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A Milano, per la lista Bonino-Pannella Marco Cappato (primo) raccoglie 1.866 preferenze, Emma Bonino (seconda) 835, M. Giacinto Pannella (dodicesimo) 58.
Si potrebbe cominciare a parlare di successione, e invece.

“[M]ettiamo in fila i fatti”, dice Marco Travaglio, “[p]rima di venire sommersi dalla prevedibile ondata di commenti sull’arresto di Massimo Ciancimino, quei commenti all’italiana fatti apposta per intorbidare le acque” (Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2011, p. 1). Massimo Ciancimino è stato sgamato a rabberciare maldestramente un pizzino di suo padre, don Vito, nel tentativo di incastrare l’attuale capo dei servizi segreti Giovanni de Gennaro, e Travaglio tenta di far luce a modo suo sulla vicenda. Lo scopo pare essere quello di salvare il salvabile tra tutto quanto riferito negli anni da un teste scarsamente attendibile, ma molto utile per continuare a sostenere l’ipotesi della trattativa Stato-mafia nella prima parte degli anni Novanta.
Nell’articolazione del suo pensiero, Travaglio dice cose condivisibili: “tutti e 150 i documenti consegnati da [sic] figlio dell’ex sindaco di Palermo, sono finora risultati autentici e per questo sono entrati in vari processi (per esempio quello a carico del generale Mori per la mancata cattura di Provenzano) e indagini (a partire da quella sulle trattative del 1992-’94) come indizi o prove. Perché, non essendo artefatti, sono una buona base di partenza per appurare se il loro contenuto sia anche la verità (e questo lo stabiliranno i giudici). […] In teoria, un solo documento falso non può cancellare gli altri autentici; né le intercettazioni in cui Ciancimino parla di soldi dati a politici (Vizzini, Cuffaro, il neoministro Romano); né le rivelazioni rese a verbale e già confermate da sentenze di primo e secondo grado, ma soprattutto da quei politici che hanno ritrovato la memoria vent’anni dopo quando [sic] li ha tirati in ballo lui”.
Benissimo, ma da tutto questo inizia a scomparire la trattativa, e cominciano ad emergere le singole, e più plausibili, ipotesi di reato: corruzione, concussione, abuso d’ufficio. E’ un editoriale che pare calmo e pacato, quello di Travaglio, finché non ci si addentra un poco oltre, avvicinandosi alla progressione finale. “Oggi Ciancimino, dopo due anni di stop and go, dovrà finalmente spiegare chi è davvero. Uno stupido pasticcione che rovina la propria credibilità falsificando un documento su 150, mettendosi contro il potente De Gennaro e portando lui stesso ai pm le prove della sua calunniosa truffa?”. E’ questa l’ipotesi di scuola di quasi tutti i giornali in edicola: quella del mafioso e truffatore, già beccato a vantarsi di essere l’idolo dell’Antimafia, che si spinge un passo troppo in là, fino a consegnare alla procura quelle stesse carte che lo incrimineranno.
Tutto qui? Verrebbe da chiedersi perché Travaglio abbia dedicato al tema il suo editoriale, premurandosi oltretutto di fare chiarezza anzitempo, prima che qualcuno intorbidisca le acque. Lo si scopre di lì a poco, continuando a leggere. Il nostro si lascia infatti velocemente alle spalle l’ipotesi, quasi banale, del raggiro perpetrato da un singolo ai danni di tutte le persone che sperano di gettare luce sulle stragi del ’92-’93 e sul clima di un’epoca, e prosegue: Ciancimino potrebbe essere “[u]n falso testimone infilato dalla mafia o da altri loschi ambienti per depistare le indagini su stragi e trattative[, l]a vittima consapevole o inconsapevole di qualcuno che gli ha fornito carte false[, u]n uomo ricattato e costretto a “suicidarsi” per screditare tutto quel che di vero aveva raccontato finora”.
Tutte congetture seguite da punti di domanda, ma già colpisce la faticosa complessità della tesi del suicidio assistito, affidato ad un falso e ad una perizia calligrafica. Strana, la maniera di fare chiarezza di Travaglio: quella che, senza il sostegno nemmeno di un indizio a corroborare un legittimo sospetto, formula illazioni rimestando nel torbido.

[Gaetano Quagliariello], riferendosi a Tangentopoli, argomenta: «Non si spiega altrimenti il parere favorevole della procura alla concessione dei domiciliari dopo l’interrogatorio, come a dover ricompensare la “confessione” di Martino. Né si spiega altrimenti il diniego del gip, secondo il quale evidentemente per poter determinare tale “ricompensa” la “confessione” dovrebbe essere ancora più ampia».

Logici e consequenziali, come sempre.

