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Avvicinandosi al cliente di Aïeul, [il grassone] cominciò a blaterare qualcosa in inglese, quando era ancora a venti metri di distanza. A proposito di una donna, di un consolato. Il cameriere [, Aïeul,] si strinse nelle spalle. Aveva imparato da molti anni che nelle conversazioni degli inglesi c’era ben poco di cui essere curiosi. Però persisteva nella sua cattiva abitudine.
Cominciò a cadere qualche goccia d’acqua, poco più di una pioggerellina. «Hat fingan,», tuonò quello grasso «hat fingan kahwa bisukkar, ya weled.» I due sedevano uno di fronte all’altro, entrambi col volto scottato dal sole e infiammato di collera, guardandosi in cagnesco.
Merde” pensò Aïeul. Andò al tavolo: «M’sieu?».
«Ah!» disse il grassone, sorridendo. «Un caffè. Un café, capito?»
Quando tornò col caffè, i due stavano conversando languidamente: parlavano di un grandioso ricevimento che si sarebbe tenuto quella sera al consolato. Di quale consolato si trattava? L’unica cosa che Aïeul riuscì a capire furono dei nomi di persona. Victoria Wren. Sir Alastair Wren (il padre? il marito?). Un certo Bongo-Shaftsbury. Che nomi ridicoli produceva quel Paese! Aïeul servì il caffè e ritornò al suo posto.
Il grassone avrebbe voluto sedurre la ragazza, Victoria Wren, un’altra turista che viaggiava col padre, turista anche lui. Era però ostacolato dall’amante di lei, Bongo-Shaftsbury. Il vecchio in tweed[, l’altro al tavolo,] faceva da maquereau. I due che Aïeul aveva davanti erano degli anarchici, i quali stavano complottando di assassinare sir Alastair Wren, un potente membro del parlamento inglese. La moglie del pari – Victoria – nel frattempo era ricattata da Bongo-Shaftsbury, il quale sapeva delle sue segrete tendenze anarchiche. I due erano cantanti di music-hall, che cercavano di farsi scritturare per un grandioso vaudeville prodotto da Bongo-Shaftsbury, il quale era in città nel tentativo di ottenere dei fondi dallo sciocco sir Wren. Bongo-Shaftsbury contava di poterlo accostare grazie all’affascinante attrice Victoria, l’amante di Wren, la quale fingeva di essere sua moglie per soddisfare l’ossessione tutta inglese per la rispettabilità.

Thomas Pynchon, V., 1963

Mi sembra di aver già sparpagliato una sorta di prototipo di questa nota altrove, qui sotto, ma non posso fare a meno di ritornarci: nelle ultime settimane quanto di più interessante mi sia capitato sotto gli occhi è stato scritto da un anarchico o da leninisti folli con il fusibile eziologico ormai in cortocircuito.
[Quelli di lotta comunista di febbraio, che ti sparano addosso, in batteria alternata: “Oscillazioni mediterranee, ancoraggio europeo”, “Gli esordi della Compagnie Financière de Suez”, “L’accordo BP-Rosneft ratifica la linea Putin” (poi parzialmente smentito da notizie seguenti la data di pubblicazione), “I militari al centro del modello egiziano”, “Il riarmo asiatico (…)”, “Un nuovo secolo del carbone (…)”].
L’uno dimostra il fallimento degli osservatori classici nel ricondurre ad un unico oggetto comprensibile, coerente e utilizzabile nel campo politico i tre mondi parzialmente coincidenti di estetica, etica e prassi; quegli altri si addentrano per i sentieri molto battuti e poco compresi delle analisi internazionaliste (ciniche o accorate, ma sempre sgomente; da farci poi la tara, è ovvio).
Capovolgendo il fronte, ma non troppo, c’è l’immancabile Luigi (chi è stato radicale e ne è poi uscito ha perso pure questo, che l’essere chiamati per nome cessa di essere dimostrazione di amicizia e intimità, per trasformarsi in appello politico; sembra quasi di dirlo “compagno”, ma lui sa che non è così).
Infine resta ancora l’ultraliberismo di Oscar Giannino, tanto prolifico nello scritto (infarcito di dati e cifre fino al collasso verbale) da dimostrarsi incapace di sorvegliare la sintassi. Sarà per ragioni di tempo, suppongo, dal momento che la sua loquela scorre tranquillamente come ossido di diidrogeno quando egli si trova a condurre o a moderare un dibattito, ma forse la sua scrittura da epifenomeno è divenuta cifra di un programma iperlibertario.  

