Mi sono imbattuto di nuovo in una discussione in calce ad un post di Giovanni, e in un mio commento che sussume, davvero, tutte le mie posizioni in merito a pace e guerra. Piuttosto che scriverne di nuovo, lo riporto (quasi) tal quale:

“[M]i sconcerta un discorso tanto semplicistico da parte di chi sembra aver studiato, e parecchio: non esistono filosofie della pace? Veramente sovrabbondano, da More a Kant a Solov’ev. Servono filosofie della pace o, per meglio dire, portano la pace nel mondo? Una risposta veloce veloce: no.
Il mondo è squilibrio, la violenza proviene da questo squilibrio, e un realista (quello che tu maiuscoleggi e bismarckeggi con l’intento di licenziarlo come filosofia perdente) semplicemente non ammette che l’utopia pacifista rechi pace, e [sostiene] che sia meglio gestire il mondo con i pochi mezzi presenti, piuttosto che inneggiare ad un futuro davvero improbabile, in cui non esisterebbero recriminazioni violente perché saremmo tutti uguali.

Per tornare, infine, alla lotta di Gandhi: è fantastico come s’ignori bellamente Nehru, le centinaia di morti, l’esercito della guerra d’indipendenza indiana. La nonviolenza fu una tattica che anticipò i tempi del disimpegno inglese, abbinata ad altre tattiche violente, e lo poté essere semplicemente perché anche gli inglesi avevano rinunciato ad utilizzare metodi eccessivamente violenti per distruggere l’opposizione indipendentista. Perché non fucilarono Gandhi? Probabilmente perché si aspettavano che le violenze successive all’omicidio di stato sarebbero state peggiori, e deleterie per l’esercito coloniale. Perché l’India poté esercitare del credito politico per raggiungere l’indipendenza? Perché aveva partecipato in forze ad uno dei bagni di sangue più fondamentali ed esiziali della storia del mondo, la Seconda guerra mondiale. La nonviolenza ha generato politiche tra le più violente e foriere di massacro in quell’area di mondo, fino alla spartizione indo-pakistana e alle ribellioni comuniste e all’uscita del Bangladesh.
E allora la nonviolenza come tattica per uno scopo politico, sì, può essere utile in casi particolarissimi, e di sicuro lo spazio per la sua applicazione è andato ampliandosi in aree del mondo già libere. Ma la nonviolenza come condizione essenziale dell’uomo è una gran bella utopia inapplicabile, addirittura controproducente: ad oggi possiamo solo limitarci a restringere le possibilità di una guerra, ed è molto meglio chiederci come fare, sapendo che ogni rimedio è temporaneo ed ogni controversia è suscettibile di sfociare in metodi violenti, quando tutti gli altri mezzi esperiti non abbiano avuto esito.

Insomma: Gino Strada è un ottimo medico, ma di politica internazionale non ha capito una mazza, diciamocelo.”

Poi, più avanti, della guerra:

“Una cosa, minima ma proprio per questo fondamentale (…): non c’entra affatto la validità della violenza e della guerra (peraltro condizioni generalissime, che andrebbero sviscerate caso per caso: quando, invece, vale che la minaccia di violenza contenga il totale di violenza esercitata [leggi: guerra fredda] o la limiti per la sua gran parte [come accadde nell’equilibrio europeo pre- e post-napoleonico, nel quale eserciti addestrati e controllati si ammazzavano tra loro risparmiando tutti gli altri] le promesse di violenza futura non sono efficaci ad arginare la violenza? E appunto, di qui, il più generale discorso della pace democratica, che però, visto che lo sto declinando tra parentesi, magari rimandiamo ad una successiva discussione), c’entra la possibilità che esista un mondo popolato da uomini e che non sia violento.
Il realismo analizza la storia e postula la stabilità della condizione umana. Non dell’etica, non siamo stupidi; sì della condizione fondamentale dell’uomo, cioè quella di aggirarsi per un mondo in cui la distribuzione delle risorse scarse è ineguale.

