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Un mio collega è stato a Gaza nel 2006, pochi mesi prima che le tensioni tra Hamas e Fatah degenerassero in guerra civile. Ha lasciato i Territori qualche settimana dopo; Vittorio Arrigoni, tra i pochi, vi ha fatto ritorno. Quando questo mio collega mi ha raccontato che, ai palestinesi che incontrava durante la sua permanenza, oltre a “Bella ciao” lui e i suoi amici insegnavano a cantare gli inni del Napoli – che questi scambiavano per altrettanti canti di guerra – , dapprima ho sorriso.
A pochi giorni dalla morte di Arrigoni, però, mi tocca constatare che il suo decesso ha avuto come unica conseguenza quella di smuovere la tenue patina di polvere che negli ultimi mesi si era a poco a poco andata a posare sull’odio — mentre le tensioni si moltiplicavano altrove, tutt’attorno, in Nord Africa e in Medio Oriente, e Rafah scivolava via in un lungo piano sequenza. A causa di Vittorio l’obiettivo è tornato brevemente a fissarsi su quei pochi ettari di terra: c’è chi grida al complottone israeliano, chi prega di notare il genocidio ignorato (il genocidio del boom demografico, contrappunta il buon Shylock), chi adocchia con sospetto la partigianeria di un cooperante. Si è tornati allo scontro, e anche chi affronta la vicenda nelle maniere più sottili, caute, persino tangenziali, se si voltasse vedrebbe che dietro di lui si raccolgono manipoli di tifosi: pronti ad avventarsi sulle sue parole, farle a brandelli e ostenderle ovunque, reliquie a testimonianza o scandalo della propria versione di giustizia.
I cori del Napoli in quel lembo di Mediterraneo hanno un senso, dunque. Innanzitutto, il conflitto arabo-israeliano polarizza le coscienze perché a questo tutti siamo abituati: a parlarne, come del calcio. Non c’è specialità della Terra Santa che non sia stata invocata a giustificazione dell’attenzione che costantemente le si presta – lo scontro di civilità, il valore simbolico di luoghi contesi da secoli, la sproporzione delle forze -, ma infine tutto si riduce alla parola, alla nostra logorrea, che incita ad esprimersi anche chi non conosce, magari prendendo a prestito le parole di altri, altrettanto logorroici.
L’incapacità di mantenersi lucidi non si limita tuttavia al brusio di fondo. Chi estrapola dal contesto interi paragrafi per sostenere impianti accusatori sempre più improbabili trova a sua volta la propria assoluzione in chi, più bravo o diligente di altri, quei paragrafi li ha costruiti. L’intellettuale qui traballa, è preso tra troppi fuochi, vuole dimostrare di essere fatto di carne e sangue e così, anche lui, attacca. E a te finalmente si para davanti agli occhi, in tutta la sua ineluttabilità, l’unica verità che non avevi ancora saputo riconoscere: che ogni Sud del mondo ha bisogno dei suoi capi curva.

(il referendum costituzionale turco è in arrivo: archivio qui un paio di articoli che, per quanto in qualche modo già datati, possono servire da spunto per chi volesse approfondire la situazione interna della Turchia a poche ore dal voto)

Dall’Unione europea un insolito silenzio

A poche settimane dallo svolgimento del referendum costituzionale, ad Ankara ci si attendeva probabilmente qualcosa di più dall’Unione europea, grande sostenitrice delle riforme costituzionali turche sin dalla prima metà degli anni Novanta. Non che la Commissione e il Consiglio guardino alle preparazioni per il voto in maniera totalmente disinteressata, come invece fino ad oggi paiono fare i singoli paesi europei e gli Stati Uniti, in ossequio al principio della non intromissione negli affari interni. Ma le prese di posizione dell’Europa, specialmente se paragonate al netto sostegno dato alle revisioni costituzionali tra il 1999 e il 2007 (quando il Parlamento turco approvò otto pacchetti emendativi), oggi sembrano giungere in dosi omeopatiche.

