno studio tutto mio sulla questione dell’asserito ritrovamento del dattiloscritto quando mi sono accorto che – per quanto perfettamente partigiani – una rassegna stampa e un commento alle affermazioni di Dell’Utri comparivano già su Sconfinamenti (Angela Molteni, I “papelli” di Dell’Utri, 5 marzo). Ad essi aggiungo il primo articolo di Paolo di Stefano per il Corriere (3 marzo), che è il più chiaro per chi voglia disporre di un conciso riassunto dei fatti storici. E faccio notare che gli articoli raccolti in rassegna dalla Molteni acquisteranno immenso valore storiografico, dal momento che contengono perle del calibro di: “Vengono i brividi a sentire che il berlusconismo si è impossessato anche di questo reperto” (Gianni D’Elia, Il Manifesto, 4 marzo), il cui autore butta lì, en passant, uno splendido uno-due: “(…) dal delitto di Enrico Mattei del 1962 arriva alle stragi del «doppio Stato», passando per la loggia P2 fondata da Eugenio Cefis“.

Tornando all’Appunto 21, nelle note non si fa alcun mistero del pamphlet ‘scomparso’ da cui Pasolini avrebbe tratto le informazioni. Già nell’Appunto 20, p. 99, la nota 12 sviluppata a p. 597 inizia così:

La fonte delle notizie sull’Eni accumulate in queste pagine è Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Ami, Milano 1972 – il pamphlet ritirato dalla circolazione pochi giorni dopo la sua uscita.

Se il libercolo è stato utilizzato come fonte per gli Appunti immediatamente contigui (20, 22, 22a, 22b, 22c, 22d; dai titoli ripetuti: Il cosiddetto impero dei ‘Troya’ – che, lo sappiamo, nel romanzo era lo pseudonimo per Cefis), la sua influenza si estende in maniera palese fino all’Appunto 30.
Sulla base di questi indizi come possiamo non supporre che il pamphlet abbia costituito la base anche per l’appunto 21? E cosa avrebbe potuto aggiungere Pier Paolo a quanto già scritto dallo Steimetz (anch’esso, tra l’altro, pseudonimo d’anonimo), dal momento che negli Appunti di cui disponiamo Pasolini ne fa un calco sì nevrotico/erotico e ironico/dissacrante, ma mantenendo e l’impianto strutturale, e la carica accusatoria della sua fonte iniziale?

In attesa della pubblicazione del dattiloscritto dellutriano, vedremo poi quanto consistente (l’A. è a Milano, e punta ad un passaggio di volata alla Mostra del libro antico per aggiornare i suoi lettori), le ipotesi complottiste restano al solito difficilmente riscontrabili, mentre uno studio del pamphlet di Steimetz è quanto di più alla portata di ciascuno, e quanto di meno azzardato da tutti.
Sempre Sconfinamenti ha recuperato e pubblicato a puntate il libro di Steimetz per intero, sulle sue pagine (a p.2 ovviamente l’inizio, i post sono ordinati dal più recente al più antico), tra il 4 aprile e il 21 giugno 2009.
Per chi, dunque, volesse attingere all’unica fonte accertata delle notizie cui PPP faceva riferimento per la costruzione di quella parte del suo romanzo ho raccolto i venti capitoli in un .pdf scaricabile, che trovate qui.
Buona lettura.

Update 12/03. Dell’Utri sostiene che il tizio che gli aveva offerto Lampi sull’Eni (“più esattamente Lampi su Eni”) si sia dato. E lui il dattiloscritto non l’aveva neanche letto: lo ha avuto “tra le mani per qualche minuto”.  Erano “[u]na settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano”.
Ora. Appunto 20, 5 pagine; 22, 3 pagine; 22a, 4; 22b, 2; 22c, 2; 22c (ripetuto), 3; 22d, 1; 22f, 2; 22g, 2; 22h, 2; 22i, 1. Fermandoci all’influenza diretta, 20-22d constano in totale di 20 pagine. Che il 21 dovesse consistere di 70 pagine è una follia cui solo Dell’Utri, non avendo letto Petrolio, avrebbe potuto abboccare. Facile immaginare perché il truffatore abbia proposto Questo è Cefis a lui, spacciandolo per l’Appunto 21. O, ancora più semplicemente, perché Dell’Utri si sia confuso quando una persona in possesso di Questo è Cefis – copia sicuramente rara – gli abbia riferito che quella fosse la fonte anche dell’Appunto 21.