Sto cominciando a pensare che sia necessario essere estremisti*, in Italia, per poter scrivere e parlare bene. Che poi significa, allo stesso modo, saper pensare. Malgrado indugi ancora per quella china moderata e nichilista, con il passare dei giorni mi convinco sempre più che i tempi di Gadda e Volpi siano (già) troppo lontani.

Dal momento che l’ho pubblicata altrove, ripropongo anche qui la mia reading list estiva (letture, riletture e studio – luglio/agosto):

Fuoco pallido di Vladimir Nabokov;
Teoria e analisi nelle relazioni internazionali, ed. 1986, a cura di Luigi Bonanate e Carlo Maria Santoro;
Evgenij Onegin di Aleksandr Puškin;
La malattia dell’infinito di Pietro Citati;
La politica estera di una media potenza, di Carlo Maria Santoro;
Il dottor Živago di Boris Pasternak;
Il pensiero politico occidentale: storia e prospettive di Giorgio Galli;
Austerlitz di Winfried Georg Sebald;
After Hegemony: Cooperation and Discord in the World Political Economy di Robert Keohane;
Lamento di Portnoy di Philip Roth;
La Israel lobby e la politica estera americana di John Mearsheimer e Stephen Walt;
Discussione, Storia universale dell’infamia e Storia dell’eternità di Jorge Luis Borges;
– il dibattito sulla teoria sistemica delle relazioni internazionali raccolto nei volumi 23.2 e 23.3 (2009) di International Relations.

Utilizzerò questo come segnaposto per verificare, tra un mese, la misura con la quale avrò tenuto fede alle promesse. Immagino già che sarà davvero bassa.
Upcoming: Rushdie (il solito, I versi satanici), Lowry (Sotto il vulcano), Derrida (Margini della filosofia), Graziosi (L’URSS di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica).

A scanso di ogni equivoco, dico subito che, a mio parere, un blogger non è un giornalista: non ne ha i titoli, non ne ha gli onori, non ha diritto agli oneri che gravano sul giornalista (…). Ed è per questo che mi stanno sul cazzo i giornalisti che hanno un blog e i blogger che si danno arie da giornalisti.

Malvino (due), 13 giugno

Ogni tanto ci torno su, son dieci giorni che ci torno su. Mi chiedo quanto s’inalbererebbe se confessassi che alla gente, le volte che mi capita di parlare di lui, lo dipingo come “un vero vaticanista” e “un blogger-giornalista”. E di arie se ne dà: su, dài, ammettilo: te ne dai.
Ma, a parte tutto, quello stronzo ha la capacità di farmi sentire in colpa, e per questo non posso che ringraziarlo.

Avevo promesso di tornare a parlare del Centro Studi Monetari e delle tesi piuttosto eterodosse che sostengono i suoi ricercatori, e prima o poi lo farò.
Per intanto limitiamo l’indagine al contenuto della lettera che tanto (poco) scalpore ha generato – ma che, stando a WordPress, continua ad essere la chiave di ricerca con la quale più visitatori giungono su questo blog -, più precisamente al tipo di formazione ricevuta da Maruska di Stefano, autrice di una seminale tesi sul signoraggio bancario.

Doverosa premessa: si tratta di una nota di colore, e non si vuole gettare discredito su un intero istituto. Epperò, dovete sapere che la nostra Maruska si è laureata, sì, con una spintarella del Centro Studi Monetari, ma che la lode le è stata attribuita dall’Università degli Studi LUM Jean Monnet, come da intestazione della tesi:

Il sito dell’Università dà informazioni dettagliate su come raggiungerne la sede:

Cosa c’è di strano?, mi chiederete. Di singolare c’è che a quello stesso indirizzo non si trova (solo) la sede di un ateneo privato, ma un centro commerciale.

Visto che non ho potuto verificare, solo in privato potrò parlarvi delle voci che girano riguardo a quest’università. Certo è che se per laurearsi con lode basta la tesi della di Stefano, è più che naturale che laggiù si prediliga un solo corno della goliardia studentesca.