La posizione europea è chiara: l’architettura istituzionale tratteggiata dalla Costituzione del 1982 non è ancora adeguata agli standard democratici occidentali, neppure nell’ultima versione del 2007. Secondo l’Unione la Carta, tra le altre cose, concede alle Forze armate turche un’influenza eccessiva sulle istituzioni civili del paese, tramite il Consiglio di Sicurezza Nazionale e l’esortazione ad intervenire in caso di attentato ai principi laici dello stato. Eppure da maggio l’unico a pronunciarsi per appoggiare i nuovi emendamenti è stato il Commissario europeo per l’allargamento Štefan Füle.

Il 12 luglio, cinque giorni dopo che la Corte costituzionale turca ha annullato alcune tra le misure che avrebbero inciso maggiormente sulla ridistribuzione interna dei poteri tra il giudiziario e l’esecutivo, durante una conferenza stampa a margine dell’incontro semestrale del Dialogo Politico Turchia-Ue Füle ha dichiarato che il pacchetto di riforme “va nella giusta direzione”. “L’Unione europea e gli stati membri – ha aggiunto – guardano con favore a ciò che la Turchia sta facendo in quest’area. La riforma costituzionale getta le basi per un processo politico pluralista”. Da allora, nient’altro.

I motivi per i quali l’Unione abbia scelto un basso profilo non paiono chiari. Se è vero che la Corte costituzionale, bocciando e riformulando alcuni emendamenti, ha attenuato gli effetti più dirompenti della riforma, essa ha tuttavia lasciato intatto l’impianto complessivo. Il rispetto dei diritti umani fondamentali, la discriminazione positiva a favore degli svantaggiati, l’estensione dei diritti sindacali ai dipendenti pubblici, il ridimensionamento del potere delle corti militari, il riassetto della Corte costituzionale e del Csm turco: sono tutti punti della riforma sui quali Consiglio e Commissione europea battono senza sosta, da anni.

A dimostrazione dell’attesa che circondava una nuova presa di posizione dell’Unione, della battuta di Füle si sono subito appropriati i sostenitori delle riforme, sottolineando che in nulla contrastano con i principi liberal-democratici. Anzi, incalzano: l’approvazione delle misure è un passo essenziale per sbloccare i negoziati di accesso. E forse hanno ragione loro.

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Le opposizioni e il voto

Un sondaggio di Sonar Arastirma di metà agosto dava i favorevoli agli emendamenti alla Costituzione al 49% e i contrari al 51%. La scelta del CHP di dare battaglia contro riforme costituzionali che in buona sostanza coincidono nel merito con quelle che il suo leader Kılıçdaroğlu si è già detto disposto a proporre nel caso il suo partito vincesse le elezioni del 2011 denuncia la fisionomia fortemente opportunistica della polemica, che alcuni osservatori considerano elemento di un braccio di ferro più ampio, dalle ricadute ben più distanti rispetto ai meri risultati del voto di metà settembre.

Di fatto – e non è una sorpresa per chi guarda al referendum per stimare la tenuta dell’AKP – negli ultimi mesi le forze pro e contro la riforma sembrano equivalersi. Incalzata da violenti scambi d’accuse tra le forze politiche, anche l’opinione pubblica si è andata polarizzando attorno a posizioni che a tutto sembrano guardare, salvo che al merito della questione.

E’ vero, il CHP accusa il governo di voler tentare un’islamizzazione surrettizia della società turca, tradendo il mandato kemalista di salvaguardia dei principi laici. Inoltre ritiene illegittimo limitare l’indipendenza e i poteri della magistratura. Ma sorprendentemente nell’ultimo mese i punti di scontro sono stati altri. Con il primo, di metodo, il CHP chiedeva che la riforma non fosse presentata al popolo come un pacchetto, ma che ci si potesse esprimere in maniera disgiunta su ogni singolo articolo.

Il secondo punto attorno al quale si è infervorato il dibattito è stata la figura del premier Erdoğan. Le riforme andrebbero bene, sostiene il CHP, se a presentarle non fosse un personaggio che già in passato ha mostrato di voler porre la giustizia sotto il controllo dell’esecutivo, e di possedere preferenze autoritarie e in netta contrapposizione con i principi democratici cui la riforma pare ispirarsi.

In questo panorama di estrema incertezza, le scelte curde potrebbero rivelarsi determinanti. I maggiori partiti etnici hanno chiamato al boicottaggio, ma si sono trovati ad affrontare da subito la frattura apertasi tra le posizioni ufficiali e una vasta frangia di intellettuali curdi favorevoli al “sì”. La spaccatura tra le élites dirigenziali deve anche fare i conti con l’importanza che il voto curdo assume in una situazione di sostanziale pareggio.