Finché esisteranno squilibri di risorse – cioè a dire: sempre – , sempre chi è svantaggiato cercherà di raggiungere chi è avvantaggiato, e sempre chi è avvantaggiato cercherà di preservare la sua condizione di avvantaggiato. Puoi prendere una parte o l’altra nella lotta, che può farsi più o meno violenta a seconda degli uomini che l’incarnano e delle istituzioni che la contengono. Oppure puoi astenerti dal lottare, ma lo farai solo in particolarissime condizioni: la prima, perché lottare non ti serve, perché ti accontenti di quel che hai – ma guai se entrasse in casa tua qualcuno per razziarti mobilio e cibarie, no? La seconda, gandhiana, è lotta in se stessa e sotto condizioni particolarissime, non violenta solo in tanto in quanto anche il tuo nemico (dichiarato) abbia deciso di non esercitare il massimo della violenza. Utilizzerai la nonviolenza come massima strategia per ottenere ciò che ritieni ti sia stato sottratto da chi accetta, almeno eticamente, la validità della strategia nonviolenta e non ti uccide.

L’unico metodo efficace per raggiungere una pace stabile è farlo sotto il rischio sempre presente (per quanto lontano, rimosso, sprofondato) di guerra. La pace perpetua, invece, genera mostri, ogni volta che la faccia del filosofo si schianta contro la normale natura media dell’essere umano.
Non esistono stadi evolutivi prossimi venturi in cui non lotteremo per ottenere ciò che vogliamo per sottrarlo a chi ne ha di più, a meno che un nuovo, incredibile equilibrio geologico, atmosferico, fisico e psicologico investa la razza umana. L’unico ordine giungerà forse alla fine, quando tutti occuperemo quello spazio di staticità ordinata e perfettamente distribuita che sono gli atomi dispersi nel cosmo. Fino ad allora temo che sarà impossibile eviscerare la violenza dal mondo.”

E ancora:

“[S]tai (…) semplificando il pensiero di Gandhi, che non si emancipò mai dall’ammissione perfettamente induista che il mondo fosse luogo di scontro tra violenze. Piuttosto ne rigettò l’applicazione per raggiungere, ripeto, un obiettivo contro un nemico perfettamente dichiarato: l’Impero britannico.”

Mi si replica: “se fosse questo il mondo, ora ci saremmo distrutti tutti”.

Rispondo: “Lo squilibrio di risorse fonda equilibri di vita basati su quelle continue configurazioni di squilibrio. Basta con le puttanate che violenza chiami sempre violenza, ché altrimenti appunto, ci saremmo distrutti tutti, e così non è. (…)

Il mondo è violenza ineliminabile nelle sue fondamenta, non nel suo esprimersi pratico. Ciò che possiamo fare in quanto esseri umani è provare a cercare una maniera meno inadeguata delle altre per minimizzare il livello della violenza nel mondo. Gandhi vi riuscì per un periodo, e non ho mai detto che i predicatori di nonviolenza non possano avere successo sotto particolari condizioni.
Semplicemente, non si può pensare che il mondo non sia violenza o che possa diventarlo in un certo futuro, perché questo spalanca le porte a certi stupendi paradossi bolscevichi. Cioè a dire: se predico la nonviolenza, ma dieci persone vogliono farmi fuori, schiatto (vedi Gandhi nel ‘48). Se mi circondo di persone disposte a difendermi da chi, violento, vuole farmi fuori, ammetto che l’esercizio violento dell’autodifesa, che fa salva la mia vita, sia ammissibile finché il mondo non abbia smesso le sue sembianze di violenza. Se in molti mi vogliono morto, mi ritrovo in guerra, e allora i rossi si ammazzano con i bianchi, qualche opportunista mi darà una mano a raggiungere il mio obiettivo, una guerra generale prenderà il mondo, e se io vincessi sarei addirittura costretto a segregare i violenti altrove, nei gulag?, eternamente tentando di convincerli, fino a quando morissero e restassi da solo con i miei discepoli nonviolenti. I quali oltretutto genereranno figli, che però potrebbero dar di matto e diventare violenti. A quel punto vi è un’alternativa: dopo la distruzione dei violenti, sterilizzazione dei nonviolenti.
Poi, da morti, tornare sulla terra assieme a Gandhi, sorridenti, e constatare che quel che è rimasto al mondo sono un paio di ghepardi che si contendono gli ultimi brandelli di una gazzella.”

Cose note e stranote, avete ragione, ma ogni tanto è necessario ricordarsi di rintuzzare le anime belle.