Christian Rocca segnala un articolo di Bret Stephens sul Wall Street Journal che mi permette, finalmente, di rimettermi in pari dopo le mie critiche al rapporto Goldstone. Ma partiamo dal Rocca:

Bret Stephens è uno dei più bravi columnist americani e questa sua rubrica per il Wall Street Journal sull’illusione che lo stop agli insediamenti israeliani possa risolvere il conflitto lo dimostra pienamente

Chi, tra tutti gli inquilini della West Wing (tanto per usare un’antonomasia un po’ più connotativa rispetto alla Beltway) è stato così cretino da sostenere che il blocco degli insediamenti avrebbe ipso facto condotto alla pace? E’ un fatto, invece, che l’annuncio di nuovi insediamenti a Gerusalemme est – ma soprattutto in Cisgiordania, dove Netanyahu ha contravvenuto a quanto promesso in dicembre – ha provocato in meno di una settimana il crollo di quei negoziati indiretti che erano ripresi per volontà di tutti i paesi arabi (endorsement della Lega araba del 4 marzo), e che evidentemente avrebbero messo in difficoltà il governo ultraconservatore di Israele.
Passiamo pure a Bret, ma lasciate che vi metta in guardia: per ritenerlo ‘uno dei più bravi columnist’ americani ci vuole davvero parecchio pelo sullo stomaco. Stephens sostiene che non importa cosa decidano di fare gli occidentali: gli estremisti islamici, cioè Hamas, cioè i palestinesi (si badi bene: questi passaggi logici non sono mai esplicitati, ma restano sepolti nel sottotesto dell’articolo) li considereranno sempre individui eretici, immorali. Ciò dilegua l’utilità di qualunque sforzo negoziale, e dunque forse è bene non fare niente, poiché qualsiasi tipo di apertura non dimostrerà altro che la vulnerabilità degli occidentali. Ecco cosa ci racconta:

Mr. Buchanan was playing off a story in the Israeli press that Vice President Joe Biden had warned Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu “what you’re doing here [in the West Bank] undermines the security of our troops.” Also in the mix was a story that Centcom commander David Petraeus had cited Arab-Israeli tensions as the key impediment to wider progress in the region. Both reports were later denied—in Mr. Biden’s case, via Rahm Emanuel; in Gen. Petraeus’s case, personally and forcefully

Che Biden o Petraeus neghino cose che sono state loro attribuite non dovrebbe avere alcuna rilevanza all’interno dell’articolo. Anzi: se negano, significa che all’interno dell’amministrazione non tutti sono ossessionati dal ‘luogo comune’, dalla conventional wisdom che attribuisce responsabilità agli israeliani in questa specifica vicenda. Epperò è già questa in parte una stronzata: il 12 marzo, ad esempio, Hillary Clinton considerava l’annuncio di nuovi insediamenti da parte israeliana ‘un insulto’. E, d’altronde, se non fosse così Stephens non avrebbe certo avvertito l’intima necessità di scrivere il suo pezzo.

If you’re of the view that Israel is the root cause of everything that ails the Middle East—think of it as global warming in Hebrew form—then (…)

Già dobbiamo delle scuse a Rocca: la generalizzazione dal caso particolare è contenuta direttamente nel pezzo del magnifico opinionista; Christian non ha colpe, se non quella di aver lasciato che altri parlassero per tramite suo, e che gli mettessero in bocca frasi tanto superficiali.
Ribadisco: chi, nell’accolita obamiana, ha sostenuto che le colpe del conflitto mediorientale siano da imputare interamente (o, se è per questo, per la maggior parte) a Israele? Dov’è il quote-unquote? Non c’è, e nessuno tra lo staff di Obama si sarebbe potuto permettere affermazioni del genere senza perdere il posto. E allora, di cosa stiamo parlando? Di aria fritta. Più specificamente di quell’aria fritta che puzza lontano un miglio di reazione di autodifesa, e che si riduce a fallacie logiche di proporzioni colossali pur di proteggere gli interessi del governo israeliano – e solo quelli.
Il lettore che non fosse interessato ad un esame più approfondito dell’articolo può fermarsi qui. Ma l’analisi non è finita: tutt’altro. Se l’argomentazione di Stephens qua sopra è, questa sì, conventional wisdom nei circoli lobbistici filo-israeliani, dovremo ora addentrarci nella disamina di tutto quel lavoro di documentazione che sostanzia il resto dell’articolo. Vediamo:

[Sayyid] Qutb, for those unfamiliar with the name, is widely considered the intellectual godfather of al Qaeda

E qui non si va lontani dal dire la verità.