In un editoriale che disseziona la nuova strategia americana sull’Afghanistan, Steven Metz nota che «il risultato è stato più di continuità che di cambiamento», e che Obama ha «accettato i controversi assunti che stavano alla base della strategia Bush».
«Sia la strategia di Bush, sia quella di Obama presumono che al-Qaeda abbia bisogno di sostegno da parte di uno stato o di un santuario sicuro». Ma, osserva Metz, «durante la ‘guerra al terrorismo’ nessuno è riuscito a dimostrare in maniera persuasiva che gli attacchi dell’11 settembre 2001 non sarebbero avvenuti nel caso in cui al-Qaeda non avesse avuto la sua base in Afghanistan».
Non contento, rincara la dose: «Gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi per sradicare le basi e i campi di addestramento di al-Qaeda non tanto perché queste fossero importanti, quanto perché eravamo coscienti che saremmo stati bravi a farlo. (…) Un vecchio adagio recita: “quando tutto ciò che hai è un martello, qualunque problema ti sembrerà un chiodo”». E’ evidente che Metz stia reclamando per sé un martello per picchiare giù duro su tutti i chiodi storti del ragionamento strategico statunitense.
Non è vero che, se gli Stati Uniti si ritirassero, i talebani riconquisterebbero facilmente il controllo del paese. Se anche lo facessero, sarebbe altamente improbabile che tornerebbero a concedere immunità ad al-Qaeda, ora che sanno che la risposta americana sarebbe devastante. E anche qualora i talebani fossero nuovamente irretiti dalle sirene del terrorismo internazionale la sicurezza degli Stati Uniti non diminuirebbe, perché ormai l’America conosce la direzione dalla quale proviene la minaccia e i suoi leader saprebbero prendere le contromisure adeguate.

Critiche alla gestione dell’intervento militare in Afghanistan e alla conduzione delle operazioni sono piovute costantemente addosso all’amministrazione Bush, e la scelta di continuità di Barack Obama permette di muovere al presidente lo stesso tipo di obiezioni. Nei contenuti, insomma, quanto sostenuto da Metz non sarebbe a tal punto significativo o clamoroso.
E allora cos’ha di tanto particolare, questo pezzo, da meritare segnalazione? Quello che è davvero importante è che le cose che ha scritto, Steven Metz le ha scritte per la newsletter dell’Istituto di Studi Strategici del College militare dell’esercito degli Stati Uniti, vale a dire la massima autorità accademica del paese in campo strategico. Per il suo funzionamento il College dipende dal Dipartimento dell’esercito e dal Dipartimento della Difesa. Il governo degli Stati Uniti, insomma, è editore dell’editoriale di Metz.
Per eliminare il sospetto di un regolamento di conti interno all’amministrazione basta notare che la newsletter la leggono praticamente solo gli studiosi di relazioni internazionali e di studi strategici, che l’editoriale non ha avuto (né, è prevedibile, avrà) alcun seguito sulla stampa, e che in ogni caso Metz ha scritto di recente cose molto simili anche altrove.

Non si può che restare affascinati, una volta di più, dal livello di dissenso che gli Stati Uniti riescono a sopportare senza crollare. Anche quando è un peso sul morale delle truppe, la libertà di critica concessa alle migliori menti del paese resta il fondamento stesso grazie al quale, consapevolmente, procedono il pensiero e il potere (economico, politico e ideologico) americani.

Dopo ventiquattro ore la notizia era già di pubblico dominio: al momento dell’abbordaggio sulla Mavi Marmara non batteva bandiera turca, ma quella delle isole Comore. La nave faceva parte di un convoglio di sei imbarcazioni cariche di passeggeri, viveri e altro materiale umanitario, che il 31 maggio faceva rotta verso le coste di Gaza con l’intenzione di forzare il blocco navale israeliano e che poche ore dopo era stato fermato dall’Idf, l’esercito di Tel Aviv. Il confronto in acque internazionali tra la marina israeliana e gli occupanti delle navi ha provocato la morte di otto passeggeri turchi e di un turco-americano sulla Mavi Marmara.

Prevedibile la reazione di Ankara: al richiamo immediato dell’ambasciatore in Israele ha fatto seguito una serie montante di critiche verso la conduzione dell’operazione da parte dell’Idf e del governo, dalla non proporzionalità dell’impiego della forza fino a considerazioni di carattere politico nelle quali si accusava Israele di un attacco diretto al territorio turco. Alcuni esponenti del governo di Erdoğan si sono spinti fino a ipotizzare l’invocazione dell’articolo 5 del Patto atlantico, quello che afferma che un attacco al territorio di uno stato membro equivale a un attacco a tutti; solo la bandiera delle Comore ha placato i giuristi e scongiurato ulteriori complicazioni. A rimorchio, il Jerusalem Post ha invece scaricato la colpa dell’accaduto sulla politica da “neoimperialismo ottomano” dell’Akp, il partito di governo turco, reo di aver permesso l’assemblaggio di una flotta di imbarcazioni con l’unico scopo di mettere in discussione il “legittimo diritto di una politica di blocco navale” da parte di Israele.

