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Were the disposal of human life so much reserved as the peculiar province of the almighty that it were an encroachment on his right for men to dispose of their own lives; it would be equally criminal to act for the preservation of life as for its destruction.
(…)
Do you imagine that I repine at providence or curse my creation, because I go out of life, and put a period to a being, which, were it to continue, would render me miserable? Far be such sentiments from me. I am only convinced of a matter of fact, which you yourself acknowledge possible, that human life may be unhappy, and that my existence, if farther prolonged, would become uneligible.

David Hume, On suicide, 1755

[Gaetano Quagliariello], riferendosi a Tangentopoli, argomenta: «Non si spiega altrimenti il parere favorevole della procura alla concessione dei domiciliari dopo l’interrogatorio, come a dover ricompensare la “confessione” di Martino. Né si spiega altrimenti il diniego del gip, secondo il quale evidentemente per poter determinare tale “ricompensa” la “confessione” dovrebbe essere ancora più ampia».

Logici e consequenziali, come sempre.

In un editoriale che disseziona la nuova strategia americana sull’Afghanistan, Steven Metz nota che «il risultato è stato più di continuità che di cambiamento», e che Obama ha «accettato i controversi assunti che stavano alla base della strategia Bush».
«Sia la strategia di Bush, sia quella di Obama presumono che al-Qaeda abbia bisogno di sostegno da parte di uno stato o di un santuario sicuro». Ma, osserva Metz, «durante la ‘guerra al terrorismo’ nessuno è riuscito a dimostrare in maniera persuasiva che gli attacchi dell’11 settembre 2001 non sarebbero avvenuti nel caso in cui al-Qaeda non avesse avuto la sua base in Afghanistan».
Non contento, rincara la dose: «Gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi per sradicare le basi e i campi di addestramento di al-Qaeda non tanto perché queste fossero importanti, quanto perché eravamo coscienti che saremmo stati bravi a farlo. (…) Un vecchio adagio recita: “quando tutto ciò che hai è un martello, qualunque problema ti sembrerà un chiodo”». E’ evidente che Metz stia reclamando per sé un martello per picchiare giù duro su tutti i chiodi storti del ragionamento strategico statunitense.
Non è vero che, se gli Stati Uniti si ritirassero, i talebani riconquisterebbero facilmente il controllo del paese. Se anche lo facessero, sarebbe altamente improbabile che tornerebbero a concedere immunità ad al-Qaeda, ora che sanno che la risposta americana sarebbe devastante. E anche qualora i talebani fossero nuovamente irretiti dalle sirene del terrorismo internazionale la sicurezza degli Stati Uniti non diminuirebbe, perché ormai l’America conosce la direzione dalla quale proviene la minaccia e i suoi leader saprebbero prendere le contromisure adeguate.

Critiche alla gestione dell’intervento militare in Afghanistan e alla conduzione delle operazioni sono piovute costantemente addosso all’amministrazione Bush, e la scelta di continuità di Barack Obama permette di muovere al presidente lo stesso tipo di obiezioni. Nei contenuti, insomma, quanto sostenuto da Metz non sarebbe a tal punto significativo o clamoroso.
E allora cos’ha di tanto particolare, questo pezzo, da meritare segnalazione? Quello che è davvero importante è che le cose che ha scritto, Steven Metz le ha scritte per la newsletter dell’Istituto di Studi Strategici del College militare dell’esercito degli Stati Uniti, vale a dire la massima autorità accademica del paese in campo strategico. Per il suo funzionamento il College dipende dal Dipartimento dell’esercito e dal Dipartimento della Difesa. Il governo degli Stati Uniti, insomma, è editore dell’editoriale di Metz.
Per eliminare il sospetto di un regolamento di conti interno all’amministrazione basta notare che la newsletter la leggono praticamente solo gli studiosi di relazioni internazionali e di studi strategici, che l’editoriale non ha avuto (né, è prevedibile, avrà) alcun seguito sulla stampa, e che in ogni caso Metz ha scritto di recente cose molto simili anche altrove.

Non si può che restare affascinati, una volta di più, dal livello di dissenso che gli Stati Uniti riescono a sopportare senza crollare. Anche quando è un peso sul morale delle truppe, la libertà di critica concessa alle migliori menti del paese resta il fondamento stesso grazie al quale, consapevolmente, procedono il pensiero e il potere (economico, politico e ideologico) americani.

