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A scanso di ogni equivoco, dico subito che, a mio parere, un blogger non è un giornalista: non ne ha i titoli, non ne ha gli onori, non ha diritto agli oneri che gravano sul giornalista (…). Ed è per questo che mi stanno sul cazzo i giornalisti che hanno un blog e i blogger che si danno arie da giornalisti.

Malvino (due), 13 giugno

Ogni tanto ci torno su, son dieci giorni che ci torno su. Mi chiedo quanto s’inalbererebbe se confessassi che alla gente, le volte che mi capita di parlare di lui, lo dipingo come “un vero vaticanista” e “un blogger-giornalista”. E di arie se ne dà: su, dài, ammettilo: te ne dai.
Ma, a parte tutto, quello stronzo ha la capacità di farmi sentire in colpa, e per questo non posso che ringraziarlo.

L’articolo di Rolling Stone che ha messo sulla graticola Stanley McChrystal, il [UPDATE, di qualche ora dopo: ormai ex-]generale al comando delle forze statunitensi in Afghanistan, contiene molto più della – forse eccessiva – caratterizzazione di un militare d’acciaio, rude e dalle strette vedute.
Oltre al dato politico contingente, cioè alle critiche all’amministrazione Obama, c’è tutta la descrizione dell’hype cresciuto mese dopo mese attorno alla dottrina controinsurrezionale, tra il 2006 (prima del surge iracheno, cioè del drastico aumento delle truppe per stabilizzare la situazione e prepararsi al ritiro con il massimo di legittimità politica) e la fine del 2008, e che ha affollato la pletora di studi strategici – specialmente Rand – fino a rischiare di soffocarli.

La bufera è passata sugli istituti di ricerca italiani senza provocare danni significativi, viste anche le difficoltà con le quali la politica estera italiana proietta il proprio componente militare (in altre parole: schiera i propri militari in teatri di crisi esteri nei quali si corre l’elevato rischio di dover sparare). Ma lo spirare del tenue venticello di riflusso ha cominciato a farsi avvertire anche qui, negli ultimi mesi, sulla scorta del trapianto della dottrina del surge dall’Iraq all’Afghanistan. E forse a causa dell’innamoramento per il presidente nero degli Stati Uniti che, pur negato da una buona fetta di analisti, mi pare ne abbia intaccato la capacità di giudizio più in profondità di quanto loro stessi siano disposti ad ammettere.

E insomma, per tornare all’articolo: segnatevelo, magari leggetelo più tardi, la sera, con calma. Perché è scritto con un po’ di quell’astiosa partigianeria che ovunque si tende a trattare con disprezzo, ma che in questo caso è un perfetto esercizio dei diritti di informazione e di critica; e, non in subordine, perché è un gran bel pezzo di letteratura.
Quando, tra quindici anni e a tredici dal ritiro del grosso delle truppe, torneremo a studiare Enduring freedom, questo articolo e una sparuta decina d’altri saranno considerati altrettante tacche a scalfire la credibilità del rapporto tra Pentagono e Casa Bianca. Dimostrazione e insieme racconto della nevrotica dissociazione che Obama vive in questi mesi, tra i suoi dubbi personali sulla conduzione della guerra al terrore e l’approvazione quasi incondizionata delle richieste dei suoi generali.


Nell’immagine: Billy Pilgrim e Christian Rocca si stringono la mano. Nervi tesi. Io, ovviamente, sono Saakashvili.

Visto che sono mesi che mi dedico a smontare Christian Rocca, sul blog – 1, 2, 3 – e in privato, e che più che sicuramente tornerò a farlo (dovessi scrivere qualcosa qui ogni volta che non sono d’accordo con ciò che scrive di là perderei la giornata), oggi desidero dar atto di uno dei migliori articoli di politica estera che abbia mai letto su un quotidiano italiano. E’ di Christian Rocca.