Le fluttuazioni delle preferenze dei curdi, sballottati tra una posizione e l’altra, rendono difficile prevedere quali equilibri potrebbero formarsi nelle prossime settimane. I sondaggisti, pare, non dispongono di metodi appropriati per campionare e monitorare il voto etnico. Molto dipenderà dalla tenuta del cessate il fuoco proclamato dal PKK per il periodo di Ramadan (13 agosto – 20 settembre). La sospensione delle ostilità conviene a tutti: agli insorti, per evitare di essere considerati i responsabili di un ipotetico fallimento del referendum e perché il governo sembra aver promesso il miglioramento delle condizioni di detenzione dell’ex capo Öcalan; all’AKP, perché dimostrarsi più possibilisti in merito al rilassamento della legislazione antiterrorista potrebbe portare qualche curdo indeciso in più alle urne. Vista la patta attuale, la trattativa con i curdi potrebbe rivelarsi la mossa decisiva.

(30 agosto 2010)

In un editoriale che disseziona la nuova strategia americana sull’Afghanistan, Steven Metz nota che «il risultato è stato più di continuità che di cambiamento», e che Obama ha «accettato i controversi assunti che stavano alla base della strategia Bush».
«Sia la strategia di Bush, sia quella di Obama presumono che al-Qaeda abbia bisogno di sostegno da parte di uno stato o di un santuario sicuro». Ma, osserva Metz, «durante la ‘guerra al terrorismo’ nessuno è riuscito a dimostrare in maniera persuasiva che gli attacchi dell’11 settembre 2001 non sarebbero avvenuti nel caso in cui al-Qaeda non avesse avuto la sua base in Afghanistan».
Non contento, rincara la dose: «Gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi per sradicare le basi e i campi di addestramento di al-Qaeda non tanto perché queste fossero importanti, quanto perché eravamo coscienti che saremmo stati bravi a farlo. (…) Un vecchio adagio recita: “quando tutto ciò che hai è un martello, qualunque problema ti sembrerà un chiodo”». E’ evidente che Metz stia reclamando per sé un martello per picchiare giù duro su tutti i chiodi storti del ragionamento strategico statunitense.
Non è vero che, se gli Stati Uniti si ritirassero, i talebani riconquisterebbero facilmente il controllo del paese. Se anche lo facessero, sarebbe altamente improbabile che tornerebbero a concedere immunità ad al-Qaeda, ora che sanno che la risposta americana sarebbe devastante. E anche qualora i talebani fossero nuovamente irretiti dalle sirene del terrorismo internazionale la sicurezza degli Stati Uniti non diminuirebbe, perché ormai l’America conosce la direzione dalla quale proviene la minaccia e i suoi leader saprebbero prendere le contromisure adeguate.

Critiche alla gestione dell’intervento militare in Afghanistan e alla conduzione delle operazioni sono piovute costantemente addosso all’amministrazione Bush, e la scelta di continuità di Barack Obama permette di muovere al presidente lo stesso tipo di obiezioni. Nei contenuti, insomma, quanto sostenuto da Metz non sarebbe a tal punto significativo o clamoroso.
E allora cos’ha di tanto particolare, questo pezzo, da meritare segnalazione? Quello che è davvero importante è che le cose che ha scritto, Steven Metz le ha scritte per la newsletter dell’Istituto di Studi Strategici del College militare dell’esercito degli Stati Uniti, vale a dire la massima autorità accademica del paese in campo strategico. Per il suo funzionamento il College dipende dal Dipartimento dell’esercito e dal Dipartimento della Difesa. Il governo degli Stati Uniti, insomma, è editore dell’editoriale di Metz.
Per eliminare il sospetto di un regolamento di conti interno all’amministrazione basta notare che la newsletter la leggono praticamente solo gli studiosi di relazioni internazionali e di studi strategici, che l’editoriale non ha avuto (né, è prevedibile, avrà) alcun seguito sulla stampa, e che in ogni caso Metz ha scritto di recente cose molto simili anche altrove.

