[Gaetano Quagliariello], riferendosi a Tangentopoli, argomenta: «Non si spiega altrimenti il parere favorevole della procura alla concessione dei domiciliari dopo l’interrogatorio, come a dover ricompensare la “confessione” di Martino. Né si spiega altrimenti il diniego del gip, secondo il quale evidentemente per poter determinare tale “ricompensa” la “confessione” dovrebbe essere ancora più ampia».

Logici e consequenziali, come sempre.

(il referendum costituzionale turco è in arrivo: archivio qui un paio di articoli che, per quanto in qualche modo già datati, possono servire da spunto per chi volesse approfondire la situazione interna della Turchia a poche ore dal voto)

Dall’Unione europea un insolito silenzio

A poche settimane dallo svolgimento del referendum costituzionale, ad Ankara ci si attendeva probabilmente qualcosa di più dall’Unione europea, grande sostenitrice delle riforme costituzionali turche sin dalla prima metà degli anni Novanta. Non che la Commissione e il Consiglio guardino alle preparazioni per il voto in maniera totalmente disinteressata, come invece fino ad oggi paiono fare i singoli paesi europei e gli Stati Uniti, in ossequio al principio della non intromissione negli affari interni. Ma le prese di posizione dell’Europa, specialmente se paragonate al netto sostegno dato alle revisioni costituzionali tra il 1999 e il 2007 (quando il Parlamento turco approvò otto pacchetti emendativi), oggi sembrano giungere in dosi omeopatiche.

La posizione europea è chiara: l’architettura istituzionale tratteggiata dalla Costituzione del 1982 non è ancora adeguata agli standard democratici occidentali, neppure nell’ultima versione del 2007. Secondo l’Unione la Carta, tra le altre cose, concede alle Forze armate turche un’influenza eccessiva sulle istituzioni civili del paese, tramite il Consiglio di Sicurezza Nazionale e l’esortazione ad intervenire in caso di attentato ai principi laici dello stato. Eppure da maggio l’unico a pronunciarsi per appoggiare i nuovi emendamenti è stato il Commissario europeo per l’allargamento Štefan Füle.

Il 12 luglio, cinque giorni dopo che la Corte costituzionale turca ha annullato alcune tra le misure che avrebbero inciso maggiormente sulla ridistribuzione interna dei poteri tra il giudiziario e l’esecutivo, durante una conferenza stampa a margine dell’incontro semestrale del Dialogo Politico Turchia-Ue Füle ha dichiarato che il pacchetto di riforme “va nella giusta direzione”. “L’Unione europea e gli stati membri – ha aggiunto – guardano con favore a ciò che la Turchia sta facendo in quest’area. La riforma costituzionale getta le basi per un processo politico pluralista”. Da allora, nient’altro.

I motivi per i quali l’Unione abbia scelto un basso profilo non paiono chiari. Se è vero che la Corte costituzionale, bocciando e riformulando alcuni emendamenti, ha attenuato gli effetti più dirompenti della riforma, essa ha tuttavia lasciato intatto l’impianto complessivo. Il rispetto dei diritti umani fondamentali, la discriminazione positiva a favore degli svantaggiati, l’estensione dei diritti sindacali ai dipendenti pubblici, il ridimensionamento del potere delle corti militari, il riassetto della Corte costituzionale e del Csm turco: sono tutti punti della riforma sui quali Consiglio e Commissione europea battono senza sosta, da anni.

A dimostrazione dell’attesa che circondava una nuova presa di posizione dell’Unione, della battuta di Füle si sono subito appropriati i sostenitori delle riforme, sottolineando che in nulla contrastano con i principi liberal-democratici. Anzi, incalzano: l’approvazione delle misure è un passo essenziale per sbloccare i negoziati di accesso. E forse hanno ragione loro.

