L’articolo di Rolling Stone che ha messo sulla graticola Stanley McChrystal, il [UPDATE, di qualche ora dopo: ormai ex-]generale al comando delle forze statunitensi in Afghanistan, contiene molto più della – forse eccessiva – caratterizzazione di un militare d’acciaio, rude e dalle strette vedute.
Oltre al dato politico contingente, cioè alle critiche all’amministrazione Obama, c’è tutta la descrizione dell’hype cresciuto mese dopo mese attorno alla dottrina controinsurrezionale, tra il 2006 (prima del surge iracheno, cioè del drastico aumento delle truppe per stabilizzare la situazione e prepararsi al ritiro con il massimo di legittimità politica) e la fine del 2008, e che ha affollato la pletora di studi strategici – specialmente Rand – fino a rischiare di soffocarli.

La bufera è passata sugli istituti di ricerca italiani senza provocare danni significativi, viste anche le difficoltà con le quali la politica estera italiana proietta il proprio componente militare (in altre parole: schiera i propri militari in teatri di crisi esteri nei quali si corre l’elevato rischio di dover sparare). Ma lo spirare del tenue venticello di riflusso ha cominciato a farsi avvertire anche qui, negli ultimi mesi, sulla scorta del trapianto della dottrina del surge dall’Iraq all’Afghanistan. E forse a causa dell’innamoramento per il presidente nero degli Stati Uniti che, pur negato da una buona fetta di analisti, mi pare ne abbia intaccato la capacità di giudizio più in profondità di quanto loro stessi siano disposti ad ammettere.

E insomma, per tornare all’articolo: segnatevelo, magari leggetelo più tardi, la sera, con calma. Perché è scritto con un po’ di quell’astiosa partigianeria che ovunque si tende a trattare con disprezzo, ma che in questo caso è un perfetto esercizio dei diritti di informazione e di critica; e, non in subordine, perché è un gran bel pezzo di letteratura.
Quando, tra quindici anni e a tredici dal ritiro del grosso delle truppe, torneremo a studiare Enduring freedom, questo articolo e una sparuta decina d’altri saranno considerati altrettante tacche a scalfire la credibilità del rapporto tra Pentagono e Casa Bianca. Dimostrazione e insieme racconto della nevrotica dissociazione che Obama vive in questi mesi, tra i suoi dubbi personali sulla conduzione della guerra al terrore e l’approvazione quasi incondizionata delle richieste dei suoi generali.