Non si può che restare affascinati, una volta di più, dal livello di dissenso che gli Stati Uniti riescono a sopportare senza crollare. Anche quando è un peso sul morale delle truppe, la libertà di critica concessa alle migliori menti del paese resta il fondamento stesso grazie al quale, consapevolmente, procedono il pensiero e il potere (economico, politico e ideologico) americani.

“L’agire del soggetto è un agire negativo, che nega l’immediatezza dell’Idea e che nondimeno, negandola, contemporaneamente la ri-produce come realtà effettuale, come Spirito reale: ciò significa che il soggetto, portatore di infinita negatività nella propria libertà formale moderna, agisce politicamente ma non ‘costruisce’ la politica, il cui orizzonte di possibilità è l’Idea. E’ questa la mediazione concreta, ovvero il movimento che va dall’Idea all’agire negativo del soggetto e che ritorna, arricchito di determinazioni concrete, allo Spirito. [A Hegel è] chiaro che dallo stato di natura non si esce col contratto, con la mediazione semplice, ma con l’automediazione concreta della sostanza etica, del popolo che rinuncia alla propria immediata identità sprofondando nell’alienazione del lavoro e nei conflitti fra le diverse soggettività, solo attraverso i quali si rende possibile la realizzazione concreta dell’universale.”
Carlo Galli, Genealogia della politica (il Mulino, 1996)

“«Non muoverti!», tuttavia, non è un comando così semplice. Esso porta alla domanda «Cosa vuoi dire? Vuoi che faccia qualcos’altro?» o «Non posso certo star fermo come una statua!».
Una frase come «Non disturbarmi» è più ambigua di un «Fuori di qui, immediatamente!». «Fermi tutti dove siete e non toccate niente!» non è un’ingiunzione facile ad obbedirsi se è rivolta da un dirottatore ai piloti di un aereo in volo a 30.000 piedi di quota. «Non disturbarmi» non è così semplice, quando è detta da un padre stanco al suo figlio piccolo. La risposta – invariabilmente – è «Devo andarmene via o vuoi solo che stia zitto», o «Posso parlare da solo?», o «Fa’ niente se ascolto qualche disco?». In simili situazioni, dire semplicemente «non disturbarmi» è ambiguo, mentre «vai a giocare in giardino» è semplice.”
Thomas Schelling, La diplomazia della violenza (il Mulino, 1969)

Ora, messi di fronte all’alternativa tra quale dei due libri leggere, e pur controllando per la differenza di oggetto, di registro e di forma – controllo che certa filologia mi negherebbe all’istante – , quale saggio scegliereste? Sull’astratta, infallibile assenza di colloquialità dello studioso di dottrine politiche ci sarebbe da dire molto: Galli nega una piena valenza nella contemporaneità del pensiero di Carl Schmitt, e di sicuro il giurista tedesco si fermò alla crisi del moderno includendola nel suo sistema senza scavalcarla, ma la scrittura di Schmitt è a un tempo universale e classica quanto il suo pensiero, fabbrica di senso e insieme veicolo estetico; quella di Galli, al confronto, è accademia.
Al cospetto della familiare potenza evocativa dell’immagine di uno studioso di economia e strategia americano (non lasciatevi ingannare dal nome) che, un numero invertito tra anni e decenni prima, caccia dalla stanza il figlio per poi riflettere su comportamento e relazione nella situazione in cui era stato coinvolto, dissezionarli e, magari, richiamare il circospetto pargolo al capezzale, impolverato e graffiato, metterlo a disagio osservandone con il sopracciglio alzato i pori più invisibili (e chissà se non fosse stato egli stesso, quel bambino che giocava nell’erba, allontanato dallo studio del genitore quarant’anni prima), il lungo ed erudito libro di Galli cede come una grossa pera matura.

Sembra che gli scrittori di saggistica italiani abbiano ancora molto da imparare dai pragmaticisti del continente-isola di Vinland.

Tanto per spezzare la lunga assenza questo, in teoria, sarei io.

