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Al di là (non sopporto l’espressione, ma in fondo la Battistini scrive bene: gliela passo) della critica al tessuto ideologico, mai così stupida, mi trovo concorde invece con il giudizio estetico. Considerato anche l’entusiasmo con il quale facevo il mio ingresso in sala, per me è stata una mezza delusione: mai mi era capitato che un film visivamente così splendido, con una gestazione così dolce, praticamente perfetta, poi all’esito finale (montato, doppiato, voice-overato) finisse con il risultarmi tanto sgraziato, aritmico, incoeso.
Molti citano Kubrick – che non c’entra un cazzo -, la Battistini soltanto, mi pare, Lynch – suvvia -; io avrei detto l’Herzog del blue yonder, o più semplicemente una sorta di Malick in fast forward, con l’indice stretto attorno al grilletto, pronto a spararti tutta la sua pappardella sull’inizio del cosmo e i dinosauri sul dito con cui stai occludendo la volata del fucile.
Un velociraptor mezzo stravolto. Rapace? No, non divora neppure la preda che calpesta.

Muore, a quarantasette anni. Uno dei più grandi registi di animazione giapponese decide che è già ora di abbandonare la realtà e partire per il vuoto dello spazio profondo. I temi delle sue opere sono tutti qui, condensati in un video non ancora reclamato per violazione di copyright: nei primi dieci minuti di Millennium actress.

Il tunnel che collega verità e finzione è ridotto da subito ad un tubo catodico: la partenza dello shuttle-razzo taglia rapida su un breve terremoto, lo spazio reale e lo spazio immaginario comunicano attraverso le nervose sollecitazioni dei polpastrelli sul telecomando, il cosmonauta pronuncia parole sibilline, e così dalle psicosi gravi di Perfect blue sembriamo già scesi ad un compromesso: fuori dalla mente dell’individuo, altrove.
Ma Kon non era tipo da scegliere esplicitamente di riflettere sul rapporto tra il cinema e il mondo senza avere un secondo fine, più dolce: parlarti dei sogni e della memoria. In fondo, di nuovo, di cinema. Non passano trenta secondi che il nastro si riavvolge, e siamo ancora del tutto ignari del fatto che stia riavvolgendo parte del film, dei film che il regista sta studiando per giungere preparato all’incontro con l’Attrice del millennio, dei film nel film.
La sigla di testa contiene le scene riavvolte, stavolta nel verso e velocità normali, e nessuno ancora ha capito: paiono anticipazioni – oppure rievocazioni, ricordi. Solo in seguito saremo in grado di comprendere che si trattava di passati recitati, e che insieme non eravamo andati distanti pensando che si trattasse di memorie: erano le rievocazioni di un nerd che, innamorato di un’attrice e dei suoi film, intraprende un viaggio per intervistarla. Viaggio che presto diventerà strumento, ma mai pretesto, per ricordare all’Attrice e al suo pubblico (a se stesso) che quel millennio non va dimenticato. Rievocazioni di qualunque storia universale del cinema, che Kon sentiva insieme obbligo morale e passione profonda; ma oh, così leggeri.

In fondo, Satoshi era quel nerd, quel regista, quel cosmonauta. Per questo stasera non è possibile non cadere nella tentazione più semplice, praticamente automatica, seguire le sue labbra che paiono rincorrere, con il cuore in gola, e balbettano, come se fosse la prima volta, allungando un braccio soggiungere:
“Non andare, ti prego. Io [ti] ho sempre…”.

Premessa: per me, Mario Adinolfi è uno stronzo viziato. Su Red Tv intervista Sergio d’Elia, dirigente di Prima Linea (per quanto scritta in un inglese maccheronico, linko la pagina della wiki inglese perché contiene informazioni più complete rispetto a quella italiana), protagonista degli anni di piombo, dodici anni di pena scontati (credo otto di carcere, ma non trovo informazioni dettagliate).

Ecco.

Guardatelo tutto. D’Elia dice cose profonde, comprese a sue spese. C’è la saggezza di Todorov mediata da Foucault, in quel suo “vittime e carnefici“; fa polpette di Totem e tabù; cerca, allarmato, di spiegare la storia e come si scrive la storia; agisce da protagonista, sa che è chiamato ad espiare tutte le volte, e pubblicamente, anche dopo che per il potere e la giustizia ha già espiato – tanto che si è ricavato uno spazio nel potere -, eppure ostenta un senso critico degli avvenimenti che è forse quanto di più vicino a me abbia mai ascoltato da parte di chi, in teoria, dovrebbe essere prevedibilmente parziale.