“L’agire del soggetto è un agire negativo, che nega l’immediatezza dell’Idea e che nondimeno, negandola, contemporaneamente la ri-produce come realtà effettuale, come Spirito reale: ciò significa che il soggetto, portatore di infinita negatività nella propria libertà formale moderna, agisce politicamente ma non ‘costruisce’ la politica, il cui orizzonte di possibilità è l’Idea. E’ questa la mediazione concreta, ovvero il movimento che va dall’Idea all’agire negativo del soggetto e che ritorna, arricchito di determinazioni concrete, allo Spirito. [A Hegel è] chiaro che dallo stato di natura non si esce col contratto, con la mediazione semplice, ma con l’automediazione concreta della sostanza etica, del popolo che rinuncia alla propria immediata identità sprofondando nell’alienazione del lavoro e nei conflitti fra le diverse soggettività, solo attraverso i quali si rende possibile la realizzazione concreta dell’universale.”
Carlo Galli, Genealogia della politica (il Mulino, 1996)

“«Non muoverti!», tuttavia, non è un comando così semplice. Esso porta alla domanda «Cosa vuoi dire? Vuoi che faccia qualcos’altro?» o «Non posso certo star fermo come una statua!».
Una frase come «Non disturbarmi» è più ambigua di un «Fuori di qui, immediatamente!». «Fermi tutti dove siete e non toccate niente!» non è un’ingiunzione facile ad obbedirsi se è rivolta da un dirottatore ai piloti di un aereo in volo a 30.000 piedi di quota. «Non disturbarmi» non è così semplice, quando è detta da un padre stanco al suo figlio piccolo. La risposta – invariabilmente – è «Devo andarmene via o vuoi solo che stia zitto», o «Posso parlare da solo?», o «Fa’ niente se ascolto qualche disco?». In simili situazioni, dire semplicemente «non disturbarmi» è ambiguo, mentre «vai a giocare in giardino» è semplice.”
Thomas Schelling, La diplomazia della violenza (il Mulino, 1969)

Ora, messi di fronte all’alternativa tra quale dei due libri leggere, e pur controllando per la differenza di oggetto, di registro e di forma – controllo che certa filologia mi negherebbe all’istante – , quale saggio scegliereste? Sull’astratta, infallibile assenza di colloquialità dello studioso di dottrine politiche ci sarebbe da dire molto: Galli nega una piena valenza nella contemporaneità del pensiero di Carl Schmitt, e di sicuro il giurista tedesco si fermò alla crisi del moderno includendola nel suo sistema senza scavalcarla, ma la scrittura di Schmitt è a un tempo universale e classica quanto il suo pensiero, fabbrica di senso e insieme veicolo estetico; quella di Galli, al confronto, è accademia.
Al cospetto della familiare potenza evocativa dell’immagine di uno studioso di economia e strategia americano (non lasciatevi ingannare dal nome) che, un numero invertito tra anni e decenni prima, caccia dalla stanza il figlio per poi riflettere su comportamento e relazione nella situazione in cui era stato coinvolto, dissezionarli e, magari, richiamare il circospetto pargolo al capezzale, impolverato e graffiato, metterlo a disagio osservandone con il sopracciglio alzato i pori più invisibili (e chissà se non fosse stato egli stesso, quel bambino che giocava nell’erba, allontanato dallo studio del genitore quarant’anni prima), il lungo ed erudito libro di Galli cede come una grossa pera matura.

Sembra che gli scrittori di saggistica italiani abbiano ancora molto da imparare dai pragmaticisti del continente-isola di Vinland.

The decision on this morning’s operation was made unanimously by the seven-member security cabinet. Israel left itself having to decide, at the latest possible moment, between two unenviable alternatives: taking over the ships, or allowing the flotilla to pass, unimpeded and unexpected, into Gaza. The critical juncture may actually have been earlier: changing the fruitless siege policy, or taking less blatant steps against the flotilla, such as damaging their engines or physically blocking their path, without sending combat soldiers to board them.
[…]
“We were arrogant and complacent,” one officer told Haaretz. “We didn’t anticipate the scale of the resistance and didn’t conduct ourselves accordingly.”