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Le opposizioni e il voto

Un sondaggio di Sonar Arastirma di metà agosto dava i favorevoli agli emendamenti alla Costituzione al 49% e i contrari al 51%. La scelta del CHP di dare battaglia contro riforme costituzionali che in buona sostanza coincidono nel merito con quelle che il suo leader Kılıçdaroğlu si è già detto disposto a proporre nel caso il suo partito vincesse le elezioni del 2011 denuncia la fisionomia fortemente opportunistica della polemica, che alcuni osservatori considerano elemento di un braccio di ferro più ampio, dalle ricadute ben più distanti rispetto ai meri risultati del voto di metà settembre.

Di fatto – e non è una sorpresa per chi guarda al referendum per stimare la tenuta dell’AKP – negli ultimi mesi le forze pro e contro la riforma sembrano equivalersi. Incalzata da violenti scambi d’accuse tra le forze politiche, anche l’opinione pubblica si è andata polarizzando attorno a posizioni che a tutto sembrano guardare, salvo che al merito della questione.

E’ vero, il CHP accusa il governo di voler tentare un’islamizzazione surrettizia della società turca, tradendo il mandato kemalista di salvaguardia dei principi laici. Inoltre ritiene illegittimo limitare l’indipendenza e i poteri della magistratura. Ma sorprendentemente nell’ultimo mese i punti di scontro sono stati altri. Con il primo, di metodo, il CHP chiedeva che la riforma non fosse presentata al popolo come un pacchetto, ma che ci si potesse esprimere in maniera disgiunta su ogni singolo articolo.

Il secondo punto attorno al quale si è infervorato il dibattito è stata la figura del premier Erdoğan. Le riforme andrebbero bene, sostiene il CHP, se a presentarle non fosse un personaggio che già in passato ha mostrato di voler porre la giustizia sotto il controllo dell’esecutivo, e di possedere preferenze autoritarie e in netta contrapposizione con i principi democratici cui la riforma pare ispirarsi.

In questo panorama di estrema incertezza, le scelte curde potrebbero rivelarsi determinanti. I maggiori partiti etnici hanno chiamato al boicottaggio, ma si sono trovati ad affrontare da subito la frattura apertasi tra le posizioni ufficiali e una vasta frangia di intellettuali curdi favorevoli al “sì”. La spaccatura tra le élites dirigenziali deve anche fare i conti con l’importanza che il voto curdo assume in una situazione di sostanziale pareggio.

Le fluttuazioni delle preferenze dei curdi, sballottati tra una posizione e l’altra, rendono difficile prevedere quali equilibri potrebbero formarsi nelle prossime settimane. I sondaggisti, pare, non dispongono di metodi appropriati per campionare e monitorare il voto etnico. Molto dipenderà dalla tenuta del cessate il fuoco proclamato dal PKK per il periodo di Ramadan (13 agosto – 20 settembre). La sospensione delle ostilità conviene a tutti: agli insorti, per evitare di essere considerati i responsabili di un ipotetico fallimento del referendum e perché il governo sembra aver promesso il miglioramento delle condizioni di detenzione dell’ex capo Öcalan; all’AKP, perché dimostrarsi più possibilisti in merito al rilassamento della legislazione antiterrorista potrebbe portare qualche curdo indeciso in più alle urne. Vista la patta attuale, la trattativa con i curdi potrebbe rivelarsi la mossa decisiva.

(30 agosto 2010)

Cedo: il loro rischia già di essere il disco più geniale dell’anno.

Muore, a quarantasette anni. Uno dei più grandi registi di animazione giapponese decide che è già ora di abbandonare la realtà e partire per il vuoto dello spazio profondo. I temi delle sue opere sono tutti qui, condensati in un video non ancora reclamato per violazione di copyright: nei primi dieci minuti di Millennium actress.

