L’amministrazione americana chiama l’accordo per la riduzione delle armi e dei vettori nucleari “New Start“, e così ormai lo conosce l’opinione pubblica. In questo modo l’entourage del presidente Obama intende segnalare la convinzione che lo Start costituisca la naturale conseguenza del ‘reset’ delle relazioni russo-americane proposto l’anno scorso.

Al di là della retorica, che ha come sempre molto poco a che vedere con le dinamiche reali delle relazioni internazionali, in particolare tra stati che non si amano, la scelta di un simbolo tanto forte per il nuovo trattato e la decisione di tessere le lodi dell’accordo ben oltre la reale portata delle disposizioni che esso contiene – e che pure sono importanti sia da un punto di vista pragmatico e di breve periodo, sia se inquadrate in un’ampia prospettiva storica -, rischia di complicarne il cammino verso la ratifica in Senato.

La Costituzione americana richiede (art. II.2) una maggioranza di 2/3 dei senatori per ratificare i trattati internazionali (67 senatori, oggi). Negli ultimi giorni si sono levate molte voci per esprimere dubbi sulla reale possibilità che una tale supermaggioranza possa essere messa insieme con la composizione attuale (59 D, 41 R), considerando la difficoltà di raggranellare i 60 senatori necessari al passaggio della riforma sanitaria. In altri tempi avrei seriamente dubitato che i senatori repubblicani avrebbero ceduto alla tentazione di cassare il trattato, a meno che nelle settimane precedenti non vi avessero costruito attorno un’importante campagna sfavorevole. Il punto è che il rischio che Obama sta correndo è quello di eccedere con le lodi (oversell) mentre, dall’altra parte, le obiezioni di Lieberman non sono del tutto irragionevoli.

Inoltre il popolo dei tea party, radicalmente ‘contro’ per costituzione, avrebbe gioco facile a farsi strumento del mercimonio politico, lasciandosi corteggiare e poi convincere dagli argomenti dei senatori per poi fare da cassa di risonanza di opinioni che in condizioni meno instabili sarebbero rimaste confinate ad una minoranza; tanto più che le dirette conseguenze della mancata ratifica non ricadrebbero all’istante sulla popolazione. Insomma, la classe politica repubblicana potrebbe scegliere di ignorare gli effetti a lungo termine della fine dello Start pur di ottenere guadagni marginali nell’immediato, verso le elezioni di mid-term di novembre.

Per questo torna ad affacciarsi un’ipotesi molto interessante: Obama potrebbe ricorrere ad una scappatoia, la stessa che adottò Nixon quando propose la ratifica del Trattato per la limitazione delle armi (nucleari) strategiche nel 1972.
Nixon scelse di proporre la ratifica del Salt attraverso un accordo esecutivo congressuale (congressional executive agreement): uno strumento differente dalla ratifica, ma che la Corte Suprema ha in più di un’occasione ritenuto valido a suscitare gli stessi effetti legali di una ratifica in ambito internazionale. In sostanza nel caso Obama scegliesse la via di un executive agreement si tornerebbe al procedimento legislativo normale: la ratifica non sarebbe più competenza del solo Senato ma di entrambe le Camere, che però delibererebbero a maggioranza semplice, sgravando l’amministrazione dal difficile compito di scovare i 67 senatori favorevoli. Ci sono dei limiti ratione materiae per poter utilizzare lo strumento, ma il Nuovo Start sembra muovervisi tranquillamente al loro interno. E poi c’è, come dicevo, il precedente di Nixon. Il trattato non era identico, ma simile a questo per ciò che rileva: la sua durata limitata e la materia oggetto dell’accordo bilaterale.

Qualora Obama scegliesse questa seconda via aspettatevi ogni tipo di protesta. Ma più che pestare i piedi i repubblicani non potrebbero fare. La via dell’accordo esecutivo congressuale sembra la via più semplice e, in fin dei conti, la migliore strategia nel caso una supermaggioranza risultasse irraggiungibile, way out of reach.

Nota bene. A chiunque si stia chiedendo cosa c’entri l’immagine iniziale con il contenuto dell’articolo: nulla, ma è fantastica.