Amos Harel, Haaretz

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Also unclear is why the soldiers were not given clear orders not to open fire with live ammunition under any circumstances. The IDF has sufficient means for gaining control over rioting mobs using non-lethal force. And if the navy brass informed the decision-makers that there was a reasonable chance that firearms and other weapons would be used and civilians killed, then there is room for doubting the judgment of the policy makers who approved this mission.

Reuven Pedatzur, Haaretz

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Seven idiots in the cabinet

Yossi Sarid, Haaretz

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Non mi strapperete una parola di più.

(Marco Pannella, Radio Radicale, registrazione delle 21.02 del 31 maggio) Sì, ma, appunto, quello che, a mio avviso, colgo subito – e raccolgo – è quello che, implicito ma chiarissimo, nel tuo discorso è la storicità del (incomprensibile), che può essere quella biologica, e le altre forme che possono nascere sempre più chiare dalla conoscenza del cervello e delle sue funzioni e delle neuroscienze in genere.
Sicché direi che sicurissimamente, anche in termini darwinistici, diciamo, possiamo probabilmente già individuare delle sottospecie umane nell’ambito, no?, diciamo, a seconda delle località, delle storie, eccetera. E in questo, allora, può essere una particolare sensibilità del nucleo umano, che ha all’inizio – così – avuto motivo da temere e difendersi da… l’altro… dall’altro. Mentre vi sono invece, sicurissimamente, altri (incomprensibile) che invece l’altro era un’attesa, era una speranza, quindi sì, i barbari sono alle porte, la salvezza deve arrivare, no?
E in questo io vorrei subito dire una cosa: che quando usiamo, come lei ha fatto, l’evocazione del termine della religione, delle religioni, personalmente ho una, come dire, una convinzione antica – non vecchia, logora, ma c’è – che la religiosità, il rapporto dell’esistenza, della sensibilità, di quello che in un momento dato un individuo è, con quello che lo trascende, necessariamente. Non, dice, c’è l’assoluto, no, l’assoluto anche quello è storico, diciamo. Quindi la religiosità, a mio avviso, è assolutamente manifesta, è quella che potremmo poi dire – adesso sembro io che cerco di incardinare le cose, insomma – però la religione della libertà significa qualcosa. Venuta da un benedetto, eccetera, però è vero che forse una rottura è possibile perfino nelle religioni rivelate, poi vi dirò perfino, uh, perché, a naso: una cosa che unisce i cristiani, per quanto notoriamente molte nemici per molte cose a livello teologico, è che Dio, quindi, no?, Dio antropomorfizzato – perché poi questo è il problema di alcune religioni rivelate, quella per cui lo ritenevo da ragazzino quasi una bestemmia, ma se insomma, “Dio ci ha fatto a sua immagine” vuol dire che Dio somiglia a noi, e che bisogno c’abbiamo di Dio?, insomma lo avvertivo come blasfemo, forse – così, e dinanzi a questo è la religiosità dell’uomo dinanzi alle interrogazioni fondamentali sulla vita, la morte e sulle altre cose – e regalare questo, che ritengo che nelle neuroscienze semmai ancora deve essere trovato, il puntino di questo non può non esserci perché è una costante – ancora, darwinisticamente mi pare che possiamo stabilire che per qualsiasi momento della evoluzione della specie umana l’elemento della religiosità – gli animisti, no?, uh, le cose, eeeh, è cosa patente, no?, direi tutte le prime, i primi graffiti che noi troviamo ricordano tutti in un modo o nell’altro proprio questa rice… – gli dèi, la presenza divina, in una frase allora il divino è davvero come nel paganesimo, è simile a noi, no?, c’è quella fase che poi appunto mi faceva dire da ragazzino, “ma se questo proprio è…” –
