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Anche noi fatichiamo, vista la pochezza populista del titolo d’un articolo che parla (poco e male) di tutt’altro.

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Visto che nei commenti al post precedente ne abbiamo discorso diffusamente, segnalo questo bel pezzo sulla guerra di Gaza di Foreign Policy.

Solo chi, invece, non avesse paura di sporcarsi le mani con concetti decisamente non nuovi, ma che rispolverati vanno per la maggiore nell’ultimo triennio negli States, può leggere:

now, my child, you would be five; through everything by my side
in this fin de siècle spirit; this age of selfishness
did we permit everything to slip away?
did i lose everything i believed in?
is there no tomorrow? only thoughts for today
is there no tomorrow? i trusted you
should you have been brought into this cold dark world
fatherless, abandoned with our child within
in this life there are no fathers not on heaven nor on earth
we spend our life searching for this lost fragment of our soul
immersed in self-indulgence is there no hope for beauty?
whose arms are big enough to hold my fears?
already i have more than i can bare.
this life i once opened to joy
now lies twisted in pain
this is dying and not loving
the honey now flows with blood
i will die with this guilt….. knowing i betrayed myself.

*

Se soverchiati, rifarsi con questo.

Magari l’avete già sentita, ma per chi se la sia persa:

All’improvviso la voce di Hugo Chávez potrebbe sgorgare dalla radio, senza preavviso. All’improvviso si potrà ascoltare questa voce in ore di discorso, che il sistema nazionale delle emittenti pubbliche avrà obbligo di trasmettere.
(…)
“All’improvviso, dunque, così come accadono le cose… all’improvviso. Quando sentirete un colpo d’arpa tramao, potrebbe trattarsi di Chávez, all’improvviso”, sono state le parole inaugurali del presidente-comandante nella sua trasmissione di debutto.

*

Intanto, en passant, sembra che il rapporto Goldstone fosse una gran bella schifezza. Sì, l’articolo l’ho letto tutto, e nonostante mi sia accostato all’analisi di Alan Dershowitz con quello scetticismo di fondo che va riservato alle fonti di secondo grado (le critiche dei rapporti spingono il lettore a prendere istintivamente posizioni affini all’autore della critica) la bruttezza del tomazzo Goldstone mi sembra incontestabile.

Scusate, eh, ma dalla pur bella intervista che La Stampa ha fatto a Stiglitz (Premio Nobel per l’economia, 2001) sembra che questi non capisca una mazza di economia. Possibile?

Tito Boeri interviene (fonte Istat) con un altro paio di grafici molto significativi.

Musée des Beaux Arts (Wystan H. Auden)

About suffering they were never wrong,
The Old Masters: how well they understood
its human position; how it takes place
while someone else is eating or opening a wîndow or just walking
dully along;
how, when the aged are reverently, passionately waiting
for the miraculous birth, there always must be
children who did not specially want it to happen, skating
on a pond at the edge of the wood:

they never forgot
that even the dreadful martyrdom must run its course
anyhow in a corner, some untidy spot
where the dogs go on with their doggy life and the torturer’s horse
scratches its innocent behind on a tree.

In Brueghel’s Icarus, for instance: how everything turns away
quite leisurely from the disaster; the ploughman may
have heard the splash, the forsaken cry,
but for him it was not an important failure; the sun shone
as it had to on the white legs disappearing into the green
water; and the expensive delicate ship that must have seen
something amazing, a boy falling out of the sky,
had somewhere to get to and sailed calmly on.

L’Independent tira fuori un documento segreto datato 11 giugno 2001 – e un paio di carte connesse – che dovrebbe dimostrare l’attenzione prestata da Downing Street al cambio di regime in Iraq ben prima del Niger gate e della crisi del 2002-2003. Dal documento principale, chiamato Contratto con il popolo iracheno, scopriamo che gli inglesi volevano “lavorare con un Iraq che rispett[asse] i diritti del proprio popolo, conduc[esse] relazioni pacifiche con i suoi vicini e osserv[asse] il diritto internazionale”. Il popolo iracheno avrebbe dovuto avere “il diritto di vivere in una società basata sullo stato di diritto, libera dalla repressione, dalla tortura e dalla detenzione arbitraria; di godere dei diritti umani, della libertà e prosperità economiche”. Insomma: “chi desidera un mutamento di regime in Iraq merita il nostro sostegno”.