Ma sono io? L’editing di una pubblicazione scientifica può essere pesante, anche per un’analisi di questo livello (sette pagine, dodici cartelle editoriali, tenore divulgativo): scritta una volta a inizio luglio, nella prima bozza mi ero intestardito in una retrospettiva storica dei programmi atomici segreti in Medio Oriente tra gli anni Sessanta e Settanta, non adeguata al taglio richiesto. Interamente riscritto – con gli stessi materiali potrei scriverne altri tre, volendo (programmi militari passati; prospettive di deterrenza tra medie potenze; evoluzione, violazione e prassi del regime di non-proliferazione) -, il mio pezzo di carta è passato sotto altri sei occhi, occhi attenti e capaci che hanno indicato tagli, proposto spostamenti, suggerito semplificazioni sintattiche, evidenziato connessioni logiche mancanti.

Li devo ringraziare, tutti: adesso l’analisi è più coerente, e s’è arricchita nel contenuto. Ma il linguaggio, quello, mi imbarazza perché non mi rappresenta. Mi chiedo davvero quanto, dell’anima iniziale di uno scritto specialistico, resti al termine di una serie di revisioni per nulla invadenti, logiche, ponderate; ma non mie. E’ come se il saggio non appartenesse più a me, ma a quella che qualcuno si diverte a soprannominare ‘comunità scientifica’.
Come senz’altro mi suggerirebbe il nonno di una ragazza che stimo profondamente, urge che io tenga un diario.

Dopo ventiquattro ore la notizia era già di pubblico dominio: al momento dell’abbordaggio sulla Mavi Marmara non batteva bandiera turca, ma quella delle isole Comore. La nave faceva parte di un convoglio di sei imbarcazioni cariche di passeggeri, viveri e altro materiale umanitario, che il 31 maggio faceva rotta verso le coste di Gaza con l’intenzione di forzare il blocco navale israeliano e che poche ore dopo era stato fermato dall’Idf, l’esercito di Tel Aviv. Il confronto in acque internazionali tra la marina israeliana e gli occupanti delle navi ha provocato la morte di otto passeggeri turchi e di un turco-americano sulla Mavi Marmara.

Prevedibile la reazione di Ankara: al richiamo immediato dell’ambasciatore in Israele ha fatto seguito una serie montante di critiche verso la conduzione dell’operazione da parte dell’Idf e del governo, dalla non proporzionalità dell’impiego della forza fino a considerazioni di carattere politico nelle quali si accusava Israele di un attacco diretto al territorio turco. Alcuni esponenti del governo di Erdoğan si sono spinti fino a ipotizzare l’invocazione dell’articolo 5 del Patto atlantico, quello che afferma che un attacco al territorio di uno stato membro equivale a un attacco a tutti; solo la bandiera delle Comore ha placato i giuristi e scongiurato ulteriori complicazioni. A rimorchio, il Jerusalem Post ha invece scaricato la colpa dell’accaduto sulla politica da “neoimperialismo ottomano” dell’Akp, il partito di governo turco, reo di aver permesso l’assemblaggio di una flotta di imbarcazioni con l’unico scopo di mettere in discussione il “legittimo diritto di una politica di blocco navale” da parte di Israele.

Senza voler concedere nulla agli eccessi del Post, è pur vero che dalla fine della guerra di Gaza nel gennaio 2009 Ankara ha lasciato la neutralità per assumere un atteggiamento più assertivo nei confronti di Israele, e che dalla nomina nel maggio seguente di Ahmet Davutoğlu agli Esteri la spinta turca ad assumere il ruolo di leader carismatico delle istanze dei paesi sunniti della regione ha ricevuto un’ulteriore accelerazione. Inoltre oggi la Turchia tratta con il leader regionale sciita – l’Iran – e lo protegge dall’isolamento diplomatico al quale Tel Aviv preferirebbe vederlo relegato; a riprova c’è l’accordo turco-iraniano del 17 maggio sull’arricchimento nucleare, garantito dal Brasile e giunto a meno di venti giorni dal quarto round di sanzioni sul nucleare iraniano approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Stando ai fatti, e alle opinioni di molti, un fronte di bassa pressione starebbe affliggendo i rapporti turco-israeliani. E d’altronde già nell’ottobre scorso, citando la presenza sgradita dell’Idf, la Turchia aveva cancellato ‘Anatolian Eagle’, le esercitazioni militari congiunte che da sei anni vedevano impegnati gli eserciti turco, statunitense e israeliano. La recente ipotesi di unione doganale tra Turchia, Siria, Libano e Giordania non sarebbe che un ulteriore chiodo nella bara delle relazioni con Tel Aviv. A chi sottolinea questi segnali di crisi si può però rispondere, innanzitutto rimarcando il fatto che i due paesi non possono non tener conto del contesto internazionale nel quale si muovono e dei loro cruciali legami economici e strategici.

