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Ma possibile che tra tutte le persone che seguo tramite feed, fatta eccezione per Luigi, non ce ne sia una che ascolti musica decente?
Davvero per avere interessi affini ai miei ci si deve rassegnare a limitare l’ascolto a quel materiale cui abbiamo facilmente e rapidamente accesso, senza un minimo di riflessione critica, per utilizzarlo come semplice melodia da sovrapporre, asincrona, alla pressione digitale alternata sulla tastiera? E dire che in molti altri campi, invece, il pensiero della crème de la crème della blogosfera italiana è incredibilmente strutturato, complesso, affascinante.
Il Rocca è l’eminente esempio della peggior musica che si possa ascoltare: ogni volta che consiglia un disco lo appenderei per le palle qui, al posto del tucano (davvero, c’è da rimanere attoniti per la sistematica regolarità con la quale consiglia gnommeri di suoni patinatissimi) * ; ma anche Francesco , Giovanni (non ho le pezze giustificative, ma fidatevi) e – l’ho appena scoperto – Leonardo hanno questa tendenza a mortificare la ricerca sonora, ognuno nel suo diversissimo modo.

Qualcuno di buon cuore ha voglia di spiegarmi come sia possibile questa corsa agli inferi, a capofitto, dalle vette della ragion pura alla scatologia acustica?

Badate, non chiedo che in Italia chiunque vanti una capacità di scrittura superiore alla media devii dalla media gaussiana nella stessa misura in qualunque campo del sapere. Non sto chiedendo che ciascuno tra quelli che ho citati, assieme agli autori dei blog che ho tra i feed, non pervenuti, ascolti tutto il giorno i King Crimson. Anzi. Ma:

[*] Scavicchiando un po’ ho anche scoperto che il Rocca prende un Foucault per un altro (L’etica protestante di The Wire e il pendolo di Mad men: “(…) che Mad Men sia una decostruzione foucaltiana del capitalismo americano”), neanche fossimo tra i novellini della Ivy League.

Bonus (Malvi’, anche per te).
Altro: 1977.


Carina, ma dagli inventori della transustanziazione mi aspettavo di più.

«Ammettiamo – le disse il presidente italiano – che la Grecia rappresenti un organo periferico e non vitale del corpo europeo: per esempio una mano. Ma nella mano circola lo stesso sangue che va in tutto il corpo, un sangue che nel caso dell’Europa è l’euro. Se la mano non viene curata e va in cancrena, tutto il corpo ne subirà conseguenze devastanti». Dopo cinquanta minuti di colloquio, Angela Merkel si convinse.

Silvio Berlusconi nel nuovo libro di Bruno Vespa

***

Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui.

Livio, Ab urbe condita libri, II, 32

***

Si noti l’imbecillità della metafora, nella realistica impossibilità di rifilare alla Grecia il ruolo di pancia. La conseguenza di quel colloquio può essere stata una sola: quella di puntellare nell’animo della Merkel la preferenza verso l’amputazione.

“[L]a fede è un concetto privativo: si distrugge come fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere o la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. (…) Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarla: il suo fanatismo è (…) l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. (…) La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare.”

Questo, e solo questo, è quanto di Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer terrei come ancora euristicamente valido per parlare delle religioni nel contemporaneo. Esercizio non vano sarebbe controllare cosa sia stato eliso dalle parentesi tonde, per scoprire almeno tutti quegli sbuffi irosamente malvineschi che non ho potuto non cancellare pur di dare un taglio moderato (borghese, e dunque antidialettico, direbbero gli Autori che cito) a parole di cui volentieri mi approprio per descrivere le mie convinzioni in merito alla fede cristiana.
C’è un tratto cui però non posso rinunciare, perché mi ha divertito parecchio, sebbene trovi vuota d’ogni possibilità dimostrativa – e piena solo d’invettiva, e dunque carica di contenuto politico e dialettico, non di ragione – la sua sostanza:

“La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano già la società verso la barbarie”.

La coincidenza tra gli ‘assolutamente spregiudicati’ del testo e il pannellian-radicale ‘capaci di tutto’ è forse più profonda nella traduzione italiana di Renato Solmi – tanto che una noticina ci informa che quel ‘spregiudicati’ è, nell’originale, ‘illuminati’ (Aufgeklärten) – ma il contrasto sfuma in crasi quando si consideri che per i radicali la partitocrazia sarebbe strisciantemente al potere da sessant’anni, e che già nella locuzione ‘capaci di tutto’ c’è una riduzione dall’attuale al potenziale, o dal palese al nascosto, della barbarie nazista.

Mi sono imbattuto di nuovo in una discussione in calce ad un post di Giovanni, e in un mio commento che sussume, davvero, tutte le mie posizioni in merito a pace e guerra. Piuttosto che scriverne di nuovo, lo riporto (quasi) tal quale:

“[M]i sconcerta un discorso tanto semplicistico da parte di chi sembra aver studiato, e parecchio: non esistono filosofie della pace? Veramente sovrabbondano, da More a Kant a Solov’ev. Servono filosofie della pace o, per meglio dire, portano la pace nel mondo? Una risposta veloce veloce: no.
Il mondo è squilibrio, la violenza proviene da questo squilibrio, e un realista (quello che tu maiuscoleggi e bismarckeggi con l’intento di licenziarlo come filosofia perdente) semplicemente non ammette che l’utopia pacifista rechi pace, e [sostiene] che sia meglio gestire il mondo con i pochi mezzi presenti, piuttosto che inneggiare ad un futuro davvero improbabile, in cui non esisterebbero recriminazioni violente perché saremmo tutti uguali.