Il tunnel che collega verità e finzione è ridotto da subito ad un tubo catodico: la partenza dello shuttle-razzo taglia rapida su un breve terremoto, lo spazio reale e lo spazio immaginario comunicano attraverso le nervose sollecitazioni dei polpastrelli sul telecomando, il cosmonauta pronuncia parole sibilline, e così dalle psicosi gravi di Perfect blue sembriamo già scesi ad un compromesso: fuori dalla mente dell’individuo, altrove.
Ma Kon non era tipo da scegliere esplicitamente di riflettere sul rapporto tra il cinema e il mondo senza avere un secondo fine, più dolce: parlarti dei sogni e della memoria. In fondo, di nuovo, di cinema. Non passano trenta secondi che il nastro si riavvolge, e siamo ancora del tutto ignari del fatto che stia riavvolgendo parte del film, dei film che il regista sta studiando per giungere preparato all’incontro con l’Attrice del millennio, dei film nel film.
La sigla di testa contiene le scene riavvolte, stavolta nel verso e velocità normali, e nessuno ancora ha capito: paiono anticipazioni – oppure rievocazioni, ricordi. Solo in seguito saremo in grado di comprendere che si trattava di passati recitati, e che insieme non eravamo andati distanti pensando che si trattasse di memorie: erano le rievocazioni di un nerd che, innamorato di un’attrice e dei suoi film, intraprende un viaggio per intervistarla. Viaggio che presto diventerà strumento, ma mai pretesto, per ricordare all’Attrice e al suo pubblico (a se stesso) che quel millennio non va dimenticato. Rievocazioni di qualunque storia universale del cinema, che Kon sentiva insieme obbligo morale e passione profonda; ma oh, così leggeri.

In fondo, Satoshi era quel nerd, quel regista, quel cosmonauta. Per questo stasera non è possibile non cadere nella tentazione più semplice, praticamente automatica, seguire le sue labbra che paiono rincorrere, con il cuore in gola, e balbettano, come se fosse la prima volta, allungando un braccio soggiungere:
“Non andare, ti prego. Io [ti] ho sempre…”.

Buttate al cesso gli Editors, gli ultimi Interpol, al limite (al limite, eh) i White Lies. Ovviamente, dall’altra parte, sgozzate i Coldplay.
Finalmente si torna a coniugare il post-punk alle chitarre dreamy – che, ultimamente, latitavano – e le distorsioni/saturazioni shoegaze.
Strasentito e inadatto, insaziabile e sordo, barocco ed essenziale, da altre parti lo si apostroferebbe instant classic. Qui ci si limita ad osservare, esterrefatti, la rinascita della musica: proprio quando si cominciava a temere che di nuove depressioni, in giro, non fossero rimaste che miserie.

In un editoriale che disseziona la nuova strategia americana sull’Afghanistan, Steven Metz nota che «il risultato è stato più di continuità che di cambiamento», e che Obama ha «accettato i controversi assunti che stavano alla base della strategia Bush».
«Sia la strategia di Bush, sia quella di Obama presumono che al-Qaeda abbia bisogno di sostegno da parte di uno stato o di un santuario sicuro». Ma, osserva Metz, «durante la ‘guerra al terrorismo’ nessuno è riuscito a dimostrare in maniera persuasiva che gli attacchi dell’11 settembre 2001 non sarebbero avvenuti nel caso in cui al-Qaeda non avesse avuto la sua base in Afghanistan».
Non contento, rincara la dose: «Gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi per sradicare le basi e i campi di addestramento di al-Qaeda non tanto perché queste fossero importanti, quanto perché eravamo coscienti che saremmo stati bravi a farlo. (…) Un vecchio adagio recita: “quando tutto ciò che hai è un martello, qualunque problema ti sembrerà un chiodo”». E’ evidente che Metz stia reclamando per sé un martello per picchiare giù duro su tutti i chiodi storti del ragionamento strategico statunitense.
Non è vero che, se gli Stati Uniti si ritirassero, i talebani riconquisterebbero facilmente il controllo del paese. Se anche lo facessero, sarebbe altamente improbabile che tornerebbero a concedere immunità ad al-Qaeda, ora che sanno che la risposta americana sarebbe devastante. E anche qualora i talebani fossero nuovamente irretiti dalle sirene del terrorismo internazionale la sicurezza degli Stati Uniti non diminuirebbe, perché ormai l’America conosce la direzione dalla quale proviene la minaccia e i suoi leader saprebbero prendere le contromisure adeguate.

