“[L]a fede è un concetto privativo: si distrugge come fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere o la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. (…) Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarla: il suo fanatismo è (…) l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. (…) La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare.”

Questo, e solo questo, è quanto di Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer terrei come ancora euristicamente valido per parlare delle religioni nel contemporaneo. Esercizio non vano sarebbe controllare cosa sia stato eliso dalle parentesi tonde, per scoprire almeno tutti quegli sbuffi irosamente malvineschi che non ho potuto non cancellare pur di dare un taglio moderato (borghese, e dunque antidialettico, direbbero gli Autori che cito) a parole di cui volentieri mi approprio per descrivere le mie convinzioni in merito alla fede cristiana.
C’è un tratto cui però non posso rinunciare, perché mi ha divertito parecchio, sebbene trovi vuota d’ogni possibilità dimostrativa – e piena solo d’invettiva, e dunque carica di contenuto politico e dialettico, non di ragione – la sua sostanza:

“La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano già la società verso la barbarie”.

La coincidenza tra gli ‘assolutamente spregiudicati’ del testo e il pannellian-radicale ‘capaci di tutto’ è forse più profonda nella traduzione italiana di Renato Solmi – tanto che una noticina ci informa che quel ‘spregiudicati’ è, nell’originale, ‘illuminati’ (Aufgeklärten) – ma il contrasto sfuma in crasi quando si consideri che per i radicali la partitocrazia sarebbe strisciantemente al potere da sessant’anni, e che già nella locuzione ‘capaci di tutto’ c’è una riduzione dall’attuale al potenziale, o dal palese al nascosto, della barbarie nazista.