E insomma, pare che la giunta militare a Myanmar sia sulla via della corsa alle armi, della costruzione di missili a lunga gittata e, forse, di armi nucleari. A giudicare dall’intricato sistema di tunnel che ampia documentazione fotografica dimostra abbiano steso su tutto il paese, inoltre, sembra che il livello di paranoia stia lentamente diventando paragonabile agli amici e colleghi lassù a Pyongyang.

[V]enerdì il Consiglio d’istituto del «Majorana» ha deliberato di invitare le famiglie dei 127 studenti a versare 145 euro a testa che serviranno a dare ai commissari ciò che a loro spetta. Spiega Gonnella: «Qui si tratta di non far innervosire i commissari con l’idea che saranno pagati in ritardo. Alla maturità, si sa, i ragazzi hanno bisogno di comprensione…».

Se lo Stato non interverrà, i commissari si troveranno nella condizione di essere pagati per una parte non irrilevante del loro compenso (37%) dalle famiglie degli studenti che dovranno giudicare. Un motivo in più per dimostrare magnanimità con tutti, come sottolinea il preside, che passa addirittura al contrattacco: «Certo, se i commissari non saranno pagati e non saranno sereni, i ragazzi non potranno dare la colpa a noi. Li avevamo avvisati…».
Corruzione e sua istigazione, ma così lievi.

The decision on this morning’s operation was made unanimously by the seven-member security cabinet. Israel left itself having to decide, at the latest possible moment, between two unenviable alternatives: taking over the ships, or allowing the flotilla to pass, unimpeded and unexpected, into Gaza. The critical juncture may actually have been earlier: changing the fruitless siege policy, or taking less blatant steps against the flotilla, such as damaging their engines or physically blocking their path, without sending combat soldiers to board them.
[…]
“We were arrogant and complacent,” one officer told Haaretz. “We didn’t anticipate the scale of the resistance and didn’t conduct ourselves accordingly.”

Amos Harel, Haaretz

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Also unclear is why the soldiers were not given clear orders not to open fire with live ammunition under any circumstances. The IDF has sufficient means for gaining control over rioting mobs using non-lethal force. And if the navy brass informed the decision-makers that there was a reasonable chance that firearms and other weapons would be used and civilians killed, then there is room for doubting the judgment of the policy makers who approved this mission.

Reuven Pedatzur, Haaretz

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Seven idiots in the cabinet

Yossi Sarid, Haaretz

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Non mi strapperete una parola di più.

Deniz Baykal, dal 1992 alla guida del maggior partito d’opposizione turco (il Partito popolare repubblicano, CHP), si è dimesso il 10 maggio a seguito della pubblicazione di una registrazione video che lo vede implicato in un rapporto sessuale con la sua segretaria: uno scandalo, dal momento che entrambi sono sposati. Baykal ha accusato il governo di aver diffuso il video e di averlo “voluto incastrare”, ma non ha smentito l’evidente ‘prova tv’.

Il CHP, storico partito delle sei frecce fondato da Kemal Atatürk, sposa posizioni secolari e – da un decennio – marcatamente socialiste. Alle ultime elezioni ha ottenuto il 20% dei consensi: un buon risultato rispetto al crollo che l’aveva escluso dalla rappresentanza parlamentare nel 1999, ma comunque insufficiente a colmare il vuoto tra esso e l’AKP. Dalla sua fondazione (2001) ad oggi il partito di Erdoğan ha sempre vinto e rafforzato la sua maggioranza, e ha condotto la Turchia attraverso un lustro di forte crescita economica e bassa disoccupazione, reclutando un enorme zoccolo duro di consenso composto dagli strati più poveri della popolazione.

Convocato il 17 maggio in sessione straordinaria, il Congresso del CHP ha eletto all’unanimità un ‘uomo nuovo’, estraneo agli apparatchik di Baykal che per un ventennio avevano reso affare di pochi la gestione del partito: Kemal Kılıçdaroğlu. Sebbene, sessantaduenne, non sia certo espressione di quella nuova generazione politica la cui ascesa era auspicata da molti, Kılıçdaroğlu rappresenta la novità per via della sua identità: è uno sciita alevi di origini curde, e riunisce così due tratti delle minoranze oppresse del sud-est del paese. Il nuovo leader muove oggi i suoi passi iniziali: è ancora troppo presto per stabilire se la sua originalità sarà sufficiente a scuotere un partito ingessato, che capitalizza gli effetti della crisi economica in termini di consenso attuale, ma che resta carente di un programma organico e capace di far fronte al nuovo dinamismo turco in politica estera.