Senza voler concedere nulla agli eccessi del Post, è pur vero che dalla fine della guerra di Gaza nel gennaio 2009 Ankara ha lasciato la neutralità per assumere un atteggiamento più assertivo nei confronti di Israele, e che dalla nomina nel maggio seguente di Ahmet Davutoğlu agli Esteri la spinta turca ad assumere il ruolo di leader carismatico delle istanze dei paesi sunniti della regione ha ricevuto un’ulteriore accelerazione. Inoltre oggi la Turchia tratta con il leader regionale sciita – l’Iran – e lo protegge dall’isolamento diplomatico al quale Tel Aviv preferirebbe vederlo relegato; a riprova c’è l’accordo turco-iraniano del 17 maggio sull’arricchimento nucleare, garantito dal Brasile e giunto a meno di venti giorni dal quarto round di sanzioni sul nucleare iraniano approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Stando ai fatti, e alle opinioni di molti, un fronte di bassa pressione starebbe affliggendo i rapporti turco-israeliani. E d’altronde già nell’ottobre scorso, citando la presenza sgradita dell’Idf, la Turchia aveva cancellato ‘Anatolian Eagle’, le esercitazioni militari congiunte che da sei anni vedevano impegnati gli eserciti turco, statunitense e israeliano. La recente ipotesi di unione doganale tra Turchia, Siria, Libano e Giordania non sarebbe che un ulteriore chiodo nella bara delle relazioni con Tel Aviv. A chi sottolinea questi segnali di crisi si può però rispondere, innanzitutto rimarcando il fatto che i due paesi non possono non tener conto del contesto internazionale nel quale si muovono e dei loro cruciali legami economici e strategici.

Infatti, sebbene Tel Aviv goda da sempre di una relativa indipendenza da Washington e seppure si sia scritto ormai molto in merito alla ritrovata autonomia di Ankara (membro Nato dal 1952) in politica estera, Turchia e Israele sono considerati due dei più stabili alleati degli Stati Uniti nella regione. Anche se Ankara ha bisogno di proporsi come un attore neutrale, e oggi più che mai percorre un sentiero tortuoso tra la fedeltà all’occidente e la nuova direzione ‘musulmana’ della sua politica estera, le periodiche proteste degli altri paesi arabi non fanno che evidenziare le relazioni preferenziali e insieme ambigue che il sistema politico turco intrattiene con Israele. La Turchia è stato il primo paese musulmano a riconoscere Israele nel 1949, a invitare un presidente israeliano (Shimon Peres) a parlare in Parlamento, a siglare – nel 2000 – un accordo di libero scambio con Tel Aviv. E’ anche uno dei più importanti destinatari delle armi e della tecnologia israeliane. Da parte sua Israele non può permettersi di perdere uno dei suoi maggiori interlocutori in Medio Oriente.

Già in passato, all’indomani della guerra dei Sei giorni o con l’inizio della prima intifada, le relazioni bilaterali erano state critiche, ma il profondo legame strategico ha sempre contribuito a riavvicinare i lembi di quasi tutte le ferite aperte. Pur tenendo in considerazione il nuovo ruolo che la Turchia ambisce a ricoprire verso il mondo arabo, sembra improbabile che Ankara abbia optato per un cambio di rotta così drastico, che la costringerebbe ad appiattire la sua posizione su un anti-sionismo di risulta e a rinunciare di fatto alla possibilità di proporsi come mediatore nel conflitto arabo-israeliano, ruolo pronto per essere raccolto una volta di più da un Egitto in crisi di legittimità.

Neppure il discorso pubblico, fortemente morale, che alcuni esponenti dell’Akp hanno abbracciato sull’onda emotiva dei fatti della Mavi Marmara sembra poter essere la spia di un riorientamento di lungo periodo della politica estera turca. Al contrario, Davutoğlu gode della fama di politico con una visione netta ma smaliziata, ed è perciò difficile schierarsi con quanti paiono identificare una svolta idealista nella politica estera turca, mentre questa sembra ancora rifarsi più all’abituale pragmatismo kemalista che al panarabismo del primo Nasser. Turchia e Israele rimangono interlocutori indispensabili l’uno all’altro, e i governi di entrambi i paesi ne sono perfettamente consapevoli.