Qualche breve osservazione.

1) adesso sembra che tutti si dimentichino quali erano i comportamenti della comunità internazionale nei confronti dell’Iraq durante tutti gli anni Novanta. Nessuno ricorda le no-fly zone, gli embargo, e in generale le decennali pressioni politiche per il disarmo. Inglesi e americani prestavano costante attenzione all’Iraq di Saddam. Ci si chiedeva, tra le altre cose, se gli Stati Uniti avessero fatto bene a lasciare un dittatore al suo posto, ed erano in molti a dubitarne;

2) toh, un documento segreto del governo inglese in favore del regime change in Iraq prima del 2003 – addirittura precedente l’11 settembre. E’ davvero un problema? Un governo responsabile produce abitualmente una quantità enorme di carta per prepararsi a situazioni di crisi futura. Si chiamano scenari, o piani di contingenza. Ciò non significa che questi siano attuati, né che siano la prima scelta dell’amministrazione sotto qualunque condizione. L’amministrazione si adatta al presente della scena internazionale. Altrimenti Israele avrebbe dovuto bombardare l’Iran nel 2004;

3) si dirà: d’accordo, magari non erano pronti ad attaccare, ma ciò dimostra comunque che Blair e il suo governo appoggiavano segretamente i piani degli Stati Uniti per deporre il dittatore. A parte che il Contratto non dice niente di tutto questo, e propone al massimo delle forme di appoggio per il nuovo regime una volta instaurato, e neppure delle forme di finanziamento agli esuli o alla resistenza: parliamo, per adesso, di un documento e di alcuni commenti collegati. Quanto erano condivisi dall’amministrazione? Fino a che livello della scala gerarchica giunsero, e furono mai discussi o sottoposti all’attenzione di Blair? Parte del Contratto ha sicuramente raggiunto John Sawyers, consigliere di politica estera di Blair, che ha scritto un memo a marzo del 2001 – quando il documento era ancora una bozza – citandolo assieme alle parole ‘regime change’. Non soltanto Sawyers ne parla come di un draft, in termini possibilisti, ma utilizza un lessico duro ma non bellicoso, in cui spiega che l’importante sia “chiarire che i precedenti e il comportamento attuale del regime iracheno rendono impossibile che l’Iraq rientri nella comunità internazionale senza un cambiamento sostanziale”.

Ma quali erano, se c’erano, i documenti che propendevano per un atteggiamento più attendista? Quante e quali misure suggerite dal documento hanno trovato effettiva attuazione prima del 2003? Finché non lo sapremo, non potremo stabilire se si trattasse di un documento segreto finale ed ufficiale, e inoltre esecutivo, o di un mero pezzo di carta recante un’opinione condivisa da una parte – quanto consistente? – del governo. Finché non lo sapremo, il documento non potrà essere considerato la prova del complotto internazionale per invadere l’Iraq, ma il semplice frutto della naturale dialettica interna ai dipartimenti di un governo. E neanche tanto originale.

Edit. Una prova che il documento fosse troppo ‘leggero’, e si inserisse nel contesto delle sanzioni al regime e non in quello del mutamento traumatico per mezzo di un intervento militare? Lo dice lo stesso Independent: [w]hen no agreement was reached and the US began to seek more active measures to remove the Baghdad administration after 9/11, the contract was dropped (‘quando non si raggiunse un accordo e gli Stati Uniti cominciarono a cercare delle misure più attive per rimuovere l’amministrazione di Baghdad dopo l’11 settembre, il contratto fu accantonato’).