Infatti, sebbene Tel Aviv goda da sempre di una relativa indipendenza da Washington e seppure si sia scritto ormai molto in merito alla ritrovata autonomia di Ankara (membro Nato dal 1952) in politica estera, Turchia e Israele sono considerati due dei più stabili alleati degli Stati Uniti nella regione. Anche se Ankara ha bisogno di proporsi come un attore neutrale, e oggi più che mai percorre un sentiero tortuoso tra la fedeltà all’occidente e la nuova direzione ‘musulmana’ della sua politica estera, le periodiche proteste degli altri paesi arabi non fanno che evidenziare le relazioni preferenziali e insieme ambigue che il sistema politico turco intrattiene con Israele. La Turchia è stato il primo paese musulmano a riconoscere Israele nel 1949, a invitare un presidente israeliano (Shimon Peres) a parlare in Parlamento, a siglare – nel 2000 – un accordo di libero scambio con Tel Aviv. E’ anche uno dei più importanti destinatari delle armi e della tecnologia israeliane. Da parte sua Israele non può permettersi di perdere uno dei suoi maggiori interlocutori in Medio Oriente.

Già in passato, all’indomani della guerra dei Sei giorni o con l’inizio della prima intifada, le relazioni bilaterali erano state critiche, ma il profondo legame strategico ha sempre contribuito a riavvicinare i lembi di quasi tutte le ferite aperte. Pur tenendo in considerazione il nuovo ruolo che la Turchia ambisce a ricoprire verso il mondo arabo, sembra improbabile che Ankara abbia optato per un cambio di rotta così drastico, che la costringerebbe ad appiattire la sua posizione su un anti-sionismo di risulta e a rinunciare di fatto alla possibilità di proporsi come mediatore nel conflitto arabo-israeliano, ruolo pronto per essere raccolto una volta di più da un Egitto in crisi di legittimità.

Neppure il discorso pubblico, fortemente morale, che alcuni esponenti dell’Akp hanno abbracciato sull’onda emotiva dei fatti della Mavi Marmara sembra poter essere la spia di un riorientamento di lungo periodo della politica estera turca. Al contrario, Davutoğlu gode della fama di politico con una visione netta ma smaliziata, ed è perciò difficile schierarsi con quanti paiono identificare una svolta idealista nella politica estera turca, mentre questa sembra ancora rifarsi più all’abituale pragmatismo kemalista che al panarabismo del primo Nasser. Turchia e Israele rimangono interlocutori indispensabili l’uno all’altro, e i governi di entrambi i paesi ne sono perfettamente consapevoli.

(27 maggio 2010)

[V]enerdì il Consiglio d’istituto del «Majorana» ha deliberato di invitare le famiglie dei 127 studenti a versare 145 euro a testa che serviranno a dare ai commissari ciò che a loro spetta. Spiega Gonnella: «Qui si tratta di non far innervosire i commissari con l’idea che saranno pagati in ritardo. Alla maturità, si sa, i ragazzi hanno bisogno di comprensione…».

Se lo Stato non interverrà, i commissari si troveranno nella condizione di essere pagati per una parte non irrilevante del loro compenso (37%) dalle famiglie degli studenti che dovranno giudicare. Un motivo in più per dimostrare magnanimità con tutti, come sottolinea il preside, che passa addirittura al contrattacco: «Certo, se i commissari non saranno pagati e non saranno sereni, i ragazzi non potranno dare la colpa a noi. Li avevamo avvisati…».
Corruzione e sua istigazione, ma così lievi.

Deniz Baykal, dal 1992 alla guida del maggior partito d’opposizione turco (il Partito popolare repubblicano, CHP), si è dimesso il 10 maggio a seguito della pubblicazione di una registrazione video che lo vede implicato in un rapporto sessuale con la sua segretaria: uno scandalo, dal momento che entrambi sono sposati. Baykal ha accusato il governo di aver diffuso il video e di averlo “voluto incastrare”, ma non ha smentito l’evidente ‘prova tv’.

