Tanto per spezzare la lunga assenza questo, in teoria, sarei io.

Ma sono io? L’editing di una pubblicazione scientifica può essere pesante, anche per un’analisi di questo livello (sette pagine, dodici cartelle editoriali, tenore divulgativo): scritta una volta a inizio luglio, nella prima bozza mi ero intestardito in una retrospettiva storica dei programmi atomici segreti in Medio Oriente tra gli anni Sessanta e Settanta, non adeguata al taglio richiesto. Interamente riscritto – con gli stessi materiali potrei scriverne altri tre, volendo (programmi militari passati; prospettive di deterrenza tra medie potenze; evoluzione, violazione e prassi del regime di non-proliferazione) -, il mio pezzo di carta è passato sotto altri sei occhi, occhi attenti e capaci che hanno indicato tagli, proposto spostamenti, suggerito semplificazioni sintattiche, evidenziato connessioni logiche mancanti.

Li devo ringraziare, tutti: adesso l’analisi è più coerente, e s’è arricchita nel contenuto. Ma il linguaggio, quello, mi imbarazza perché non mi rappresenta. Mi chiedo davvero quanto, dell’anima iniziale di uno scritto specialistico, resti al termine di una serie di revisioni per nulla invadenti, logiche, ponderate; ma non mie. E’ come se il saggio non appartenesse più a me, ma a quella che qualcuno si diverte a soprannominare ‘comunità scientifica’.
Come senz’altro mi suggerirebbe il nonno di una ragazza che stimo profondamente, urge che io tenga un diario.