Il 14 maggio, il giorno successivo alla visita in Turchia del presidente della Repubblica di Cipro nord Derviş Eroğlu, una mega-delegazione turca capitanata dal premier Erdoğan e composta da dieci ministri e un centinaio di uomini d’affari è stata accolta in Grecia dal presidente George Papandreou per la firma, storica, di 21 accordi bilaterali e un allegato d’intesa.

Sebbene le reazioni della politica greca siano state al più tiepide, anche gli esponenti moderati del partito d’opposizione di centro-destra, Nuova Democrazia, hanno riconosciuto la necessità di rendere più aderente alla realtà della crisi il pingue bilancio della difesa nazionale (8 miliardi di euro), adeguandolo alle condizioni del piano di austerità prodotto dal governo in aprile. Insomma come la distensione del 1999, favorita dal clima politico (Papandreou era Ministro degli esteri), poté concretizzarsi sull’onda del terremoto gemello che colpì i due paesi, un nuovo momento di profonda crisi interna ha risospinto le parti al tavolo delle trattative, aprendo una finestra di opportunità diplomatica potenzialmente utile per formalizzare il riavvicinamento.

Per questo può forse sorprendere che l’intesa sulla riduzione delle provvigioni militari, almeno di quelle destinate a finanziare gli armamenti e il distaccamento permanente di soldati al confine tra i due paesi, alla fine non sia arrivata, nonostante il governo greco avesse già promesso di ridurre del 25% la spesa per la difesa. Atene sostiene che gli interessi turchi su alcune isole dell’Egeo siano incompatibili con un accordo di disarmo e che, dal momento che i turchi mantengono un esercito di dimensioni triple rispetto alle forze greche, le riduzioni dovrebbero essere asimmetriche. Così, anche se non potrà aggirare gli impegni presi con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, i tagli del governo greco non saranno frutto di un accordo.

Insistendo troppo sull’occasione persa si rischia però di sottovalutare il contenuto degli accordi effettivamente siglati il 14 maggio. Tra i 22 memorandum d’intesa, almeno cinque influiscono direttamente sui rapporti commerciali tra i due paesi. Si passa dall’impegno a completare la costruzione e la messa in opera dell’interconnettore Turchia-Grecia-Italia – un gasdotto dalla portata modesta rispetto ai grandi progetti di Nabucco e South Stream ma che, se realizzato nei tempi, sarà la prima infrastruttura energetica a collegare direttamente i due paesi senza passare dalla Bulgaria – alla collaborazione tra le Camere di commercio dei due paesi per aumentare gli investimenti nel settore privato. A questi si sommano l’accordo tra le associazioni bancarie dei due paesi e quello sulla cooperazione turistica, volto soprattutto ad attrarre il grande afflusso di visitatori cinesi.

Il valore commerciale delle intese aumenta considerando che tra Turchia ed Unione europea è in vigore dal 1995 un accordo di unione doganale (anche se limitata ai prodotti manifatturieri) che ha consolidato la posizione dell’Unione come primo partner commerciale turco, e che la piccola economia greca è in forte deficit di bilancia dei pagamenti verso Ankara. Il governo turco ha quindi tutto l’interesse a che il sistema greco non collassi. Stando alle dichiarazioni di Erdoğan, infatti, l’impegno turco è quello di portare il valore del commercio tra i due paesi a 5 miliardi di euro, dai poco meno di 3 nel 2009. D’altronde la dottrina del ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoğlu, di progressiva eliminazione dei problemi con i paesi vicini va applicata anche verso la Grecia, secondo le sue stesse parole, “sviluppando una forte interdipendenza economica”.

Proprio per quest’ultimo motivo non si può non considerare che appena sotto il merito commerciale degli accordi emerge, in controluce, tutta la loro portata strategica. La scelta turca di riannodare le fila di un dialogo che pareva trascinarsi stancamente sembra calibrata al minuto: il 26 maggio, dodici giorni dopo lo storico accordo, sono ripresi quei negoziati di riconciliazione tra greco-ciprioti e turco-ciprioti che proprio l’elezione di Eroğlu, favorevole alla secessione, aveva reso traballanti a fine aprile. Un segnale che questa convergenza, eminentemente economica, ha nelle intenzioni di Erdoğan e di Davutoğlu un forte significato politico che l’Unione europea, se davvero vuole trovare una soluzione per il conflitto a Cipro, non dovrebbe sottovalutare.

(26 maggio 2010)

(utilizzo questo spazio anche come archivio. Incidentalmente: in un rapporto sui Territori palestinesi che mi sono trovato a consegnare il 24 maggio, il mio capo mi ha consigliato di tralasciare gli avvenimenti della Freedom Flotilla – che erano conosciuti da qualunque osservatore del Medioriente almeno dal 29 aprile, e a cercar bene anche da molto prima – perché sarebbero stati ininfluenti).