Poi che cosa viene fuori? Dio, il Dio cattolico e anche cristiano, è quello che a un certo punto stabilisce di prendere corpo, di prendere carne dell’uomo – la vita la morte (incomprensibile) e queste altre cose – e di incarnarsi, incorporarsi, perché questa verità sia una verità salvifica per sempre, una volta per tutte, no? Questa seconda cosa credo che non sia molto importante, forse le neuroscienze un giorno ce lo diranno, se non nella misura in cui le religioni organizzate – ed organizzate non quelle di stampo direi buddista o anche di quella giudaica lì dove c’è questo imperativo ‘mai raffigurare Dio’ – è blasfermo, anche per loro – sicché i talebani a mio avviso che distruggono una montagna perché è blasfema, l’immagine di Dio viene riportata, io dico “No Taleban”, perché insomma quella è una stronzata, insomma, chiedo scusa, ma anche aggiungo “No Vatican”, eh, no?, perché mi pare necessario.
Per questo, professore, volevo dire: religiosità a mio avviso si può intendere da quello che colgo, poi, dal suo e da altre fonti, diciamo, che è una cosa che possiamo individuare come l’opposto della ricerca dell’ordine gerarchico nella specie umana. Una forma, perciò, come dicevo – qualche volta l’altro è temuto con terrore, qualche altra volta è atteso come salvezza, e questo è l’altruismo, l’egoismo, poi approfondendolo molto spesso ci si a… – io dico, sinceramente, è vero, quando mi dicono “grazie”, dico guardate, scusate, abbiate pazienza: io sono egoista, nel senso che a me mi fa un piacere enorme – forse il termine ‘piacere’ è inadeguato – tutto questo, quindi io vi ringrazio perché senza di voi non mi sarebbe possibile tentare di manifestarlo; la relatività, quindi, del – come del diritto naturale. Questa rottura di palle che ci siamo, chiedo scusa, ci siam trovati con le interferenze, no?, c’è questa monade esterna, il diritto naturale vuol dire che la natura è sempre uguale a se stessa, siamo alla follia; adopero il termine credo in modo un po’ nuovo, di ‘diritto naturale’ – perché lo recupero, lo voglio togliere a coloro che ne sono i possessori – che la hanno come avere e non come essere – e dico: “I diritti naturali storicamente acquisiti”, e quindi lo “storicamente” vuol dire qualcosa che diventa coscienza e quindi scelta, perché non è che la coscienza ti dà solo le nostre posizioni, ci può dare anche quelle contrarie.
Ed ecco perché sono immerso nel dire che il ‘comune’ mi interessa oggi perché malgrado lo stesso internet, che al di là degli (…) può essere più facilmente in prospettiva dominato da chi ha il potere, no?, però, insomma, e non parliamo della televisione, della radio e di tutte le altre cose, anche della roba stampata, che devo dire – anche: se io penso al grido di Munch, è artisticamente quello che meglio esprime una parte dell’umanità di oggi, quel grido lì. E’ venuto fuori solo quando è venuto fuori e in realtà è qualcosa di vicino e non lo troviamo. Ecco, quindi: arte, coscienza, intuizione, ri-conoscenza, allora, qui chiedo scusa con gli ascoltatori della radio, che però essendo ascoltatori della radio sono vittime consenzienti del Marco Pannella, e volevo dire lì andiamo al livello della conoscenza, no?, coscienza, conoscenza eccetera.
E lì mi aiuta un poeta che come persona era detestabile, ma grande poeta, grande poieuta in qualche misura, che usava delle violenze filologiche nella sua creatività poetica, ed era Paul Claudel (…).

