Tra le tante che il Rocca spara su Camillo, giorno per giorno, si tratta almeno di smentire le più grosse. Ne scelgo una nella quale mi ritengo sufficientemente ferrato da non dover compiere ricerca, ché non ho moltissimo tempo.
Rocca sostiene che: a) Obama sarebbe più realista di Bush II, e per questo ‘di destra’; b) Obama ha strappato a Mosca la firma del nuovo Trattato di riduzione delle testate nucleari grazie alle concessioni fatte al regime di “Putin (ok, di Medvedev)”, in particolare attenuando le critiche sui diritti umani; c) il Trattato ha una portata molto limitata, “risibile (…) rispetto agli accordi firmati da Bush e Putin in passato”.

Vediamo di rispondere, punto per punto.

a) Realismo e idealismo. Una politica estera realista non è una politica di destra, così come una idealista non è mai stata necessariamente una politica di sinistra. Christian ce la mena da due anni con questa storia, ma non ha ancora saputo spiegare in cosa si distinguerebbero politiche estere ‘di destra’ e ‘di sinistra’, fatta salva la tautologica assegnazione di politiche realiste ed idealiste ad una e all’altra parte dell’atlante delle appartenenze. Di qui, poi, si inferisce un supposto quanto involontario ‘scambio in culla’ delle politiche estere: da Bush in poi ad aver sostenuto politiche realiste sarebbe stato il candidato democratico, ormai inconsapevolmente lontano dalla sinistra, mentre l’unico portatore di idealismi sufficientemente sani sarebbe stato il destrorso. E così chi è repubblicano ha condotto delle guerre, ma in nome di ideali di sinistra – e finalmente capiamo lo scopo di tutto questo bel cavillare: Rocca ha trovato il pretesto astorico per difendere gli interventi di Bush, e insieme cercare di tirare i suoi lettori sulla barca costruita con il suo sillogismo malfermo – e chi è democratico avrebbe tradito la sua causa in nome prima della pavidità, adesso della realpolitik.
Tutte affermazioni superficiali, e se serve spiegarne la ragione urge un ripasso di storia e analisi delle relazioni internazionali. Ricordando, almeno, che al primo posto della shopping list elettorale di qualunque presidente statunitense c’è e c’è sempre stato l’interesse dell’America, e che dunque qualunque politica idealista (già, addirittura quella di Carter) si muove in una prospettiva specificamente nazionale, comprendendovi le sirene della pace democratica che sedussero l’opinione pubblica americana – ma per un brevissimo periodo, si parla di mesi – nel 1979 e poi nel 1993.
Un ultimo appunto, tanto per definire per bene ‘sinistra’ e ‘destra’ nel dibattito interno, ché altrimenti saltano tutti i riferimenti e ci toccano le aporie del Rocca: Obama si muove in questo caso sullo sfondo di un utopico orizzonte che prevede la totale eliminazione degli armamenti nucleari (anche se, certo, ‘perhaps not in my lifetime‘). Questo è un approccio prettamente idealista: talmente idealista che Obama è disposto a mettere da parte altri ideali, come la difesa dei diritti umani nei regimi autocratici, pur di realizzarlo.
Siccome, però, la maschera idealista in questo caso potrebbe benissimo servire a coprire scopi ben più realistici e limitati (vedi sezione c), un suggerimento spassionato che mi sento di dare al Rocca è quello di mettere da parte la salomonica assegnazione di ‘spiriti di politica estera’ quando urge distinguere tra Barack e George, ché ci si sbatte spesso contro senza neanche accorgersene. Meglio limitarsi a dibattere i fatti.
I fatti, giusto. E dunque:

b) Obama e la politica verso Mosca. L’attuale presidente degli Stati Uniti avrebbe adottato un approccio più morbido verso Mosca se paragonato alle relazioni quasi costantemente tese, che datano almeno dagli ultimi due anni del secondo mandato di Bush e non dalla guerra con la Georgia (ricordiamo, per esempio, 1, che scatenò 2) sostiene Rocca. Che spesso si dimentica, e qui non fa eccezione, che la Russia ha fatto l’elastico anche durante l’ottennato di Bush, salendo più volte sul carro americano quando a Mosca faceva comodo disporre di una categoria ermeneutica di massa (“terrorista”) per classificare il nemico interno – i guerriglieri ceceni – come un ‘male assoluto’ con il quale non si negozia, e per avocare al governo centrale la scelta dei governatori locali.
Ma è vero che Obama ha deciso di ‘premere il pulsante Reset‘. L’ha fatto perché la sua politica estera punta in questo momento ad un obiettivo differente. Nessuna nazione al mondo può risolvere contemporaneamente tutti i problemi che le si presentano: come sempre si soppesano costi e benefici, lo si fa in relazione alle minacce percepite, e poi si fanno delle scelte. Se occorre il consenso russo per firmare una nuova riduzione degli armamenti nucleari e riaprire, di fatto, il capitolo di un negoziato che sembrava chiuso da quasi un decennio, l’unica cosa da tenere in considerazione è ciò che si sacrifica.
Ecco, appunto: cosa si sacrifica? Allo stato attuale si può tranquillamente rispondere: uno status quo non modificabile. L’Abkhazia è occupata – ora dichiaratamente – dai russi, e gli Stati Uniti non hanno la minima prospettiva di riuscire a strappargliela. L’Ucraina si riavvicinerà a Mosca (ma non del tutto), la Bielorussia non se n’è mai staccata, gli stati baltici fremono un po’. I paesi dell’Europa centrale lamentano abbandono per la sofferente memoria storica e perché in tempi di crisi pare logico racimolare i finanziamenti a pioggia che una base o un sistema radar porterebbero con sé, assieme all’indotto generato dall’accresciuta presenza militare. Ma le probabilità di un attacco nucleare russo (o iraniano – sic!) verso l’Europa centrale quante sono? Nulle. Di nuovo: status quo.
L’idealismo di Bush, ammesso che nelle relazioni con Mosca sia mai esistito, può tranquillamente andare in soffitta: firmiamo il trattato, poi si vedrà. E i diritti umani? Sostenere che l’amministrazione non preferirebbe che fossimo tutti liberi e felici è una posizione indifendibile, e infatti lo si può solo dire a mezza voce, en passant, come Rocca fa nel suo articolo.
E quindi ripetiamo, ammesso e non concesso che l’approccio di Bush nei confronti della Russia fosse un approccio idealista (si trattò in realtà di un’accozzaglia di riesumazioni strategiche dalla cantina della storia, genericamente riassunte nel revival dello scudo spaziale), un approccio idealista sui diritti umani nei confronti della Russia oggi non otterrebbe alcun risultato e, anzi, renderebbe nuovamente tese relazioni che è invece necessario tenere sotto controllo per poter agire con più efficacia altrove (di nuovo, vedi sotto).

c) Il trattato, sebbene non sia storico, non è affatto risibile. Bush e i suoi lungimiranti strateghi (con l’attenuante dell’11 settembre, ma diamine, non siamo qui tutti i giorni a concedere a Truman l’attenuante di Pearl Harbor ) rischiarono di mandare in vacca qualunque progresso possibile ritirandosi dal Trattato ABM per sviluppare un geniale quanto inutile e mai applicato progetto di ‘scudo anti-missile antiterrorista’.
Rocca, poi, non dice la cosa più importante di tutte: che il Trattato firmato da Bush e Putin nel maggio 2002, che limita il numero di testate schierate (lo Start 2010 limita anche il numero massimo di vettori), non disponeva di un meccanismo di controllo per permettere di verificare l’effettiva attuazione della riduzione, e che Bush dovette dare l’ordine unilaterale di tagliare i missili schierati senza poter sapere se Putin stesse per fare lo stesso. Uno splendido segnale di leggerezza strategica.

La firma del nuovo Start, inoltre, fa parte di una strategia complessiva di avvicinamento alla questione nucleare per mettere in minoranza le posizioni favorevoli all’Iran nel Consiglio di sicurezza Onu e contenere le ambizioni nucleari di Teheran. Sul lungo termine, la Conferenza sul riesame del Trattato di non-proliferazione tenterà di ridurre i rischi associati alla diffusione del possesso dell’arma atomica o dei materiali per costruirne una.
L’amministrazione Obama ha concentrato ad aprile tutta una serie di incontri bilaterali e multilaterali, ha prodotto documenti fondamentali per incardinare la nuova strategia di politica nucleare attorno alla ridefinizione della politica estera della Casa Bianca, e la firma dello Start 2010 è un tassello per prepararsi al grande evento di maggio. Una succinta agenda di questo mese e del prossimo, per chi si sia perso gli appuntamenti e per non rischiare di perdersi quelli che verranno, evidenzia il numero degli incontri nei quali riveste sicura importanza la questione della riforma delle strategie di deterrenza nucleare:

6 aprile: Washington pubblica la nuova Nuclear Posture Review.
8 aprile: firma del nuovo Start.
8 aprile: dopo la firma del trattato, Obama incontra i capi di stato di undici paesi dell’Europa centrale e orientale per rassicurarli che l’impegno statunitense sul ‘cappello’ nucleare non verrà meno.
12-13 aprile: summit a Washington tra 47 paesi del mondo sulla messa in sicurezza del materiale nucleare che potrebbe sfuggire al controllo governativo (‘loose nukes’).
13 aprile: incontro tra Hillary Clinton e Sergei Lavrov – per discutere, anche, delle nuove strategie nucleari.
13 aprile: Stati Uniti e Russia firmano un accordo per ridurre le scorte di plutonio ‘weapons-grade’, cioè utile a produrre armi atomiche.
22 aprile: riunione informale dei ministri degli Esteri della Nato, per discutere, oltre che dell’aggiornamento dell’ormai vetusto concetto strategico, anche di sicurezza nucleare.
3-28 maggio: Conferenza sul riesame del Trattato di non-proliferazione nucleare.

Insomma: Obama sembra avere, almeno in questo caso, una strategia globale. Esattamente quello che per otto anni è mancato all’amministrazione Bush.