Perché ve lo propongo? La ragione è semplice: tutti i film che hanno parlato degli anni di piombo, ivi incluso quel capolavoro di Buongiorno, notte, anche quando problematizzavano i personaggi scarnificando l’ideologia e lasciando trapelare l’individualità, i sentimenti, le eterodossie, i dubbi e i ripensamenti, hanno costantemente commesso un errore esiziale: hanno ambientato i loro soggetti durante gli anni di piombo.

Forse non è ancora tempo, o non verrà mai il tempo, perché un soggetto filmico possa ricavarsi la potenza diegetica ed espressiva necessaria ad esprimere posizioni tanto complesse. Forse, oggi come ieri come sempre, manca uno spazio di ricezione ideologica; e forse la ricerca di una storia che sia narrabile rende di per se stesso impossibile far percepire le naturali, promiscue, quasi intime rivolte etiche, morali, politiche, pubbliche e personali, dell’uomo. Forse, appunto, per capire possiamo soltanto fissarci ad un dibattito tra una persona piuttosto odiosa ed un’altra che protesta, si rivolta, capisce; ma commette a sua volta errori, come la totale negazione della “verità di regime”; errori che fanno capolino dalle pieghe del volto.

Finché qualcuno non mi smentirà con un film, un libro, un racconto orale, questo di Red tv resta un documento sui limiti della storia, del nostro narrare, e del cinema.

(trovato qui)

Tutti gli esseri umani del mondo crollano addormentati per due minuti e diciassette secondi. Gli aerei in volo manuale precipitano, chi sta viaggiando in macchina si schianta. I miliardi di superstiti si chiedono cosa sia potuto succedere, e scoprono di avere avuto, tutti, una visione: una finestra su quello che ognuno di loro starà facendo tra qualche mese, la notte del 29 aprile 2010 (fuso orario di Los Angeles). L’FBI indaga: molte visioni corrispondono. Qual è stata la causa di quest’incidente, e c’è la possibilità che si ripeta? Il futuro visto da tutti è ineluttabile, o può essere modificato? E si tratta per tutti dello stesso futuro?
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Se volete avere un esempio di come non si dovrebbe recensire, leggete pure qui.

In realtà, FlashForward è una figata, o quasi. E sì, c’è più d’una ragione per paragonarlo a Lost; ma andiamo con ordine. Intanto, la trasmissione degli episodi è giunta appena alla quarta puntata delle venticinque previste: la serie ha già assunto dei tratti definiti, quindi di quelli possiamo discutere ma a quelli, appunto, dovremo attenerci. Difetti ce ne sono, in quantità, e sono suppergiù quelli cui accennava Davaz (in quel link poco sopra). Primo, la scrittura è scadente: la trama frana a valle da sola, travolgendo i personaggi anziché farsene trasportare. Perché un’investigatrice esperta d’informatica convinca un suo collega a condividere la sua esperienza in un database a cui hanno accesso altre 900.000 persone saranno sufficienti tra le tre e le cinque battute. E questo collega – toh, un coreano che sta con una nera, un bel modello di integrazione razziale: Ringo People – riceverà a tempo di record una telefonata anonima che gli spiegherà per quale motivo dovrà morire. E’ un suggerimento subliminale a non divulgare dati sensibili sul nostro account Facebook?

Secondo, il cast è stato scelto con crismi peggiori di quelli con cui hanno reclutato gli attori di Lost: fa addirittura la sua comparsa qualche riciclato da Heroes (Greg Grunberg), serie non nota per le spettacolari performance dei suoi attori. Alcuni di loro sono inespressivi, l’altra parte overreacts, e gli appartenenti ad entrambe le categorie sono mediocri; i pochi buoni (Barry Shabaka Henley) cadono vittime dei dialoghi che sono costretti a recitare, e sono tristemente relegati a ruoli marginali. [update a parziale correzione: Dominic Monaghan, un riciclato da Lost – è Charlie – , qui ha assunto un ruolo centrale ed è anche riuscito ad entrare perfettamente nel personaggio. Bravo lui]

Ma le ragioni per le quali questi problemi non fanno della serie ‘una cagata pazzesca’ emergono innanzitutto se si tiene conto del fatto che quelli che ho elencati sono i difetti della stragrande maggioranza delle produzioni in syndication americane, specialmente di casa ABC; e che FlashForward non si ferma a questi problemi strutturali. Prima di tutto, il pilot è girato alla perfezione (stiamo sempre utilizzando parametri di giudizio adattati al mondo dei serial, differenti per necessità di produzione da quelli di un film): la regia regala due o tre scene magistrali grazie a movimenti di macchina calibrati al millimetro, la fotografia è grandiosa (patinata quanto Lost), le scene in digitale più che credibili, i ritmi del montaggio ottimi. Anche la scrittura dell’episodio è superiore a quella dei successivi: proprio perché la serie si apre come se fosse un disaster-movie il paragone con la prima puntata di Lost regge più che altrove, e FlashForward non sfigura affatto. Se dalla descrizione pensate che la serie non vi interessi, fatevi un favore, e almeno guardate la prima puntata.