E, ve l’assicuro, continua per altri quattro minuti.

“[L]a fede è un concetto privativo: si distrugge come fede, se non espone continuamente il suo contrasto col sapere o la sua concordia con esso. Dovendo fare assegnamento sui limiti del sapere, è limitata anch’essa. (…) Restando sempre legata al sapere, in un rapporto ostile o amichevole, la fede perpetua la separazione nella lotta per superarla: il suo fanatismo è (…) l’ammissione oggettiva che credere solo significa già non credere più. La cattiva coscienza è la sua seconda natura. Nella segreta coscienza del difetto da cui è fatalmente viziata, della contraddizione che le è immanente, di voler fare un mestiere della conciliazione, è il motivo per cui ogni onestà soggettiva dei credenti è sempre stata irascibile e pericolosa. (…) La fede si mostra continuamente dello stesso stampo della storia universale a cui vorrebbe comandare; diventa anzi, nell’epoca moderna, il suo strumento favorito, la sua astuzia particolare.”

Questo, e solo questo, è quanto di Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer terrei come ancora euristicamente valido per parlare delle religioni nel contemporaneo. Esercizio non vano sarebbe controllare cosa sia stato eliso dalle parentesi tonde, per scoprire almeno tutti quegli sbuffi irosamente malvineschi che non ho potuto non cancellare pur di dare un taglio moderato (borghese, e dunque antidialettico, direbbero gli Autori che cito) a parole di cui volentieri mi approprio per descrivere le mie convinzioni in merito alla fede cristiana.
C’è un tratto cui però non posso rinunciare, perché mi ha divertito parecchio, sebbene trovi vuota d’ogni possibilità dimostrativa – e piena solo d’invettiva, e dunque carica di contenuto politico e dialettico, non di ragione – la sua sostanza:

“La paradossia della fede degenera infine nella truffa, nel mito del ventesimo secolo, e la sua irrazionalità in un dispositivo razionale in mano agli assolutamente spregiudicati, che guidano già la società verso la barbarie”.

La coincidenza tra gli ‘assolutamente spregiudicati’ del testo e il pannellian-radicale ‘capaci di tutto’ è forse più profonda nella traduzione italiana di Renato Solmi – tanto che una noticina ci informa che quel ‘spregiudicati’ è, nell’originale, ‘illuminati’ (Aufgeklärten) – ma il contrasto sfuma in crasi quando si consideri che per i radicali la partitocrazia sarebbe strisciantemente al potere da sessant’anni, e che già nella locuzione ‘capaci di tutto’ c’è una riduzione dall’attuale al potenziale, o dal palese al nascosto, della barbarie nazista.

Ma stavolta sì, perché non c’è spiegazione più accessibile di questa. Fatevi un giro!
[così non si capisce, ma il riferimento al fatto che i miei link a lui scarseggino è a Francesco Costa]

(stasera gli ultimissimi aggiornamenti sullo stato dei sondaggi; e le mie proiezioni, che tenterò di correggere al meglio seguendo i consigli di atlantropa qui sotto.)

Un video, per quanto artigianale, è più utile di qualunque analisi scientifica per illustrare la dabbenaggine di Giampaolo Giuliani.
Alle due di stanotte sono incappato in un’intervista al Giuliani per Radio Radicale, che trovate anche qui, frammento delle 14:04 (mp3 scaricabile qui). Ho a stento sopportato il servilismo quasi succube dell’intervistatore, Alessio Falconio, ma tutte le volte che ho desiderato cambiar canale per porre fine alle mie imprecazioni – non sempre mentali -, la curiosità di capire sin dove si sarebbe spinto Giuliani mi ha impedito di farlo. Il nostro non evita di citare il suo libro-verità, che qui volentieri vi risparmio.
C’è però un’altra intervista che la notte è andata in coda a quella di Giuliani, e che mi ha trattenuto dal lanciarmi in biliose invettive contro la parzialità dell’informazione radiofonica. Dal sito è reperibile nella registrazione che parte dalle 19:13 (sempre qui; mp3), più precisamente a 14’06” dall’inizio del frammento. Provate a fare il confronto tra le mai documentate illazioni di Giuliani e le ricerche, quelle sì fondate su studi scientifici e sul consensus consolidato della comunità scientifica internazionale, di Antonio Piersanti (dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sezione di Sismologia e Tettonofisica), e chiedetevi se in realtà non bastasse il video a spiegare già tutto: è perfettamente comprensibile che una personalità moderatamente disturbata cerchi nella scienza giustificazioni ex post per spiegare le tragedie che nessuno è ancora in grado di prevedere. Non, però, che le spacci per verità quasi dogmatiche, e che poi ritratti con generici appelli ai tanti ‘altri precursori sismici’.

*

Sì, lo so: occorre un supplemento d’indagine sulla mancata messa a norma delle costruzioni abitative in una zona ad elevato rischio sismico, ma tale lavoro d’inchiesta è stato svolto benissimo altrove, da un anno a questa parte. Qui ci si limita a segnalare le farneticazioni di chi, a distanza di dodici mesi, non ha ancora compreso come funzioni un calcolo probabilistico e la modellistica sismologica; o che forse l’ha capito, ma ha bisogno di soldi, attenzione mediatica, risposte alle sue paure più profonde.