Per tornare, infine, alla lotta di Gandhi: è fantastico come s’ignori bellamente Nehru, le centinaia di morti, l’esercito della guerra d’indipendenza indiana. La nonviolenza fu una tattica che anticipò i tempi del disimpegno inglese, abbinata ad altre tattiche violente, e lo poté essere semplicemente perché anche gli inglesi avevano rinunciato ad utilizzare metodi eccessivamente violenti per distruggere l’opposizione indipendentista. Perché non fucilarono Gandhi? Probabilmente perché si aspettavano che le violenze successive all’omicidio di stato sarebbero state peggiori, e deleterie per l’esercito coloniale. Perché l’India poté esercitare del credito politico per raggiungere l’indipendenza? Perché aveva partecipato in forze ad uno dei bagni di sangue più fondamentali ed esiziali della storia del mondo, la Seconda guerra mondiale. La nonviolenza ha generato politiche tra le più violente e foriere di massacro in quell’area di mondo, fino alla spartizione indo-pakistana e alle ribellioni comuniste e all’uscita del Bangladesh.
E allora la nonviolenza come tattica per uno scopo politico, sì, può essere utile in casi particolarissimi, e di sicuro lo spazio per la sua applicazione è andato ampliandosi in aree del mondo già libere. Ma la nonviolenza come condizione essenziale dell’uomo è una gran bella utopia inapplicabile, addirittura controproducente: ad oggi possiamo solo limitarci a restringere le possibilità di una guerra, ed è molto meglio chiederci come fare, sapendo che ogni rimedio è temporaneo ed ogni controversia è suscettibile di sfociare in metodi violenti, quando tutti gli altri mezzi esperiti non abbiano avuto esito.

Insomma: Gino Strada è un ottimo medico, ma di politica internazionale non ha capito una mazza, diciamocelo.”

Poi, più avanti, della guerra:

“Una cosa, minima ma proprio per questo fondamentale (…): non c’entra affatto la validità della violenza e della guerra (peraltro condizioni generalissime, che andrebbero sviscerate caso per caso: quando, invece, vale che la minaccia di violenza contenga il totale di violenza esercitata [leggi: guerra fredda] o la limiti per la sua gran parte [come accadde nell’equilibrio europeo pre- e post-napoleonico, nel quale eserciti addestrati e controllati si ammazzavano tra loro risparmiando tutti gli altri] le promesse di violenza futura non sono efficaci ad arginare la violenza? E appunto, di qui, il più generale discorso della pace democratica, che però, visto che lo sto declinando tra parentesi, magari rimandiamo ad una successiva discussione), c’entra la possibilità che esista un mondo popolato da uomini e che non sia violento.
Il realismo analizza la storia e postula la stabilità della condizione umana. Non dell’etica, non siamo stupidi; sì della condizione fondamentale dell’uomo, cioè quella di aggirarsi per un mondo in cui la distribuzione delle risorse scarse è ineguale.

Finché esisteranno squilibri di risorse – cioè a dire: sempre – , sempre chi è svantaggiato cercherà di raggiungere chi è avvantaggiato, e sempre chi è avvantaggiato cercherà di preservare la sua condizione di avvantaggiato. Puoi prendere una parte o l’altra nella lotta, che può farsi più o meno violenta a seconda degli uomini che l’incarnano e delle istituzioni che la contengono. Oppure puoi astenerti dal lottare, ma lo farai solo in particolarissime condizioni: la prima, perché lottare non ti serve, perché ti accontenti di quel che hai – ma guai se entrasse in casa tua qualcuno per razziarti mobilio e cibarie, no? La seconda, gandhiana, è lotta in se stessa e sotto condizioni particolarissime, non violenta solo in tanto in quanto anche il tuo nemico (dichiarato) abbia deciso di non esercitare il massimo della violenza. Utilizzerai la nonviolenza come massima strategia per ottenere ciò che ritieni ti sia stato sottratto da chi accetta, almeno eticamente, la validità della strategia nonviolenta e non ti uccide.

L’unico metodo efficace per raggiungere una pace stabile è farlo sotto il rischio sempre presente (per quanto lontano, rimosso, sprofondato) di guerra. La pace perpetua, invece, genera mostri, ogni volta che la faccia del filosofo si schianta contro la normale natura media dell’essere umano.
Non esistono stadi evolutivi prossimi venturi in cui non lotteremo per ottenere ciò che vogliamo per sottrarlo a chi ne ha di più, a meno che un nuovo, incredibile equilibrio geologico, atmosferico, fisico e psicologico investa la razza umana. L’unico ordine giungerà forse alla fine, quando tutti occuperemo quello spazio di staticità ordinata e perfettamente distribuita che sono gli atomi dispersi nel cosmo. Fino ad allora temo che sarà impossibile eviscerare la violenza dal mondo.”