Il CHP, storico partito delle sei frecce fondato da Kemal Atatürk, sposa posizioni secolari e – da un decennio – marcatamente socialiste. Alle ultime elezioni ha ottenuto il 20% dei consensi: un buon risultato rispetto al crollo che l’aveva escluso dalla rappresentanza parlamentare nel 1999, ma comunque insufficiente a colmare il vuoto tra esso e l’AKP. Dalla sua fondazione (2001) ad oggi il partito di Erdoğan ha sempre vinto e rafforzato la sua maggioranza, e ha condotto la Turchia attraverso un lustro di forte crescita economica e bassa disoccupazione, reclutando un enorme zoccolo duro di consenso composto dagli strati più poveri della popolazione.

Convocato il 17 maggio in sessione straordinaria, il Congresso del CHP ha eletto all’unanimità un ‘uomo nuovo’, estraneo agli apparatchik di Baykal che per un ventennio avevano reso affare di pochi la gestione del partito: Kemal Kılıçdaroğlu. Sebbene, sessantaduenne, non sia certo espressione di quella nuova generazione politica la cui ascesa era auspicata da molti, Kılıçdaroğlu rappresenta la novità per via della sua identità: è uno sciita alevi di origini curde, e riunisce così due tratti delle minoranze oppresse del sud-est del paese. Il nuovo leader muove oggi i suoi passi iniziali: è ancora troppo presto per stabilire se la sua originalità sarà sufficiente a scuotere un partito ingessato, che capitalizza gli effetti della crisi economica in termini di consenso attuale, ma che resta carente di un programma organico e capace di far fronte al nuovo dinamismo turco in politica estera.

(28 maggio 2010)

Il 14 maggio, il giorno successivo alla visita in Turchia del presidente della Repubblica di Cipro nord Derviş Eroğlu, una mega-delegazione turca capitanata dal premier Erdoğan e composta da dieci ministri e un centinaio di uomini d’affari è stata accolta in Grecia dal presidente George Papandreou per la firma, storica, di 21 accordi bilaterali e un allegato d’intesa.

Sebbene le reazioni della politica greca siano state al più tiepide, anche gli esponenti moderati del partito d’opposizione di centro-destra, Nuova Democrazia, hanno riconosciuto la necessità di rendere più aderente alla realtà della crisi il pingue bilancio della difesa nazionale (8 miliardi di euro), adeguandolo alle condizioni del piano di austerità prodotto dal governo in aprile. Insomma come la distensione del 1999, favorita dal clima politico (Papandreou era Ministro degli esteri), poté concretizzarsi sull’onda del terremoto gemello che colpì i due paesi, un nuovo momento di profonda crisi interna ha risospinto le parti al tavolo delle trattative, aprendo una finestra di opportunità diplomatica potenzialmente utile per formalizzare il riavvicinamento.

Per questo può forse sorprendere che l’intesa sulla riduzione delle provvigioni militari, almeno di quelle destinate a finanziare gli armamenti e il distaccamento permanente di soldati al confine tra i due paesi, alla fine non sia arrivata, nonostante il governo greco avesse già promesso di ridurre del 25% la spesa per la difesa. Atene sostiene che gli interessi turchi su alcune isole dell’Egeo siano incompatibili con un accordo di disarmo e che, dal momento che i turchi mantengono un esercito di dimensioni triple rispetto alle forze greche, le riduzioni dovrebbero essere asimmetriche. Così, anche se non potrà aggirare gli impegni presi con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, i tagli del governo greco non saranno frutto di un accordo.

Insistendo troppo sull’occasione persa si rischia però di sottovalutare il contenuto degli accordi effettivamente siglati il 14 maggio. Tra i 22 memorandum d’intesa, almeno cinque influiscono direttamente sui rapporti commerciali tra i due paesi. Si passa dall’impegno a completare la costruzione e la messa in opera dell’interconnettore Turchia-Grecia-Italia – un gasdotto dalla portata modesta rispetto ai grandi progetti di Nabucco e South Stream ma che, se realizzato nei tempi, sarà la prima infrastruttura energetica a collegare direttamente i due paesi senza passare dalla Bulgaria – alla collaborazione tra le Camere di commercio dei due paesi per aumentare gli investimenti nel settore privato. A questi si sommano l’accordo tra le associazioni bancarie dei due paesi e quello sulla cooperazione turistica, volto soprattutto ad attrarre il grande afflusso di visitatori cinesi.