Christian Rocca segnala un articolo di Bret Stephens sul Wall Street Journal che mi permette, finalmente, di rimettermi in pari dopo le mie critiche al rapporto Goldstone. Ma partiamo dal Rocca:

Bret Stephens è uno dei più bravi columnist americani e questa sua rubrica per il Wall Street Journal sull’illusione che lo stop agli insediamenti israeliani possa risolvere il conflitto lo dimostra pienamente

Chi, tra tutti gli inquilini della West Wing (tanto per usare un’antonomasia un po’ più connotativa rispetto alla Beltway) è stato così cretino da sostenere che il blocco degli insediamenti avrebbe ipso facto condotto alla pace? E’ un fatto, invece, che l’annuncio di nuovi insediamenti a Gerusalemme est – ma soprattutto in Cisgiordania, dove Netanyahu ha contravvenuto a quanto promesso in dicembre – ha provocato in meno di una settimana il crollo di quei negoziati indiretti che erano ripresi per volontà di tutti i paesi arabi (endorsement della Lega araba del 4 marzo), e che evidentemente avrebbero messo in difficoltà il governo ultraconservatore di Israele.
Passiamo pure a Bret, ma lasciate che vi metta in guardia: per ritenerlo ‘uno dei più bravi columnist’ americani ci vuole davvero parecchio pelo sullo stomaco. Stephens sostiene che non importa cosa decidano di fare gli occidentali: gli estremisti islamici, cioè Hamas, cioè i palestinesi (si badi bene: questi passaggi logici non sono mai esplicitati, ma restano sepolti nel sottotesto dell’articolo) li considereranno sempre individui eretici, immorali. Ciò dilegua l’utilità di qualunque sforzo negoziale, e dunque forse è bene non fare niente, poiché qualsiasi tipo di apertura non dimostrerà altro che la vulnerabilità degli occidentali. Ecco cosa ci racconta:

Mr. Buchanan was playing off a story in the Israeli press that Vice President Joe Biden had warned Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu “what you’re doing here [in the West Bank] undermines the security of our troops.” Also in the mix was a story that Centcom commander David Petraeus had cited Arab-Israeli tensions as the key impediment to wider progress in the region. Both reports were later denied—in Mr. Biden’s case, via Rahm Emanuel; in Gen. Petraeus’s case, personally and forcefully

Che Biden o Petraeus neghino cose che sono state loro attribuite non dovrebbe avere alcuna rilevanza all’interno dell’articolo. Anzi: se negano, significa che all’interno dell’amministrazione non tutti sono ossessionati dal ‘luogo comune’, dalla conventional wisdom che attribuisce responsabilità agli israeliani in questa specifica vicenda. Epperò è già questa in parte una stronzata: il 12 marzo, ad esempio, Hillary Clinton considerava l’annuncio di nuovi insediamenti da parte israeliana ‘un insulto’. E, d’altronde, se non fosse così Stephens non avrebbe certo avvertito l’intima necessità di scrivere il suo pezzo.

If you’re of the view that Israel is the root cause of everything that ails the Middle East—think of it as global warming in Hebrew form—then (…)

Già dobbiamo delle scuse a Rocca: la generalizzazione dal caso particolare è contenuta direttamente nel pezzo del magnifico opinionista; Christian non ha colpe, se non quella di aver lasciato che altri parlassero per tramite suo, e che gli mettessero in bocca frasi tanto superficiali.
Ribadisco: chi, nell’accolita obamiana, ha sostenuto che le colpe del conflitto mediorientale siano da imputare interamente (o, se è per questo, per la maggior parte) a Israele? Dov’è il quote-unquote? Non c’è, e nessuno tra lo staff di Obama si sarebbe potuto permettere affermazioni del genere senza perdere il posto. E allora, di cosa stiamo parlando? Di aria fritta. Più specificamente di quell’aria fritta che puzza lontano un miglio di reazione di autodifesa, e che si riduce a fallacie logiche di proporzioni colossali pur di proteggere gli interessi del governo israeliano – e solo quelli.
Il lettore che non fosse interessato ad un esame più approfondito dell’articolo può fermarsi qui. Ma l’analisi non è finita: tutt’altro. Se l’argomentazione di Stephens qua sopra è, questa sì, conventional wisdom nei circoli lobbistici filo-israeliani, dovremo ora addentrarci nella disamina di tutto quel lavoro di documentazione che sostanzia il resto dell’articolo. Vediamo:

[Sayyid] Qutb, for those unfamiliar with the name, is widely considered the intellectual godfather of al Qaeda

E qui non si va lontani dal dire la verità.