L’etica della scienza impone agli scienziati la ricerca della verità, attraverso l’indagine scientifica rigorosa. Mal si adatta all’attivismo. Se i risultati della ricerca collidono con la propria visione del mondo, con le proprie ideologie, con le proprie filosofie, lo scienziato vero rigetta queste ultime e le cambia. L’attivista invece rigetta i fatti, non li vuole vedere e, anzi, si mette affannosamente a ricercare solamente quelle osservazioni che collimano con il proprio punto di vista. Così si spiegano, nella variegata galassia anti-ogm, le citazioni a tutti quei lavori, come quelli di Seralini, che vorrebbero documentare presunti problemi associati agli ogm, ma mai una citazione alle smentite successive. Così si comportano i creazionisti quando sono alla disperata ricerca di prove di una idea che non ammette possibilità di smentita, nella loro fede, ma solo conferme.

Ecco perché la battaglia a favore della ricerca scientifica, dell’analisi caso per caso della tossicità dei prodotti Ogm (ma anche qui, leggersi lo splendido libro di Dario, che descrive il passaggio almeno decennale dalla produzione alla commercializzazione di una nuova specie ogm), della libertà di scelta degli agricoltori e di tutti i consumatori – e non soltanto dei protestatari, genia auto-proclamatisi illuminata, unici puri in una società corrotta -, dell’autorevolezza dell’opinione dei genetisti e degli agronomi che studiano la materia, è una battaglia etica che traccia un solco profondo tra chi affronta la realtà con empirico scetticismo, ammette i limiti della ragione umana ed applica il metodo scientifico, e chi resta vittima della fede cieca in un’idea, e delle paure e delle nevrosi che solo il pregiudizio ha scavato nel suo mesencefalo.

E insomma, scusate la lunga assenza, ma avevo un po’ di cose che mi frullavano per la mente, che non avrò certamente la lucidità per spiegarvi adesso.

Ho preparato una cronologia internazionale. Mi direte: e noi che ce ne facciamo? In effetti non era stata pensata per voi, inizialmente, ma per addetti ai lavori. Poi quella parte del mio lavoro è saltata, o meglio, è stata spostata più avanti, e così mi è sembrato stupido lasciare che ciò che produco resti lì, inerte, a marcire, anche perché l’uso specialistico che potrebbe farne un teorico delle relazioni internazionali differisce sicuramente dall’uso immediato che potreste farne voi, chiunque siate. Così ho preso il documento che stavo preparando, vi ho rimesso mano, l’ho modificato (a volte profondamente) per renderlo più snello, e ne è venuto fuori un breve lavoro di poco più di sette pagine che possa fungere da rassegna degli eventi internazionali più importanti del mese appena trascorso.

Si tratta di un lavoro sperimentale. Mi attendo critiche, contributi, peana. E’ ovvio che una selezione piuttosto pesante degli eventi internazionali non possa pretendere di descrivere l’intera realtà contemporanea. E, a seconda dell’uso che di questa cronologia vorrete fare, potreste avere più d’un suggerimento in merito alla direzione che il mio sguardo dovrebbe imboccare guardando gli eventi internazionali (volete più Africa, più America latina, più Oceania?), o sul taglio che la descrizione di ogni singolo evento dovrebbe assumere (cronaca o analisi?, descrizione o sintesi?, fatti cristallizzati o illazioni?).
I criteri editoriali, invece, credo siano intuitivi. A sinistra è indicato il giorno del mese; a destra, prima della breve cronaca dell’evento, compaiono o il nome del paese o dei paesi in cui l’evento ha luogo, il paese o i paesi interessati in massima parte dall’evento, o il nome preciso della città nella quale si è svolto un determinato vertice internazionale.

Visto che sono un tesoro, in calce alla cronologia trovate anche l’agenda degli eventi internazionali più importanti che sono previsti per il mese di marzo: in questo primo numero non ho incluso nessun vaticinio di catastrofe, nessuno scandalo giudiziario, nessun cambiamento di regime, pensando che fosse cosa buona, se non giusta, lasciarvi all’oscuro almeno riguardo a qualche piccolo anfratto degli avvenimenti internazionali ancora a venire; così, perché non abbiate a sopprimere del tutto il gene della curiosità, e perché non possiate disporre di elementi sufficienti a stabilire la mia Vera identità.

Trovate qui il file con la cronologia di febbraio e l’agenda di marzo, che vi consiglio di scaricare.
Da questa parte trovate, invece, una agenda internazionale per l’intero 2010 fatta con Google Calendar (cliccando su “Agenda”, in alto a destra, ottenete la visualizzazione che preferisco). Si tratta di una pagina che aggiorno costantemente, mano a mano che le notizie mi si parano dinanzi agli occhi stretti. Inutile aggiungere che, se ci trovate qualcosa che non è ancora stato aggiunto – salvo gli eventi elettorali, per quello ci sono le liste di Wikipedia -, sarebbe bello che me lo segnalaste.

Il prossimo numero è previsto per il 2-3 aprile.

Buona lettura.