(28 maggio 2010)

Il 14 maggio, il giorno successivo alla visita in Turchia del presidente della Repubblica di Cipro nord Derviş Eroğlu, una mega-delegazione turca capitanata dal premier Erdoğan e composta da dieci ministri e un centinaio di uomini d’affari è stata accolta in Grecia dal presidente George Papandreou per la firma, storica, di 21 accordi bilaterali e un allegato d’intesa.

Sebbene le reazioni della politica greca siano state al più tiepide, anche gli esponenti moderati del partito d’opposizione di centro-destra, Nuova Democrazia, hanno riconosciuto la necessità di rendere più aderente alla realtà della crisi il pingue bilancio della difesa nazionale (8 miliardi di euro), adeguandolo alle condizioni del piano di austerità prodotto dal governo in aprile. Insomma come la distensione del 1999, favorita dal clima politico (Papandreou era Ministro degli esteri), poté concretizzarsi sull’onda del terremoto gemello che colpì i due paesi, un nuovo momento di profonda crisi interna ha risospinto le parti al tavolo delle trattative, aprendo una finestra di opportunità diplomatica potenzialmente utile per formalizzare il riavvicinamento.

Per questo può forse sorprendere che l’intesa sulla riduzione delle provvigioni militari, almeno di quelle destinate a finanziare gli armamenti e il distaccamento permanente di soldati al confine tra i due paesi, alla fine non sia arrivata, nonostante il governo greco avesse già promesso di ridurre del 25% la spesa per la difesa. Atene sostiene che gli interessi turchi su alcune isole dell’Egeo siano incompatibili con un accordo di disarmo e che, dal momento che i turchi mantengono un esercito di dimensioni triple rispetto alle forze greche, le riduzioni dovrebbero essere asimmetriche. Così, anche se non potrà aggirare gli impegni presi con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, i tagli del governo greco non saranno frutto di un accordo.

Insistendo troppo sull’occasione persa si rischia però di sottovalutare il contenuto degli accordi effettivamente siglati il 14 maggio. Tra i 22 memorandum d’intesa, almeno cinque influiscono direttamente sui rapporti commerciali tra i due paesi. Si passa dall’impegno a completare la costruzione e la messa in opera dell’interconnettore Turchia-Grecia-Italia – un gasdotto dalla portata modesta rispetto ai grandi progetti di Nabucco e South Stream ma che, se realizzato nei tempi, sarà la prima infrastruttura energetica a collegare direttamente i due paesi senza passare dalla Bulgaria – alla collaborazione tra le Camere di commercio dei due paesi per aumentare gli investimenti nel settore privato. A questi si sommano l’accordo tra le associazioni bancarie dei due paesi e quello sulla cooperazione turistica, volto soprattutto ad attrarre il grande afflusso di visitatori cinesi.

Il valore commerciale delle intese aumenta considerando che tra Turchia ed Unione europea è in vigore dal 1995 un accordo di unione doganale (anche se limitata ai prodotti manifatturieri) che ha consolidato la posizione dell’Unione come primo partner commerciale turco, e che la piccola economia greca è in forte deficit di bilancia dei pagamenti verso Ankara. Il governo turco ha quindi tutto l’interesse a che il sistema greco non collassi. Stando alle dichiarazioni di Erdoğan, infatti, l’impegno turco è quello di portare il valore del commercio tra i due paesi a 5 miliardi di euro, dai poco meno di 3 nel 2009. D’altronde la dottrina del ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoğlu, di progressiva eliminazione dei problemi con i paesi vicini va applicata anche verso la Grecia, secondo le sue stesse parole, “sviluppando una forte interdipendenza economica”.