“The American girl,” [Qutb] noted, “knows seductiveness lies in the round breasts, the full buttocks, and in the shapely thighs, sleek legs and she shows all this and does not hide it.” Nor did he approve of Jazz—”this music the savage bushmen created to satisfy their primitive desires”—or of American films, or clothes, or haircuts, or food. It was all, in his eyes, equally wretched.

Finalmente, eccole qui!, tutte le ore di lavoro spese per prepararsi alla redazione dell’articolo: le uniche due citazioni delle opinioni di Qutb sono, lettera per lettera, quelle contenute nella versione corrente dell’articolo della Wikipedia inglese, datata 16 marzo, e vi stazionano almeno dal febbraio 2007 (mi sono fermato, ma si potrebbe risalire oltre con la cronologia). Ciò detto, seguiamo pure Wikipedia:

Qutb was raised in the Egyptian village of Musha and studied the Qur’an from a young age. He moved to Cairo, where he could receive an education based on the British style of schooling.

Qutb è nato in Egitto, e vi è cresciuto nel periodo delle rivolte contro gli inglesi. Il nostro seguì l’impostazione filo-secolarista della monarchia egiziana sin dalla più tenera età, ma:

Qutb’s early, secular writing shows evidence of his later themes. For example, Qutb’s autobiography of his childhood Tifl min al-Qarya (A Child From the Village) makes little mention of Islam or political theory and is typically classified as a secular, literary work. However, it is replete with references to village mysticism, superstition, the Qur’an, and incidences of injustice.

Qutb era già affascinato dal misticismo religioso dell’entroterra egiziano, e quando re Faruq decise di orientare l’ideologia di palazzo verso l’Islam, presentandosi nel 1938 come amir al-mu’minin, principe dei credenti (titolo tradizionalmente riservato al Califfo), a Qutb non parve vero: finalmente qualcuno che potesse porgergli ascolto.

Though Islam gave him much peace and contentment, he suffered from respiratory and other health problems throughout his life and was known for “his introvertedness, isolation, depression and concern. (…) Qutb never married, in part because of his steadfast religious convictions. (…) Qutb lamented to his readers that he was never able to find a woman of sufficient “moral purity and discretion”

La descrizione perfetta di un emarginato. Triste, introverso, malaticcio, isolato: le donne non se lo filavano. La biografia di Qutb dimostra una cosa molto semplice, ma a quanto pare ancora incompresa dai grandi columnist filoisraeliani: che il suo profilo si attaglia perfettamente alle condizioni sociali e psicologiche che sono terreno fertile per la produzione di estremisti, di qualunque specie. L’articolo non fa nessuno sforzo per dimostrare che la maggioranza della popolazione islamica sia estremista o tenda all’estremismo (né in senso diacronico, né nel presente): lo dà pregiudizialmente per scontato. Ma, al contrario, la storia di Qutb è un lungo elenco di alcune delle cause socio-psicologiche, e di altre storico-politiche, che insieme hanno contribuito alla nascita e alla diffusione di un movimento ideologico simile (ma quanto, poi?) ad al-Qaeda.
E’ vero, la religione è una dimensione dell’ideologia, ed è la dimensione determinante nel caso di movimenti come i Fratelli musulmani o al-Qaeda, che vi basano le loro fondamenta. Ma, presa da sola, la religione non spiega:
– la diffusione delle idee estremiste rispetto a quelle moderate, quando entrambe le narrazioni sono disponibili (come nel caso dell’Islam);
– la diffusione di movimenti politici che mobilitino queste idee estremiste;
– il livello di protezione governativa di cui possono godere questi movimenti, o all’opposto il grado di repressione esercitato dai governanti.