E ancora:

“[S]tai (…) semplificando il pensiero di Gandhi, che non si emancipò mai dall’ammissione perfettamente induista che il mondo fosse luogo di scontro tra violenze. Piuttosto ne rigettò l’applicazione per raggiungere, ripeto, un obiettivo contro un nemico perfettamente dichiarato: l’Impero britannico.”

Mi si replica: “se fosse questo il mondo, ora ci saremmo distrutti tutti”.

Rispondo: “Lo squilibrio di risorse fonda equilibri di vita basati su quelle continue configurazioni di squilibrio. Basta con le puttanate che violenza chiami sempre violenza, ché altrimenti appunto, ci saremmo distrutti tutti, e così non è. (…)

Il mondo è violenza ineliminabile nelle sue fondamenta, non nel suo esprimersi pratico. Ciò che possiamo fare in quanto esseri umani è provare a cercare una maniera meno inadeguata delle altre per minimizzare il livello della violenza nel mondo. Gandhi vi riuscì per un periodo, e non ho mai detto che i predicatori di nonviolenza non possano avere successo sotto particolari condizioni.
Semplicemente, non si può pensare che il mondo non sia violenza o che possa diventarlo in un certo futuro, perché questo spalanca le porte a certi stupendi paradossi bolscevichi. Cioè a dire: se predico la nonviolenza, ma dieci persone vogliono farmi fuori, schiatto (vedi Gandhi nel ‘48). Se mi circondo di persone disposte a difendermi da chi, violento, vuole farmi fuori, ammetto che l’esercizio violento dell’autodifesa, che fa salva la mia vita, sia ammissibile finché il mondo non abbia smesso le sue sembianze di violenza. Se in molti mi vogliono morto, mi ritrovo in guerra, e allora i rossi si ammazzano con i bianchi, qualche opportunista mi darà una mano a raggiungere il mio obiettivo, una guerra generale prenderà il mondo, e se io vincessi sarei addirittura costretto a segregare i violenti altrove, nei gulag?, eternamente tentando di convincerli, fino a quando morissero e restassi da solo con i miei discepoli nonviolenti. I quali oltretutto genereranno figli, che però potrebbero dar di matto e diventare violenti. A quel punto vi è un’alternativa: dopo la distruzione dei violenti, sterilizzazione dei nonviolenti.
Poi, da morti, tornare sulla terra assieme a Gandhi, sorridenti, e constatare che quel che è rimasto al mondo sono un paio di ghepardi che si contendono gli ultimi brandelli di una gazzella.”

Cose note e stranote, avete ragione, ma ogni tanto è necessario ricordarsi di rintuzzare le anime belle.

Mi sono appena imbattuto in questa feticistica pagina di Wikipedia, nella quale tra l’altro si racconta che:

there are twenty Belgian exclaves in the Netherlands and three other sections on the Dutch-Belgian border. There are also seven Dutch exclaves within the Belgian exclaves.

Mi ci son già affezionato.

Che era cominciato pressappoco così.

Ci sono molti modi di passare la serata; la mia è trascorsa tentando di stimare le intenzioni dei britannici chiamati al voto domani, interpolando gli ultimi sondaggi disponibili con quelli degli ultimi 14 e 7 giorni.
E’ giunto però il momento di arrendermi: a che occorre una nuova sparata nel mucchio, quando esistono due modelli conflittuali per mezzo dei quali sono già state fatte delle previsioni (qui e qui), seguiti da una coda di polemiche tecniche forse più interessanti delle nude previsioni finali?

Qui, la reazione alla replica della risposta ai commenti iniziali linka sia alla replica, sia alla risposta, sia ai commenti iniziali. Se sentite il bisogno di un riassunto un po’ meno tecnico, un blogger del Financial Times ritiene di aver tutto sotto controllo nella battaglia campale tra psefologi, i nerd dei sondaggi.
Ho seguito il dibattito, affascinato. Hanno chiaramente ragione quelli di PoliticsHome, ma forse è soltanto che la mia parzialità si fonda sull’amore per il metodo scientifico, piuttosto che per le educate supposizioni.

Per chi s’attarda un po’ a cercare, in Rete circolano tesi bellissime. In questa si racconta di come Galileo le provasse tutte perché altri non gli fregassero il monopolio sullo strumento che aveva appena perfezionato. Sullo stesso argomento, ma da un altro punto di vista – la pirateria – , scriveva qualche mese fa anche Caleb Crain.
Se non ci fosse il TRIPS bisognerebbe inventarlo.

Update. Un altro ragazzo che scrive benissimo di queste cose è lui, qui.

Ma stavolta sì, perché non c’è spiegazione più accessibile di questa. Fatevi un giro!
[così non si capisce, ma il riferimento al fatto che i miei link a lui scarseggino è a Francesco Costa]

(stasera gli ultimissimi aggiornamenti sullo stato dei sondaggi; e le mie proiezioni, che tenterò di correggere al meglio seguendo i consigli di atlantropa qui sotto.)