“The American girl,” [Qutb] noted, “knows seductiveness lies in the round breasts, the full buttocks, and in the shapely thighs, sleek legs and she shows all this and does not hide it.” Nor did he approve of Jazz—”this music the savage bushmen created to satisfy their primitive desires”—or of American films, or clothes, or haircuts, or food. It was all, in his eyes, equally wretched.

Finalmente, eccole qui!, tutte le ore di lavoro spese per prepararsi alla redazione dell’articolo: le uniche due citazioni delle opinioni di Qutb sono, lettera per lettera, quelle contenute nella versione corrente dell’articolo della Wikipedia inglese, datata 16 marzo, e vi stazionano almeno dal febbraio 2007 (mi sono fermato, ma si potrebbe risalire oltre con la cronologia). Ciò detto, seguiamo pure Wikipedia:

Qutb was raised in the Egyptian village of Musha and studied the Qur’an from a young age. He moved to Cairo, where he could receive an education based on the British style of schooling.

Qutb è nato in Egitto, e vi è cresciuto nel periodo delle rivolte contro gli inglesi. Il nostro seguì l’impostazione filo-secolarista della monarchia egiziana sin dalla più tenera età, ma:

Qutb’s early, secular writing shows evidence of his later themes. For example, Qutb’s autobiography of his childhood Tifl min al-Qarya (A Child From the Village) makes little mention of Islam or political theory and is typically classified as a secular, literary work. However, it is replete with references to village mysticism, superstition, the Qur’an, and incidences of injustice.

Qutb era già affascinato dal misticismo religioso dell’entroterra egiziano, e quando re Faruq decise di orientare l’ideologia di palazzo verso l’Islam, presentandosi nel 1938 come amir al-mu’minin, principe dei credenti (titolo tradizionalmente riservato al Califfo), a Qutb non parve vero: finalmente qualcuno che potesse porgergli ascolto.

Though Islam gave him much peace and contentment, he suffered from respiratory and other health problems throughout his life and was known for “his introvertedness, isolation, depression and concern. (…) Qutb never married, in part because of his steadfast religious convictions. (…) Qutb lamented to his readers that he was never able to find a woman of sufficient “moral purity and discretion”

La descrizione perfetta di un emarginato. Triste, introverso, malaticcio, isolato: le donne non se lo filavano. La biografia di Qutb dimostra una cosa molto semplice, ma a quanto pare ancora incompresa dai grandi columnist filoisraeliani: che il suo profilo si attaglia perfettamente alle condizioni sociali e psicologiche che sono terreno fertile per la produzione di estremisti, di qualunque specie. L’articolo non fa nessuno sforzo per dimostrare che la maggioranza della popolazione islamica sia estremista o tenda all’estremismo (né in senso diacronico, né nel presente): lo dà pregiudizialmente per scontato. Ma, al contrario, la storia di Qutb è un lungo elenco di alcune delle cause socio-psicologiche, e di altre storico-politiche, che insieme hanno contribuito alla nascita e alla diffusione di un movimento ideologico simile (ma quanto, poi?) ad al-Qaeda.
E’ vero, la religione è una dimensione dell’ideologia, ed è la dimensione determinante nel caso di movimenti come i Fratelli musulmani o al-Qaeda, che vi basano le loro fondamenta. Ma, presa da sola, la religione non spiega:
– la diffusione delle idee estremiste rispetto a quelle moderate, quando entrambe le narrazioni sono disponibili (come nel caso dell’Islam);
– la diffusione di movimenti politici che mobilitino queste idee estremiste;
– il livello di protezione governativa di cui possono godere questi movimenti, o all’opposto il grado di repressione esercitato dai governanti.