Proprio per quest’ultimo motivo non si può non considerare che appena sotto il merito commerciale degli accordi emerge, in controluce, tutta la loro portata strategica. La scelta turca di riannodare le fila di un dialogo che pareva trascinarsi stancamente sembra calibrata al minuto: il 26 maggio, dodici giorni dopo lo storico accordo, sono ripresi quei negoziati di riconciliazione tra greco-ciprioti e turco-ciprioti che proprio l’elezione di Eroğlu, favorevole alla secessione, aveva reso traballanti a fine aprile. Un segnale che questa convergenza, eminentemente economica, ha nelle intenzioni di Erdoğan e di Davutoğlu un forte significato politico che l’Unione europea, se davvero vuole trovare una soluzione per il conflitto a Cipro, non dovrebbe sottovalutare.

(26 maggio 2010)

(utilizzo questo spazio anche come archivio. Incidentalmente: in un rapporto sui Territori palestinesi che mi sono trovato a consegnare il 24 maggio, il mio capo mi ha consigliato di tralasciare gli avvenimenti della Freedom Flotilla – che erano conosciuti da qualunque osservatore del Medioriente almeno dal 29 aprile, e a cercar bene anche da molto prima – perché sarebbero stati ininfluenti).

(Marco Pannella, Radio Radicale, registrazione delle 21.02 del 31 maggio) Sì, ma, appunto, quello che, a mio avviso, colgo subito – e raccolgo – è quello che, implicito ma chiarissimo, nel tuo discorso è la storicità del (incomprensibile), che può essere quella biologica, e le altre forme che possono nascere sempre più chiare dalla conoscenza del cervello e delle sue funzioni e delle neuroscienze in genere.
Sicché direi che sicurissimamente, anche in termini darwinistici, diciamo, possiamo probabilmente già individuare delle sottospecie umane nell’ambito, no?, diciamo, a seconda delle località, delle storie, eccetera. E in questo, allora, può essere una particolare sensibilità del nucleo umano, che ha all’inizio – così – avuto motivo da temere e difendersi da… l’altro… dall’altro. Mentre vi sono invece, sicurissimamente, altri (incomprensibile) che invece l’altro era un’attesa, era una speranza, quindi sì, i barbari sono alle porte, la salvezza deve arrivare, no?
E in questo io vorrei subito dire una cosa: che quando usiamo, come lei ha fatto, l’evocazione del termine della religione, delle religioni, personalmente ho una, come dire, una convinzione antica – non vecchia, logora, ma c’è – che la religiosità, il rapporto dell’esistenza, della sensibilità, di quello che in un momento dato un individuo è, con quello che lo trascende, necessariamente. Non, dice, c’è l’assoluto, no, l’assoluto anche quello è storico, diciamo. Quindi la religiosità, a mio avviso, è assolutamente manifesta, è quella che potremmo poi dire – adesso sembro io che cerco di incardinare le cose, insomma – però la religione della libertà significa qualcosa. Venuta da un benedetto, eccetera, però è vero che forse una rottura è possibile perfino nelle religioni rivelate, poi vi dirò perfino, uh, perché, a naso: una cosa che unisce i cristiani, per quanto notoriamente molte nemici per molte cose a livello teologico, è che Dio, quindi, no?, Dio antropomorfizzato – perché poi questo è il problema di alcune religioni rivelate, quella per cui lo ritenevo da ragazzino quasi una bestemmia, ma se insomma, “Dio ci ha fatto a sua immagine” vuol dire che Dio somiglia a noi, e che bisogno c’abbiamo di Dio?, insomma lo avvertivo come blasfemo, forse – così, e dinanzi a questo è la religiosità dell’uomo dinanzi alle interrogazioni fondamentali sulla vita, la morte e sulle altre cose – e regalare questo, che ritengo che nelle neuroscienze semmai ancora deve essere trovato, il puntino di questo non può non esserci perché è una costante – ancora, darwinisticamente mi pare che possiamo stabilire che per qualsiasi momento della evoluzione della specie umana l’elemento della religiosità – gli animisti, no?, uh, le cose, eeeh, è cosa patente, no?, direi tutte le prime, i primi graffiti che noi troviamo ricordano tutti in un modo o nell’altro proprio questa rice… – gli dèi, la presenza divina, in una frase allora il divino è davvero come nel paganesimo, è simile a noi, no?, c’è quella fase che poi appunto mi faceva dire da ragazzino, “ma se questo proprio è…” –