Inoltre, il nocciolo di idee originali di quella che Davaz ha definita “una parodia delle serie tv sci-fi” emerge proprio attraverso il pretesto fantascientifico della serie, ovvero la frattura temporale, anticamera dei paradossi.  FlashForward trae linfa dallo stesso stratagemma che segnò l’inizio del crollo narrativo di Lost. In Lost fu proprio quello il momento in cui, sotto il peso di un’impalcatura che sommava mistero a mistero, ormai sommerso il Grande Disegno a causa dell’ipertrofia delle linee narrative secondarie, gli autori si ritrovarono ad architettare la gabola dell’instabilità temporale (ahah, li abbiamo fregati! Un altro paio di serie incollati ad A spasso nel tempo). Qui, invece, di salto nel tempo ce n’è uno soltanto: è un salto nel futuro ed è un salto collettivo; lo spettatore si può perciò concentrare sulle sue conseguenze.

Mirabile dictu, il paradosso risolleva una trama castigata dalla scrittura, e funziona da ricostituente al mediocre tratteggio dei personaggi, arricchendoli del dramma personale del loro destino, ancora da venire e tuttavia, a quanto sembra, irrimediabile. Tra l’altro, ogni personaggio si accosta al suo destino con sentimenti diversissimi, a seconda che ciò che abbia visto (o non visto) corrisponda a quelli che sono i suoi desideri presenti. Il trauma dell’esperienza di una realtà altra, eppure strettamente personale, conferisce alla serie un’insperata consistenza, ed evita di destinare i personaggi a quegli scheletri vuoti preda delle esigenze del copione che pure sarebbero potuti diventare.

Non a caso una delle scelte migliori è stata proprio quella di modificare il soggetto da cui origina la serie, anticipando in maniera drammatica l’ambientazione del ‘flash forward‘ subìto dalla popolazione mondiale: nel libro scritto da Robert James Sawyer i personaggi sperimentano visioni di un futuro lontano ventun anni, mentre in questo caso la distanza del vaticinio è stata ridotta a meno di un anno.  Il tempo della serie e il tempo reale arrivano a coincidere, ed è molto probabile che la puntata finale veda la luce su ABC, e in contemporanea in Italia, attorno al 29 aprile 2010.

Le implicazioni di questa scelta sono ancora tutte da valutare; ma visto che le migliori sorprese sembrano arrivare dai colpi di scena provocati dalla conoscenza anticipata di miliardi di avvenimenti futuri (seppur circostanziati a brevi frammenti di un paio di minuti), nutro ottime speranze per il prosieguo della stagione.

Aggiornamento. Oggi ho visto la quarta puntata – per la prima volta in lingua originale. Non solo sembra essere ottima, ma è scritta molto meglio di quanto la traduzione italiana facesse sperare. Alla luce di questo, e di un miglioramento sensibile della recitazione (non escludo di essere io, che sto cominciando ad abituarmi agli attori), la serie è sempre più consigliata.

Me l’ero persa: ennesima uscita di un maledetto genio.

Visto qualche giorno fa, ne parlo soltanto oggi. Il film è proprio bruttarello.
Allen, e i registi vecchi in generale – eccettuati Herzog, de Oliveira e pochissimi altri -, dovrebbero riuscire a circondarsi di assistenti abbastanza sinceri da saper loro dire: “no, guarda, la senilità ti ha rincoglionito, ormai queste scene non le sai più scrivere. Lascia fare a qualcun altro, perché tu continui ad infilare te stesso in tutti i personaggi”. E invece no: oltre ad essergli toccati un paio di ghostwriter ipocriti (perché non crederete mica che i credits che attestano Woody sceneggiatore unico siano plausibili, vero?), il suo amor proprio non l’aiuta.
E così, da un decennio abbondante zoppica come gli increduli rabbini di Zelig. Più che stagionato, è andato a male.