Peraltro l’irredentismo palestinese è una forma di nazionalismo piuttosto tradizionale e leggibile: si reclama il legittimo possesso di quel pezzo di territorio che corrisponde alla patria usurpata, e solo dopo si giustifica questa pretesa con l’appello alla difesa dei luoghi sacri. Israele è il caso perfetto per parlare della genesi delle ‘geopolitiche della memoria‘, e non si presta affatto alle risibili semplificazioni di Stephens, nelle quali Qutb sembra essere il teorico fondamentale per qualunque movimento politico in cui la dimensione religiosa non sia totalmente assente.
Se Qutb non fu il teorico della lotta di liberazione nazionale della Palestina, d’altra parte propose un modello di ‘socialismo islamico‘ in tutto e per tutto differente dai proclami ecumenici del frammentato manipolo di al-Qaida (v. Anna Baldinetti, “Politica e religione nell’Egitto contemporaneo”, in Lo Stato islamico – Teoria e prassi nel mondo contemporaneo, a cura di Francesco Montessoro).
Ma lasciamo perdere, e limitiamoci a dare un’occhiata alla sorte che toccò a Qutb una volta di ritorno in Egitto, dopo la scampagnata 1948-50 in America. Nel 1952 i generali di Nasser rovesciano la monarchia, e nel 1954 è Nasser stesso a restaurare la legge civile e ad impossessarsi dei pieni poteri:

the cooperation between the Brotherhood and Free Officers which marked the revolution’s success soon soured as it became clear the secular nationalist ideology of Nasserism was incompatible with the Islamism of the Brotherhood. After the attempted assassination of Nasser in 1954, the Egyptian government used the incident to justify a crackdown on the Muslim Brotherhood (…) Qutb was let out of prison at the end of 1964 at the behest of the then Prime Minister of Iraq, Abdul Salam Arif, for only 8 months before being rearrested in August 1965 (…) He was sentenced to death (…) On 29 August 1966, he was executed by hanging.

Qutb trascorre un decennio in prigione, a scrivere, e nel 1966 viene condannato a morte. La condanna giunge da persone di fede islamica, a causa delle sue idee troppo radicali sull’Islam. Mi pare che il quadro sia ora sufficientemente complesso da non lasciare più spazio alle mistificazioni pregiudiziali di Stephens. Riprendiamone l’articolo, dunque:

The war the Jews began to wage against Islam and Muslims in those early days [of Islamic history],” he wrote in the 1950s, “has raged to the present. The form and appearance may have changed, but the nature and the means remain the same.” Needless to say, that passage was written long before Israel had “occupied” a single inch of Arab territory, unless one takes the view (…) that Tel Aviv itself is occupied territory.

Questa è follia pura. Le proteste arabe contro la proliferazione dei kibbutz datano sin da prima degli anni Venti (p. 10: “In 1918, the Islamic-Christian Society of Jaffa wrote a memo to General Allenby”, e passim). Inoltre nel 1948, qualche anno prima che Qutb scrivesse le poche righe qui sopra, era scoppiato il primo conflitto arabo-israeliano, a seguito del quale i sionisti occuparono militarmente quei ventimila chilometri quadrati che sarebbero diventati lo stato di Israele.
Hamas guarda a quella guerra come ad una ‘occupazione’ di un territorio (ed effettivamente, se dovessimo limitarci a descriverla nei suoi effetti, così è). Stephens ignora volontariamente il conflitto tra le due narrazioni estremiste, quella ortodossa per la quale tutta la Palestina appartiene ad Israele e quella degli estremisti islamici che reclamano a loro lo stesso territorio, denigrandone una sola pur di ricavare lo spazio necessario a legittimare l’altra.
Tanto per tornare a bomba, ricordo a Rocca e a Stephens che i negoziati indiretti di marzo avrebbero dovuto coinvolgere tutte le parti al fine di riconoscere una narrazione alternativa ai due opposti estremismi, e cioè quella moderata dei ‘due popoli, due stati’, e che da questa e da nient’altro sarebbero dovute derivare tutte le conseguenze etiche, giuridiche e politiche del negoziato.

to imagine that the settlements account for even a fraction of the rage that has inhabited the radical Muslim mind since the days of Qutb is fantasy: The settlements are merely the latest politically convenient cover behind which lies a universe of hatred

Insomma, non poteva che essere così: da ragionamenti tanto fallaci, una conclusione altrettanto minchiona.