Poi che cosa viene fuori? Dio, il Dio cattolico e anche cristiano, è quello che a un certo punto stabilisce di prendere corpo, di prendere carne dell’uomo – la vita la morte (incomprensibile) e queste altre cose – e di incarnarsi, incorporarsi, perché questa verità sia una verità salvifica per sempre, una volta per tutte, no? Questa seconda cosa credo che non sia molto importante, forse le neuroscienze un giorno ce lo diranno, se non nella misura in cui le religioni organizzate – ed organizzate non quelle di stampo direi buddista o anche di quella giudaica lì dove c’è questo imperativo ‘mai raffigurare Dio’ – è blasfermo, anche per loro – sicché i talebani a mio avviso che distruggono una montagna perché è blasfema, l’immagine di Dio viene riportata, io dico “No Taleban”, perché insomma quella è una stronzata, insomma, chiedo scusa, ma anche aggiungo “No Vatican”, eh, no?, perché mi pare necessario.
Per questo, professore, volevo dire: religiosità a mio avviso si può intendere da quello che colgo, poi, dal suo e da altre fonti, diciamo, che è una cosa che possiamo individuare come l’opposto della ricerca dell’ordine gerarchico nella specie umana. Una forma, perciò, come dicevo – qualche volta l’altro è temuto con terrore, qualche altra volta è atteso come salvezza, e questo è l’altruismo, l’egoismo, poi approfondendolo molto spesso ci si a… – io dico, sinceramente, è vero, quando mi dicono “grazie”, dico guardate, scusate, abbiate pazienza: io sono egoista, nel senso che a me mi fa un piacere enorme – forse il termine ‘piacere’ è inadeguato – tutto questo, quindi io vi ringrazio perché senza di voi non mi sarebbe possibile tentare di manifestarlo; la relatività, quindi, del – come del diritto naturale. Questa rottura di palle che ci siamo, chiedo scusa, ci siam trovati con le interferenze, no?, c’è questa monade esterna, il diritto naturale vuol dire che la natura è sempre uguale a se stessa, siamo alla follia; adopero il termine credo in modo un po’ nuovo, di ‘diritto naturale’ – perché lo recupero, lo voglio togliere a coloro che ne sono i possessori – che la hanno come avere e non come essere – e dico: “I diritti naturali storicamente acquisiti”, e quindi lo “storicamente” vuol dire qualcosa che diventa coscienza e quindi scelta, perché non è che la coscienza ti dà solo le nostre posizioni, ci può dare anche quelle contrarie.
Ed ecco perché sono immerso nel dire che il ‘comune’ mi interessa oggi perché malgrado lo stesso internet, che al di là degli (…) può essere più facilmente in prospettiva dominato da chi ha il potere, no?, però, insomma, e non parliamo della televisione, della radio e di tutte le altre cose, anche della roba stampata, che devo dire – anche: se io penso al grido di Munch, è artisticamente quello che meglio esprime una parte dell’umanità di oggi, quel grido lì. E’ venuto fuori solo quando è venuto fuori e in realtà è qualcosa di vicino e non lo troviamo. Ecco, quindi: arte, coscienza, intuizione, ri-conoscenza, allora, qui chiedo scusa con gli ascoltatori della radio, che però essendo ascoltatori della radio sono vittime consenzienti del Marco Pannella, e volevo dire lì andiamo al livello della conoscenza, no?, coscienza, conoscenza eccetera.
E lì mi aiuta un poeta che come persona era detestabile, ma grande poeta, grande poieuta in qualche misura, che usava delle violenze filologiche nella sua creatività poetica, ed era Paul Claudel (…).

E, ve l’assicuro, continua per altri quattro minuti.