Il valore commerciale delle intese aumenta considerando che tra Turchia ed Unione europea è in vigore dal 1995 un accordo di unione doganale (anche se limitata ai prodotti manifatturieri) che ha consolidato la posizione dell’Unione come primo partner commerciale turco, e che la piccola economia greca è in forte deficit di bilancia dei pagamenti verso Ankara. Il governo turco ha quindi tutto l’interesse a che il sistema greco non collassi. Stando alle dichiarazioni di Erdoğan, infatti, l’impegno turco è quello di portare il valore del commercio tra i due paesi a 5 miliardi di euro, dai poco meno di 3 nel 2009. D’altronde la dottrina del ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoğlu, di progressiva eliminazione dei problemi con i paesi vicini va applicata anche verso la Grecia, secondo le sue stesse parole, “sviluppando una forte interdipendenza economica”.

Proprio per quest’ultimo motivo non si può non considerare che appena sotto il merito commerciale degli accordi emerge, in controluce, tutta la loro portata strategica. La scelta turca di riannodare le fila di un dialogo che pareva trascinarsi stancamente sembra calibrata al minuto: il 26 maggio, dodici giorni dopo lo storico accordo, sono ripresi quei negoziati di riconciliazione tra greco-ciprioti e turco-ciprioti che proprio l’elezione di Eroğlu, favorevole alla secessione, aveva reso traballanti a fine aprile. Un segnale che questa convergenza, eminentemente economica, ha nelle intenzioni di Erdoğan e di Davutoğlu un forte significato politico che l’Unione europea, se davvero vuole trovare una soluzione per il conflitto a Cipro, non dovrebbe sottovalutare.

(26 maggio 2010)

(utilizzo questo spazio anche come archivio. Incidentalmente: in un rapporto sui Territori palestinesi che mi sono trovato a consegnare il 24 maggio, il mio capo mi ha consigliato di tralasciare gli avvenimenti della Freedom Flotilla – che erano conosciuti da qualunque osservatore del Medioriente almeno dal 29 aprile, e a cercar bene anche da molto prima – perché sarebbero stati ininfluenti).

Ma possibile che tra tutte le persone che seguo tramite feed, fatta eccezione per Luigi, non ce ne sia una che ascolti musica decente?
Davvero per avere interessi affini ai miei ci si deve rassegnare a limitare l’ascolto a quel materiale cui abbiamo facilmente e rapidamente accesso, senza un minimo di riflessione critica, per utilizzarlo come semplice melodia da sovrapporre, asincrona, alla pressione digitale alternata sulla tastiera? E dire che in molti altri campi, invece, il pensiero della crème de la crème della blogosfera italiana è incredibilmente strutturato, complesso, affascinante.
Il Rocca è l’eminente esempio della peggior musica che si possa ascoltare: ogni volta che consiglia un disco lo appenderei per le palle qui, al posto del tucano (davvero, c’è da rimanere attoniti per la sistematica regolarità con la quale consiglia gnommeri di suoni patinatissimi) * ; ma anche Francesco , Giovanni (non ho le pezze giustificative, ma fidatevi) e – l’ho appena scoperto – Leonardo hanno questa tendenza a mortificare la ricerca sonora, ognuno nel suo diversissimo modo.

Qualcuno di buon cuore ha voglia di spiegarmi come sia possibile questa corsa agli inferi, a capofitto, dalle vette della ragion pura alla scatologia acustica?

Badate, non chiedo che in Italia chiunque vanti una capacità di scrittura superiore alla media devii dalla media gaussiana nella stessa misura in qualunque campo del sapere. Non sto chiedendo che ciascuno tra quelli che ho citati, assieme agli autori dei blog che ho tra i feed, non pervenuti, ascolti tutto il giorno i King Crimson. Anzi. Ma:

[*] Scavicchiando un po’ ho anche scoperto che il Rocca prende un Foucault per un altro (L’etica protestante di The Wire e il pendolo di Mad men: “(…) che Mad Men sia una decostruzione foucaltiana del capitalismo americano”), neanche fossimo tra i novellini della Ivy League.

Bonus (Malvi’, anche per te).
Altro: 1977.