Peraltro l’irredentismo palestinese è una forma di nazionalismo piuttosto tradizionale e leggibile: si reclama il legittimo possesso di quel pezzo di territorio che corrisponde alla patria usurpata, e solo dopo si giustifica questa pretesa con l’appello alla difesa dei luoghi sacri. Israele è il caso perfetto per parlare della genesi delle ‘geopolitiche della memoria‘, e non si presta affatto alle risibili semplificazioni di Stephens, nelle quali Qutb sembra essere il teorico fondamentale per qualunque movimento politico in cui la dimensione religiosa non sia totalmente assente.
Se Qutb non fu il teorico della lotta di liberazione nazionale della Palestina, d’altra parte propose un modello di ‘socialismo islamico‘ in tutto e per tutto differente dai proclami ecumenici del frammentato manipolo di al-Qaida (v. Anna Baldinetti, “Politica e religione nell’Egitto contemporaneo”, in Lo Stato islamico – Teoria e prassi nel mondo contemporaneo, a cura di Francesco Montessoro).
Ma lasciamo perdere, e limitiamoci a dare un’occhiata alla sorte che toccò a Qutb una volta di ritorno in Egitto, dopo la scampagnata 1948-50 in America. Nel 1952 i generali di Nasser rovesciano la monarchia, e nel 1954 è Nasser stesso a restaurare la legge civile e ad impossessarsi dei pieni poteri:

the cooperation between the Brotherhood and Free Officers which marked the revolution’s success soon soured as it became clear the secular nationalist ideology of Nasserism was incompatible with the Islamism of the Brotherhood. After the attempted assassination of Nasser in 1954, the Egyptian government used the incident to justify a crackdown on the Muslim Brotherhood (…) Qutb was let out of prison at the end of 1964 at the behest of the then Prime Minister of Iraq, Abdul Salam Arif, for only 8 months before being rearrested in August 1965 (…) He was sentenced to death (…) On 29 August 1966, he was executed by hanging.

Qutb trascorre un decennio in prigione, a scrivere, e nel 1966 viene condannato a morte. La condanna giunge da persone di fede islamica, a causa delle sue idee troppo radicali sull’Islam. Mi pare che il quadro sia ora sufficientemente complesso da non lasciare più spazio alle mistificazioni pregiudiziali di Stephens. Riprendiamone l’articolo, dunque:

The war the Jews began to wage against Islam and Muslims in those early days [of Islamic history],” he wrote in the 1950s, “has raged to the present. The form and appearance may have changed, but the nature and the means remain the same.” Needless to say, that passage was written long before Israel had “occupied” a single inch of Arab territory, unless one takes the view (…) that Tel Aviv itself is occupied territory.

Questa è follia pura. Le proteste arabe contro la proliferazione dei kibbutz datano sin da prima degli anni Venti (p. 10: “In 1918, the Islamic-Christian Society of Jaffa wrote a memo to General Allenby”, e passim). Inoltre nel 1948, qualche anno prima che Qutb scrivesse le poche righe qui sopra, era scoppiato il primo conflitto arabo-israeliano, a seguito del quale i sionisti occuparono militarmente quei ventimila chilometri quadrati che sarebbero diventati lo stato di Israele.
Hamas guarda a quella guerra come ad una ‘occupazione’ di un territorio (ed effettivamente, se dovessimo limitarci a descriverla nei suoi effetti, così è). Stephens ignora volontariamente il conflitto tra le due narrazioni estremiste, quella ortodossa per la quale tutta la Palestina appartiene ad Israele e quella degli estremisti islamici che reclamano a loro lo stesso territorio, denigrandone una sola pur di ricavare lo spazio necessario a legittimare l’altra.
Tanto per tornare a bomba, ricordo a Rocca e a Stephens che i negoziati indiretti di marzo avrebbero dovuto coinvolgere tutte le parti al fine di riconoscere una narrazione alternativa ai due opposti estremismi, e cioè quella moderata dei ‘due popoli, due stati’, e che da questa e da nient’altro sarebbero dovute derivare tutte le conseguenze etiche, giuridiche e politiche del negoziato.

to imagine that the settlements account for even a fraction of the rage that has inhabited the radical Muslim mind since the days of Qutb is fantasy: The settlements are merely the latest politically convenient cover behind which lies a universe of hatred

Insomma, non poteva che essere così: da ragionamenti tanto fallaci, una conclusione altrettanto minchiona.