(27 maggio 2010)

L’articolo di Rolling Stone che ha messo sulla graticola Stanley McChrystal, il [UPDATE, di qualche ora dopo: ormai ex-]generale al comando delle forze statunitensi in Afghanistan, contiene molto più della – forse eccessiva – caratterizzazione di un militare d’acciaio, rude e dalle strette vedute.
Oltre al dato politico contingente, cioè alle critiche all’amministrazione Obama, c’è tutta la descrizione dell’hype cresciuto mese dopo mese attorno alla dottrina controinsurrezionale, tra il 2006 (prima del surge iracheno, cioè del drastico aumento delle truppe per stabilizzare la situazione e prepararsi al ritiro con il massimo di legittimità politica) e la fine del 2008, e che ha affollato la pletora di studi strategici – specialmente Rand – fino a rischiare di soffocarli.

La bufera è passata sugli istituti di ricerca italiani senza provocare danni significativi, viste anche le difficoltà con le quali la politica estera italiana proietta il proprio componente militare (in altre parole: schiera i propri militari in teatri di crisi esteri nei quali si corre l’elevato rischio di dover sparare). Ma lo spirare del tenue venticello di riflusso ha cominciato a farsi avvertire anche qui, negli ultimi mesi, sulla scorta del trapianto della dottrina del surge dall’Iraq all’Afghanistan. E forse a causa dell’innamoramento per il presidente nero degli Stati Uniti che, pur negato da una buona fetta di analisti, mi pare ne abbia intaccato la capacità di giudizio più in profondità di quanto loro stessi siano disposti ad ammettere.

E insomma, per tornare all’articolo: segnatevelo, magari leggetelo più tardi, la sera, con calma. Perché è scritto con un po’ di quell’astiosa partigianeria che ovunque si tende a trattare con disprezzo, ma che in questo caso è un perfetto esercizio dei diritti di informazione e di critica; e, non in subordine, perché è un gran bel pezzo di letteratura.
Quando, tra quindici anni e a tredici dal ritiro del grosso delle truppe, torneremo a studiare Enduring freedom, questo articolo e una sparuta decina d’altri saranno considerati altrettante tacche a scalfire la credibilità del rapporto tra Pentagono e Casa Bianca. Dimostrazione e insieme racconto della nevrotica dissociazione che Obama vive in questi mesi, tra i suoi dubbi personali sulla conduzione della guerra al terrore e l’approvazione quasi incondizionata delle richieste dei suoi generali.

E insomma, pare che la giunta militare a Myanmar sia sulla via della corsa alle armi, della costruzione di missili a lunga gittata e, forse, di armi nucleari. A giudicare dall’intricato sistema di tunnel che ampia documentazione fotografica dimostra abbiano steso su tutto il paese, inoltre, sembra che il livello di paranoia stia lentamente diventando paragonabile agli amici e colleghi lassù a Pyongyang.

«Ammettiamo – le disse il presidente italiano – che la Grecia rappresenti un organo periferico e non vitale del corpo europeo: per esempio una mano. Ma nella mano circola lo stesso sangue che va in tutto il corpo, un sangue che nel caso dell’Europa è l’euro. Se la mano non viene curata e va in cancrena, tutto il corpo ne subirà conseguenze devastanti». Dopo cinquanta minuti di colloquio, Angela Merkel si convinse.

Silvio Berlusconi nel nuovo libro di Bruno Vespa

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Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui.

Livio, Ab urbe condita libri, II, 32

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Si noti l’imbecillità della metafora, nella realistica impossibilità di rifilare alla Grecia il ruolo di pancia. La conseguenza di quel colloquio può essere stata una sola: quella di puntellare nell’animo della Merkel la preferenza verso l’amputazione.

Mi sono appena imbattuto in questa feticistica pagina di Wikipedia, nella quale tra l’altro si racconta che:

there are twenty Belgian exclaves in the Netherlands and three other sections on the Dutch-Belgian border. There are also seven Dutch exclaves within the Belgian exclaves.

Mi ci son già affezionato.

Ci sono molti modi di passare la serata; la mia è trascorsa tentando di stimare le intenzioni dei britannici chiamati al voto domani, interpolando gli ultimi sondaggi disponibili con quelli degli ultimi 14 e 7 giorni.
E’ giunto però il momento di arrendermi: a che occorre una nuova sparata nel mucchio, quando esistono due modelli conflittuali per mezzo dei quali sono già state fatte delle previsioni (qui e qui), seguiti da una coda di polemiche tecniche forse più interessanti delle nude previsioni finali?

Qui, la reazione alla replica della risposta ai commenti iniziali linka sia alla replica, sia alla risposta, sia ai commenti iniziali. Se sentite il bisogno di un riassunto un po’ meno tecnico, un blogger del Financial Times ritiene di aver tutto sotto controllo nella battaglia campale tra psefologi, i nerd dei sondaggi.
Ho seguito il dibattito, affascinato. Hanno chiaramente ragione quelli di PoliticsHome, ma forse è soltanto che la mia parzialità si fonda sull’amore per il metodo scientifico, piuttosto che per le educate supposizioni.