(hat tip: la dufresne)

[…]
Per uno consacrato al servizio del Signore, quale Zia May gli aveva assicurato che era, Wyatt [il figlio del reverendo Gwyon] sembrava aver già accumulato una considerevole riserva di peccati. Poteva muoversi in poche direzioni senza arricchirla. La sua impresa più notevole aveva avuto luogo subito dopo la vigilia di Ognissanti. Si trovava nella stanza dove la madre [morta poco prima, in Spagna] era solita cucire e stava rovistando nel cassetto dei bottoni, nel pomeriggio, mentre avrebbe dovuto essere a letto per il consueto pisolino, quando lei era entrata. Era vestita di bianco, e anche se pareva che stesse cercando qualcosa non diede l’impressione di averlo visto. Le era corso incontro, gridando di gioia, ma prima che fosse riuscito a raggiungerla si era voltata ed era uscita, nell’attimo in cui Zia May si affaccia alla soglia. «Era qui, dov’è andata? La mamma era qui…» cominciò a dire a Zia May, riuscendo a pronunciare solo un’altra parola prima che quella donna, priva di carne e di sangue, lo prendesse in braccio e lo portasse a letto, deponendovelo senza alcuno sforzo apparente, e invitandolo a “supplicare il Signore” perché lo aiutasse a non dire più bugie. Fu alcuni giorni dopo che Zia May lo chiamò a sé, tremando, con una lettera aperta in mano, e gli fece ripetere quella bugia in ogni particolare. Palpitando come la lettera che le vedeva fra le dita lui parlò con atterita riluttanza, come se si trattasse di uno stratagemma, logico per Zia May, atto a promuovere un altro castigo. Ma quand’ebbe finito Zia May lo fece inginocchiare accanto al letto e gli disse di pregare il Signore perché lo aiutasse a dimenticare, e perdonasse. Si mise addirittura in ginocchio vicino a lui.

Il Signore non lo aveva aiutato: lo ricordava benissimo. Aveva in testa una certa confusione, quando tornò suo padre, poiché in un modo o nell’altro suo padre e il Signore erano la stessa persona e per poco non chiese a suo padre di aiutarlo a dimenticare. Non sarebbe stata una buona idea, perché Zia May gli aveva ordinato di non dirlo mai a suo padre. Non lo sapeva, suo padre? E se il Signore era in ogni luogo, almeno lui, non aveva forse visto entrare Camilla, avvolta in un bianco lenzuolo, in cerca di qualcosa?

[…]

Le prediche divennero più vivaci. Nella sua solitudine [il reverendo] Gwyon riprese a studiare. Con la perdita di Camilla tornò ai tempi in cui non l’aveva ancora conosciuta, tra gli Zuñi e i Mojave, gli Indiani delle pianure e i Kwakiutl. Vagabondava lontano dal suo continente, e trascorreva le ore della notte partecipando a oscure pratiche religiose dal Borneo ad Assam. Sul tavolo, davanti a lui, sparsi e ammonticchiati qua e là per lo studio, giacevano Euripide e santa Teresa di Avila, Dionigi il Certosino, Plutarco, Clemente di Roma e il Nuovo Testamento Apocrifo, copie dell’Osservatore Romano e un trattatello della Società per la Prevenzione dell’Inumazione Prematura. De contemptu mundi, Historia di tutte l’heresie, Cristo e i poteri delle tenebre, De locis infestis, Libellus de terrificationibus nocturnisque tumultibus, Malay Magic, Réligions des peuples non-civilisés, Le culte de Dionysos en Attique, Philosophumena, Lexikon der Mythologie.