Critiche alla gestione dell’intervento militare in Afghanistan e alla conduzione delle operazioni sono piovute costantemente addosso all’amministrazione Bush, e la scelta di continuità di Barack Obama permette di muovere al presidente lo stesso tipo di obiezioni. Nei contenuti, insomma, quanto sostenuto da Metz non sarebbe a tal punto significativo o clamoroso.
E allora cos’ha di tanto particolare, questo pezzo, da meritare segnalazione? Quello che è davvero importante è che le cose che ha scritto, Steven Metz le ha scritte per la newsletter dell’Istituto di Studi Strategici del College militare dell’esercito degli Stati Uniti, vale a dire la massima autorità accademica del paese in campo strategico. Per il suo funzionamento il College dipende dal Dipartimento dell’esercito e dal Dipartimento della Difesa. Il governo degli Stati Uniti, insomma, è editore dell’editoriale di Metz.
Per eliminare il sospetto di un regolamento di conti interno all’amministrazione basta notare che la newsletter la leggono praticamente solo gli studiosi di relazioni internazionali e di studi strategici, che l’editoriale non ha avuto (né, è prevedibile, avrà) alcun seguito sulla stampa, e che in ogni caso Metz ha scritto di recente cose molto simili anche altrove.

Non si può che restare affascinati, una volta di più, dal livello di dissenso che gli Stati Uniti riescono a sopportare senza crollare. Anche quando è un peso sul morale delle truppe, la libertà di critica concessa alle migliori menti del paese resta il fondamento stesso grazie al quale, consapevolmente, procedono il pensiero e il potere (economico, politico e ideologico) americani.

“L’agire del soggetto è un agire negativo, che nega l’immediatezza dell’Idea e che nondimeno, negandola, contemporaneamente la ri-produce come realtà effettuale, come Spirito reale: ciò significa che il soggetto, portatore di infinita negatività nella propria libertà formale moderna, agisce politicamente ma non ‘costruisce’ la politica, il cui orizzonte di possibilità è l’Idea. E’ questa la mediazione concreta, ovvero il movimento che va dall’Idea all’agire negativo del soggetto e che ritorna, arricchito di determinazioni concrete, allo Spirito. [A Hegel è] chiaro che dallo stato di natura non si esce col contratto, con la mediazione semplice, ma con l’automediazione concreta della sostanza etica, del popolo che rinuncia alla propria immediata identità sprofondando nell’alienazione del lavoro e nei conflitti fra le diverse soggettività, solo attraverso i quali si rende possibile la realizzazione concreta dell’universale.”
Carlo Galli, Genealogia della politica (il Mulino, 1996)

“«Non muoverti!», tuttavia, non è un comando così semplice. Esso porta alla domanda «Cosa vuoi dire? Vuoi che faccia qualcos’altro?» o «Non posso certo star fermo come una statua!».
Una frase come «Non disturbarmi» è più ambigua di un «Fuori di qui, immediatamente!». «Fermi tutti dove siete e non toccate niente!» non è un’ingiunzione facile ad obbedirsi se è rivolta da un dirottatore ai piloti di un aereo in volo a 30.000 piedi di quota. «Non disturbarmi» non è così semplice, quando è detta da un padre stanco al suo figlio piccolo. La risposta – invariabilmente – è «Devo andarmene via o vuoi solo che stia zitto», o «Posso parlare da solo?», o «Fa’ niente se ascolto qualche disco?». In simili situazioni, dire semplicemente «non disturbarmi» è ambiguo, mentre «vai a giocare in giardino» è semplice.”
Thomas Schelling, La diplomazia della violenza (il Mulino, 1969)