[…]

Riuscì persino a reintrodurre l’uso del vino in luogo del succo d’uva prescritto da temperanti predecessori nella celebrazione dell’Eucaristia, svegliando il suo gregge, un mattino di sole, con le parole: «Non bere più acqua, ma mesciti un po’ di vino per la salute dello stomaco e le tue numerose infermità». Questo turbò Zia May, e anche se non poteva essere tanto presuntuosa da discutere con san Paolo apostolo, era in momenti come questi che lo sospettava di non aver mai veramente dimenticato di essere Saulo l’Ebreo di Tarso, con un naso come quello di sant’Edmondo e le sozze abitudini all’intemperanza per le quale vanno celebri gli ebrei. A differenza della sua carità e di quella delle sue associazioni benefiche, che non si avventurava mai a sud del sessantesimo parallelo tranne che per qualche incursione nell’Africa più nera, quella di Gwyon era fonte di preoccupazione per tutti, non giungendo più lontano del suono della sua voce nella sua ricerca di oggetti degni di misericordia. Janet, una ragazza afflitta da un tic nervoso che le faceva piegare la testa da un lato in brillanti e affermative inclinazioni d’idiozia, classico esempio di un’evasione dalla moralità puritana da parte di sua madre (uccisa da un piazzista in cinti erniari di New York), fu trovata una sera, dietro l’organo, dopo le prove del coro, a limonare con il sagrestano. Janet era nata parecchi minuti dopo la morte di sua madre, cosa che qualcuno, Zia May compresa, ritenne fin dal principio di cattivo augurio. L’incidente dietro l’organo ne fu la prova, e Zia May disse qualcosa a proposito della gogna e della berlina, peccato che fossero passate di moda. «Peccato privarci tutti di una simile soddisfazione» convenne Gwyon. Zia May era diffidente. «Come sarebbe a dire?» «La grande soddisfazione di vedere un altro punito per un’azione di cui ci sappiamo capaci.» «Ma io…» «Che c’è di più gradevole di questa esteriorizzazione dei nostri peccati? Un altro soffre per espiare la bassezza delle nostre fantasie…» «Basta!» gridò Zia May. «Sono certa di non aver mai avuto simili pensieri.» «Allora come puoi giudicare la sua colpa, se non sei mai stata sottoposta alla stessa tentazione?» chiese tranquillamente il pastore. «Tu… Tu parli come un eretico» proruppe Zia May (…).

[…]

È la beatitudine dell’infanzia che ci si guasta di più quando meno lo sappiamo. Nella casa parrocchiale, di medievale costruzione, Wyatt passò dal vasino a un oggetto di porcellana più esaltante ed elevato, e imparò a pulirsi il naso con l’indice in luogo del pollice. Passava più tempo in casa che fuori, e c’era un freddo, in quegli oscuri corridoi, che nessun cambiamento di stagione disperdeva, negli anditi dove lo sorprendevano spesso a vagare senza meta, o dove se ne stava semplicemente immobile, a fissare le scanalature tra i panneli del rivestimento o a guardare in su, verso le concave modanature, tendendo l’orecchio ai cigolii provenienti dagli angoli acuti degli zoccoli, parlando tra sé, ripetendo più volte parole e frasi, muovendosi poi di scatto come se si sentisse osservato da qualcuno. Era capace di starsene là fermo fino a quando lo distoglievano l’aprirsi della porta dello studio alle sue spalle e la tronca esclamazione di sorpresa di suo padre nel trovarlo intento a fissare la croce con i quattro specchietti incastonati, anche se non aveva mai chiesto spiegazioni; e c’era un solo corridoio che evitava, o percorreva di corsa quando doveva passarci per raggiungere la sala da pranzo, anche allora voltandosi in fretta a guardare Olalla che vegliava, senza naso, nella sua nicchia, la mano levata, da cui di continuo si aspettava di essere violentemente percosso a tradimento mentre passava.
«Al-Shira-al-jamânija…» mormorò.
«Come? Cosa stai dicendo?» chiese Zia May, girando l’angolo.
«Al-Shira-al-jamânija… La fulgida stella dello Yemen».

William Gaddis, Le Perizie

Muore oggi Lévi-Strauss. Due giorni fa ci ha lasciati la Merini. Un bel pezzo di Novecento se ne va, e io non mi sento pronto.

Finalmente un’opinione degnamente argomentata sul caso Marrazzo.



A parte la geniale sconclusionatezza dell’ultima frase: ma certo!

(hat tip: Jules)

(si diceva, altrove)

Sì, a quanto pare ve ne siete beccati un altro.

Non esattamente la stessa sbobba degli altri, eh. Io sono più stupido e più serioso, insieme. Adeguatevi.

Benvenuti!

P.S.: programma occulto di questo blog sarà demolire ogni singola parola profferta dalla bocca o spremuta dalla stilografica di Marco Travaglio.