Ora, messi di fronte all’alternativa tra quale dei due libri leggere, e pur controllando per la differenza di oggetto, di registro e di forma – controllo che certa filologia mi negherebbe all’istante – , quale saggio scegliereste? Sull’astratta, infallibile assenza di colloquialità dello studioso di dottrine politiche ci sarebbe da dire molto: Galli nega una piena valenza nella contemporaneità del pensiero di Carl Schmitt, e di sicuro il giurista tedesco si fermò alla crisi del moderno includendola nel suo sistema senza scavalcarla, ma la scrittura di Schmitt è a un tempo universale e classica quanto il suo pensiero, fabbrica di senso e insieme veicolo estetico; quella di Galli, al confronto, è accademia.
Al cospetto della familiare potenza evocativa dell’immagine di uno studioso di economia e strategia americano (non lasciatevi ingannare dal nome) che, un numero invertito tra anni e decenni prima, caccia dalla stanza il figlio per poi riflettere su comportamento e relazione nella situazione in cui era stato coinvolto, dissezionarli e, magari, richiamare il circospetto pargolo al capezzale, impolverato e graffiato, metterlo a disagio osservandone con il sopracciglio alzato i pori più invisibili (e chissà se non fosse stato egli stesso, quel bambino che giocava nell’erba, allontanato dallo studio del genitore quarant’anni prima), il lungo ed erudito libro di Galli cede come una grossa pera matura.

Sembra che gli scrittori di saggistica italiani abbiano ancora molto da imparare dai pragmaticisti del continente-isola di Vinland.

Dal momento che l’ho pubblicata altrove, ripropongo anche qui la mia reading list estiva (letture, riletture e studio – luglio/agosto):

Fuoco pallido di Vladimir Nabokov;
Teoria e analisi nelle relazioni internazionali, ed. 1986, a cura di Luigi Bonanate e Carlo Maria Santoro;
Evgenij Onegin di Aleksandr Puškin;
La malattia dell’infinito di Pietro Citati;
La politica estera di una media potenza, di Carlo Maria Santoro;
Il dottor Živago di Boris Pasternak;
Il pensiero politico occidentale: storia e prospettive di Giorgio Galli;
Austerlitz di Winfried Georg Sebald;
After Hegemony: Cooperation and Discord in the World Political Economy di Robert Keohane;
Lamento di Portnoy di Philip Roth;
La Israel lobby e la politica estera americana di John Mearsheimer e Stephen Walt;
Discussione, Storia universale dell’infamia e Storia dell’eternità di Jorge Luis Borges;
– il dibattito sulla teoria sistemica delle relazioni internazionali raccolto nei volumi 23.2 e 23.3 (2009) di International Relations.

Utilizzerò questo come segnaposto per verificare, tra un mese, la misura con la quale avrò tenuto fede alle promesse. Immagino già che sarà davvero bassa.
Upcoming: Rushdie (il solito, I versi satanici), Lowry (Sotto il vulcano), Derrida (Margini della filosofia), Graziosi (L’URSS di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica).

Tanto per spezzare la lunga assenza questo, in teoria, sarei io.

Ma sono io? L’editing di una pubblicazione scientifica può essere pesante, anche per un’analisi di questo livello (sette pagine, dodici cartelle editoriali, tenore divulgativo): scritta una volta a inizio luglio, nella prima bozza mi ero intestardito in una retrospettiva storica dei programmi atomici segreti in Medio Oriente tra gli anni Sessanta e Settanta, non adeguata al taglio richiesto. Interamente riscritto – con gli stessi materiali potrei scriverne altri tre, volendo (programmi militari passati; prospettive di deterrenza tra medie potenze; evoluzione, violazione e prassi del regime di non-proliferazione) -, il mio pezzo di carta è passato sotto altri sei occhi, occhi attenti e capaci che hanno indicato tagli, proposto spostamenti, suggerito semplificazioni sintattiche, evidenziato connessioni logiche mancanti.

Li devo ringraziare, tutti: adesso l’analisi è più coerente, e s’è arricchita nel contenuto. Ma il linguaggio, quello, mi imbarazza perché non mi rappresenta. Mi chiedo davvero quanto, dell’anima iniziale di uno scritto specialistico, resti al termine di una serie di revisioni per nulla invadenti, logiche, ponderate; ma non mie. E’ come se il saggio non appartenesse più a me, ma a quella che qualcuno si diverte a soprannominare ‘comunità scientifica’.
Come senz’altro mi suggerirebbe il nonno di una ragazza che stimo profondamente, urge che io tenga un diario.